László Krasznahorkai: come fingere di aver letto lo scrittore premio Nobel 2025
László Krasznahorkai: il (satan)tango eterno tra fango e speranza
di Noemi Carrer
László Krasznahorkai, classe 1954, è considerato uno dei più grandi scrittori della letteratura ungherese che, oltre ai numerosi premi riconosciuti nel corso della sua carriera, è oggi noto ai più per essere stato insignito del premio Nobel per la letteratura 2025.
Si dice che sia difficile nominare ciò che non si conosce. Provi per un attimo, il lettore, a tracciare mentalmente i confini dei paesi dell’Est Europa: sarà probabilmente difficile avere certezze o si finirà con l’incorrere in errore; il compito risulterà senz’altro più arduo rispetto al tentativo di fare la stessa operazione con i paesi dell’Europa occidentale.
Il fatto che dovrebbe far riflettere non è tanto la nostra penosa conoscenza geografica, quanto il non conoscere le caratteristiche più basilari di paesi a noi molto prossimi.
Il nome di László Krasznahorkai è difficile da pronunciare proprio perché percepiamo quella cultura come lontana da noi, al punto che entrarne nelle trame rappresenta un doppio sforzo: oltre a decifrarne le parole, dobbiamo afferrare lo sfondo in cui si stagliano, entrare in una mentalità e in una cultura che ci sembrano agli antipodi del mondo.
Non è così, e fare un passo in quella direzione potrebbe essere per noi una grande, e doverosa, possibilità di arricchimento.
Satantango: un viaggio nella trama
Prendiamo la questione di petto e proviamo a esplorare, a partire dalla trama, il mondo ungherese in cui László Krasznahorkai è vissuto. Satantango è il libro d’esordio dell’autore, pubblicato nel 1985, destinato a diventare uno dei romanzi capostipiti della letteratura ungherese, oltre ad avergli valso la vittoria del premio Strega europeo nel 2017.
È complesso delinearne una trama, dal momento che il film diretto sotto lo stesso sguardo dell’autore, che prende il nome dal romanzo, ha una durata di ben sette ore e mezza.
L’ambientazione è quella delle campagne ungheresi: fangose, grigie e tetre, così sporche da trascinare in sé non solo, inevitabilmente, i personaggi, ma anche il loro linguaggio, che non si risparmia nell’uso di parole scurrili, afferenti al basso corporeo, sanguigne, fino alle bestemmie.
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In questo paesaggio spettrale, dove risuonano campane fantasma, vive una comunità che, dopo la caduta del comunismo, è stata abbandonata a se stessa.
I personaggi che la compongono vivono in consonanza con ciò che li circonda: trascorrono intere giornate a ubriacarsi e a fumare, nell’attesa dell’arrivo di un personaggio misterioso, un certo Irimiàs, che, a detta dei più, si figurava come un santone, uno in grado di “far sorgere i palazzi dalla merda”.
Questo personaggio, decisamente losco e poco raccomandabile, fa la sua comparsa a un certo punto del libro, quello in cui i capitoli, che procedevano in progressione dal primo al sesto, riprendono in modo decrescente dal sesto al primo, e convince i membri della comunità, alla luce della morte per suicidio di una giovane ragazza avvenuta al suo interno, a intraprendere un viaggio.
Al termine di questo percorso, a ciascuno viene affidata una missione che si scoprirà essere null’altro che il ruolo che Irimiàs, funzionario di un nuovo governo simil-dittatoriale, aveva intenzione di assegnare loro. Il tutto avviene sotto gli occhi di un dottore-autore che, con la sua penna deterministica, ha scritto l’intero romanzo
Un romanzo infinito
Il libro, come un tango (un satan-tango), un ballo infernale, avanza e poi ritorna sinuosamente sui propri passi. Inizia e si ricongiunge con se stesso, chiudendo un cerchio che si ripete perpetuamente, giocando con un tempo cronologico indefinito ma costantemente ricorsivo, capace di portare avanti contemporaneamente più azioni.
È un’opera che, oltre alla meravigliosa resa formale e alla prosa sublime, è costruita secondo un’architettura precisa e studiata, degna di un grande autore.
Ne sono testimoni i numerosissimi incastri che si avvicendano non solo nella trama — del resto lo stesso termine “testo” deriva dal latino textus, che significa intreccio — ma anche a livello sintattico, con frasi che superano le dieci righe di battitura e inanellano incisi e parentesi, costringendo il lettore a compiere lo stesso passo di danza: leggere, tornare indietro per rileggere, e avanzare di nuovo.
È un tango condotto con i piedi inzaccherati nello stesso fango dei personaggi: difficile e denso, come le pagine del libro, senza punti a capo né paragrafazione, veri e propri muri di testo simili a quelli di À la recherche du temps perdu di Proust o come la scena in cui i personaggi dormono e vivono un sogno e le parole poco a poco si confondono tra loro, diventando lunghe stringhe di testo senza spazi.
Eppure, a tratti, tutta questa melma e questo grigiore si districano, lasciando spazio a brevi spiragli di luce, a momenti di respiro della prosodia. È possibile intendere l’opera quasi come un testo poetico, nella misura in cui si può percepire un tentativo di versificazione.
Vi sono infatti due punti del testo in cui la prosa viene interrotta da degli a capo: uno è un Padre Nostro recitato malamente da un ubriaco che, per necessità, viene reso in versi; l’altro compare nel capitolo in cui viene descritta la morte della ragazzina, avvenuta in quella comunità dimenticata da Dio.
Krasznahorkai scrive che, chiamata dagli angeli, poteva vedere tutto il mondo dall’alto, rendendo questa visione anche graficamente sulla pagina, con degli a capo e collocando l’espressione nella parte alta del foglio di lettura: un alto di speranza contrapposto a un basso di fango e putredine, in cui il resto del mondo continua a condurre la sua macabra danza.
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Leggere Krasznahorkai non è facile, così come non lo è prendere consapevolezza delle pulsioni più brutali dell’essere umano, della sua capacità di amalgamarsi con il fango quando vi è immerso.
È un mondo che propone soluzioni sempre più negative, un contesto via via più crudo e oscuro, in cui l’unica possibilità di salvezza sembra essere quella di restare a guardare e catalogare tutto, come fa il dottore alla fine del libro: un atto che ricorda, e che costituisce la soluzione delineata dal protagonista del romanzo Le stelle fredde di Guido Piovene, altro premio Strega, questa volta italiano, oggi dimenticato.
Un gesto necessario per non dimenticare e per non lasciarsi trascinare rovinosamente dal flusso degli eventi.
Forse l’unico punto da cui sia possibile osservare tutto è l’aldilà, ma si tratta di una consolazione alquanto magra, non diversa, in fondo, dalla catalogazione stessa. È un’opera da assumere a piccole dosi, da leggere e rileggere, dall’inizio alla fine e viceversa, conducendo fino in fondo un vero e proprio (satan)tango.
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