Terra, Paese e Origine: perché è così difficile sentirsi Cittadini del Mondo

Terra, Paese e Origine: perché è così difficile sentirsi Cittadini del Mondo
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Quando l’appartenenza cerca Terra e trova Confini

Radici Sospese nella ricerca di una terra per la necessità di appartenere a un luogo

Cosa evoca la parola radici? terra, stabilità, origine? O magari tutte e tre. Potremmo definire le radici come elementi che ci tengono fermi e sicuri, mentre tutto intorno si muove e qualche volta cambia. Quando, però, parliamo di radici culturali, tendiamo a legarle a un luogo geografico preciso: un Paese, una nazione, una lingua, una religione. In questo modo creiamo confini, che usiamo come elemento per stabilire l’esistenza di una identità.

L’associazione mentale “confini=identità” e’ il risultato di un lungo processo storico e sociale. Nel tempo, infatti, l’essere umano ha imparato a utilizzare l’appartenenza come mezzo per proteggersi, e le radici come strumento di orientamento, che ci permettono di sapere chi siamo e da dove veniamo.

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Terra e paese come rifugio: il bisogno di sicurezza nelle teorie sociali

I sociologi sostengono che questo meccanismo, cioè desiderare l’appartenenza a un gruppo, riduce l’incertezza, offre sicurezza e costruisce il senso dell’esistenza. Cosi il concetto di nazione diventa uno dei gruppi più forti. La nazione, infatti, e’ sia una entità grande abbastanza da soddisfare la ricerca del senso di stabilità, sia sufficientemente confinata da soddisfare l’esigenza del concetto di “nostro”. Nello spazio geografico chiamato nazione le radici trovano la loro dimensione, il loro senso, la loro ragione di essere.

Facciamo un passo indietro. Perche’ usiamo il termine radici?  Lo usiamo come parallelismo con le radici di un albero o di una qualunque pianta. Attraverso il concetto di radici rappresentiamo  il legame profondo con la terra e il nutrimento fatto di tradizioni, cultura e storia che esse ci danno.

Le radici di un albero, però, non sottostanno a confini geografici, anzi! Se fossero rigide smetterebbero di essere un nutrimento. Invece si concedono la liberta’ di prendere direzioni appropriate. Non si puo’ dire la stessa cosa nell’idea di radici culturali umane. Nell’immaginario collettivo, infatti, esse tendono a essere rigide e a non oltrepassare i confini geografici. La conseguenza di ciò e’ che l’appartenenza può trasformarsi in esclusione.

Per il sociologo e teorico della decrescita, Serge Latouche, l’idea di radicamento, in sé, non rappresenta un problema. Rappresenta invece un problema il modo in cui questo concetto e’ stato oggi svuotato e deformato. La globalizzazione economica ha infatti prodotto consumatori senza luogo, cioe’ sradicati. E, come reazione, le identità chiuse hanno trovato terreno fertile emergendo.

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Quando le radici si irrigidiscono: dal senso di origine al nazionalismo

Il nazionalismo contemporaneo nasce anche in questo modo, da una perdita di senso. In un mondo globalizzato, veloce, instabile, le persone cercano punti fermi. Non trovandoli nella realtà, li cercano in simboli astratti. Cosi ci si aggrappa a una bandiera, ai confini geografici, alle narrazioni identitarie e così via.  Tutto può diventare un rifugio emotivo. Zygmunt Bauman osserva che la paura dell’incertezza spinge verso identità rigide, perché sono più facili da difendere.

Radicarsi senza chiudersi: Serge Latouche e l’idea di comunità plurali

Così Latouche ipotizza le radici come relazioni. Esse devono si rappresentare i legami con un territorio, con una comunità o con una storia condivisa, ma mai essere contro qualcuno. Un radicamento, quindi, come forma di responsabilità, che chiede di mettersi in gioco attraverso la capacità di prendersi cura dei luoghi, senza trasformarli in fortezze.

La storia ci  insegna che le culture non sono mai state pure. Le migrazioni, gli scambi, ogni tipo di contaminazione, hanno costruito ciò che oggi chiamiamo tradizione. Anche le radici che consideriamo più “nostre” sono, in realtà, il risultato di intrecci continui.

Essere cittadini del mondo: è possibile senza perdere le proprie radici?

Pertanto, se provassimo a sentirci come cittadini del mondo, non staremmo rinnegando le nostre radici. Staremmo semplicemente dicendo che esse non finiscono al confine di uno Stato. Ciò significherebbe accettare che l’identità è un meraviglioso processo, e non una forma di possesso.

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Latouche insiste molto su questo punto: una società più giusta non nasce dall’omologazione globale, ma da una pluralità di comunità radicate e dialoganti. Comunità che sanno chi sono, ma non hanno necessità di imporsi sugli altri. In questa visione, il radicamento diventa una condizione per la pace, anziché una minaccia.

E’ magnificamente possibile, quindi, modificare  l’immaginario collettivo con la visione che, esattamente come accade in natura, le radici funzionano quando si intrecciano nella terra per condividere risorse.

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Alessandra Gentili

2 pensieri su “Terra, Paese e Origine: perché è così difficile sentirsi Cittadini del Mondo

  1. Un testo lucido e necessario, che scava con delicatezza nella complessità del nostro bisogno di appartenenza. Grazie Alessandra, il tuo articolo offre una riflessione profonda sul paradosso dell’identità nell’epoca globale: come possiamo sentirci al tempo stesso radicati in un “qui” e cittadini di un “ovunque”?
    La forza dell’articolo sta nel superare la sterile contrapposizione tra localismo chiuso e globalizzazione smaterializzata, proponendo invece un’idea di radicamento come relazione, cura e apertura. La citazione di Latouche è centrale: le radici non sono un recinto, ma un nodo vitale in una rete più vasta.
    Particolarmente preziosa è l’immagine finale: le radici che, come in natura, si intrecciano e condividono risorse. È un invito a ripensare la nostra identità non come fortezza, ma come dialogo in divenire. Un messaggio di speranza concreta, che trasforma la paura del “diverso” in possibilità di arricchimento reciproco.

    1. Le radici che si intrecciano e condividono risorse formano un meraviglioso immaginario. Certo, dobbiamo essere disposti a usarlo. Credo sia necessario concentrarsi sulla responsabilità insita nel pensiero di Latouche. Questo permetterebbe di smussare le identità rigide, spianando la strada per immaginari di pace.

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