L’Iran protesta: la fine del Serpente?
di Irene Agovino
Liberi, solari, poco inclini al compromesso: sono questi gli iraniani, un popolo laico, che ama il vino e la vita, ma è costretto alla shaaria dal governo degli ayatollah. É il 1979: lo Shah Reza Pahalavi fa sparare sulla folla che scende in piazza contro di lui e la temibile Savak, la polizia politica che ha già fatto oltre ottantamila morti. Un solo uomo riesce in breve tempo a far confluire su di sé l’attenzione dell’opposizione, si chiama Rullah Khomeini, ha 77 anni ed è un membro del clero sciita.
Dopo di lui la Persia- chiamato da allora Iran- diventa una dittatura molto sanguinosa e reazionaria. Si passa cioè da una dittatura repressiva ad una ancora più repressiva, con buona pace di chi- come il buon Foucault- ci aveva creduto. La Savak che tanto ha terrorizzato la popolazione iraniana, lascia il posto ai pasdaran e ai basiji; compaiono veli e chador; la Rivoluzione finisce per divorare i suoi figli e nel 1989, alla morte del leader, i suoi figli e i suoi nipoti vengono esautorati. É l’Iran che passa dagli States a formare coalizioni contro i nemici dell’Occidente- salvo poi prendere armi da Israele quando è attaccato da Saddam- creando il Serpente con una testa. Oggi il rettile è debole: Khamenei non è Khomeini, non viene seguito nemmeno dai suoi figli e molti giovani sono più laici di quello che pensano certi.
Scelte sbagliate come quella di appoggiare Hamas o la Siria di Assad, la crisi economica, dovuta anche all’embargo degli Usa, il ryhal che vale poco più di dieci euro e ovviamente la voglia non di “correggere”, ma di abbattere il sistema, hanno portato a forme di protesta che qualcuno ricorda molto simili a quelle del 1979.
Il fattore Israele dopo il 7 ottobre
il Paese sciita è isolato: non bastano più mercenari- non amati in Patria- soldi e retorica antioccidentale. Qualcuno pensa che il leader supremo sarebbe persino pronto alla fuga(a Mosca, come Asssad)e non è detto che la cattura di Maduro in Venezuela non possa essere un precedente qualora venisse offerta alle elites il modo di stare a galla e controllare gli interessi economici. A parte Hezbollah, la maggioranza dei Paesi musulmani ha visto negli altri attori- Iran in testa- un fattore di instabilità e nelle proteste molti hanno scandito slogan contro Gaza. Oggi, nonostante il sionismo non sia forte, lo è ancora meno la retorica pro Pal per chi non ha un lavoro o una casa, peggio che al tempo dello Shah. Israele vuole spartirsi con la Turchia il Medioriente, mentre Cina e Usa non è detto che muovano un dito per supportare la ribellione o sedare le proteste, presi come sono a ridisegnare le loro sfere di influenza, nonostante gli appelli di Trump.
La paura di una guerra civile
Mentre il procuratore generale iraniano Mohammad Movahedi Azad ha affermato, infatti, che i procedimenti legali contro i manifestanti saranno condotti “senza clemenza, pietà o pacificazione” e internet viene oscurato, c’è chi ha paura di una guerra civile e anche di un Iran in mano a potenze straniere che vogliono solo il petrolio e che il Paese possa fare la fine della Siria, magari senza una reale sovranità. Bisognerà vedere anche se ci sarà un’opposizione reale e forte. Qualcuno spera in Reza Junior, il figlio del defunto Shah, ma sarebbe forse un governo molto debole e non è detto che il nuovo monarca stabilisca una democrazia.
Vedremo dunque se sarà la fine del Serpente, come auspicato da Bibi e da gran parte del mondo antisciita.
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