Il coraggio di dire Epifania
Il Coraggio, proprio Questo è il Dono che Dovremmo Deporre Oggi ai piedi del Bambin Gesù: Il Coraggio di chiamare le cose col loro nome e di non dimenticare le tradizioni religiose.
Vorrei iniziare l’articolo con una storia che nonostante ai più risulti conosciuta purtroppo non vien più raccontata:
“ “Abbiamo visto una stella grandissima, che brillava tra queste altre stelle e le oscurava, così che le stelle non si vedevano e noi per questo abbiamo capito che un re era nato per Israele e siamo venuti a adorarlo.” Ora, mentre i Magi procedevano per la strada, apparve loro la stella e, quasi a far a loro da guida, li precedeva, finché giunsero dove era il bambino. Nel vedere la stella, i magi si rallegrarono di grande gioia, ed entrati nella casa trovarono il bambino che sedeva in grembo alla madre. Per il ritorno un angelo, sotto forma di quella stella che prima era stata la loro guida nel viaggio, li accompagnava ed essi se ne andarono, seguendo l’indicazione della sua luce, finché giunsero alla loro patria. Si raccolsero allora intorno a essi i loro re e principi, domandando che cosa mai avessero visto e avessero fatto, in che modo erano andati e ritornati e che cosa avevano riportato con sé. I Magi mostrarono così la fascia che Maria aveva donato loro e celebrarono una festa: accesero un fuoco e, seguendo la loro usanza, lo adorarono e vi gettarono sopra la fascia. Il fuoco avvolse subito la fascia accartocciandola, ma una volta spentosi questa rimase integra: come se il fuoco non l’avesse nemmeno toccata. Perciò essi si misero a baciarla, a mettersela sugli occhi e sul capo, dicendo: “Questo è senza dubbio la verità, si tratta di un grande prodigio, perché il fuoco non ha potuto bruciarla né consumarla!” Quindi la presero e con grandissima venerazione la riposero tra i loro tesori.”
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Attratti dunque liberati
I Magi furono attratti e di rimando liberati. Si misero in viaggio, seguirono un segno, non persero la speranza in un viaggio durato quasi due anni e migliaia di chilometri percorsi. Una volta tornati, convertiti, percorrendo un’altra strada, non potettero far altro che manifestare quell’attrazione che li aveva portati alla libertà vera. Era iniziata così la loro missione che è anche la nostra.
Essere calamita
La vera missione del cristiano oggi a mio avviso, infatti, è essere calamita. Come i dodici e i Suoi discepoli, dobbiamo far sì che ci riconoscano dal modo in cui ci amiamo, dunque dal modo in cui ci approcciamo a tutti gli accadimenti della vita, a quelli belli ma soprattutto a quelli duri e difficili. Dire sempre “sia fatta la Tua volontà” aiuta a ridimensionare tutto e a vivere la vita in maniera proattiva ma consapevole, coscienti del fatto che non è tutto nelle nostre mani ma che, laddove l’uomo può il possibile, Dio è capace dell’impossibile. Serve dunque un atto di fede ogni qualvolta il gioco si fa duro o quando gli eventi sono inspiegabilmente favorevoli, magari senza nemmeno troppo sforzo da parte nostra.
Chi è testimone?
È testimone chi fa della propria vita lo specchio attraverso cui coloro che lo circondano possano interpretare anche la loro stessa esistenza. Ciò non vuol dire essere perfetti, vuol dire essere veri e onesti con se stessi e riconoscenti verso il Padre, il Creatore. Si può passare attraverso le difficoltà, il dolore, la fatica con la coscienza che il timoniere, da noi autorizzato e non spodestato, conosce la strada e che Egli, se noi non ci opporremo, ci condurrà al porto sicuro che tanto desideriamo.
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Occhi puntati sulla meta
Bisogna fare come i Magi, avere sempre gli occhi puntati sulla stella senza demordere, anche dopo migliaia di chilometri, nonostante la stanchezza e quando lo sconforto sembra prevalere. Bisogna fare come Pietro, scendere dalla barca in piena tempesta e per un attimo provare con lui la bellezza dell’affidarsi; avremo paura e annasperemo, per poi ripuntare gli occhi al Maestro, accettando di essere salvati, dieci, cento, mille, infinte volte.
Unica certezza
I Magi sanno sempre che la stella è lì a guidarli così come Pietro, quando inizia a sprofondare, non è lasciato solo, è afferrato, anzi, cosa ben diversa, si lascia afferrare. Il Bambino, il Maestro attrae, direziona e indirizza, come fa una calamita con i pezzi di grafite, tutti disposti ordinatamente secondo una precisa polarizzazione, indipendenti ma nella stessa direzione. Solo così noi, grafiti direzionate, potremo dunque aiutare ed aiutarci vicendevolmente, continuando a guardare la luce di quel bambino, ascoltando la voce del Maestro, senza perdere la speranza, mai.
