Anuradha Ghosh: Un ponte tra culture

Anuradha Ghosh: Un ponte tra culture
Anuradha, la famiglia al completo

Anuradha Ghosh: Infanzia a Mogadiscio e Radici Indiane

Anuradha Ghosh racconta la sua vita tra cultura bengalese e infanzia in Somalia.

Anuradha Ghosh, con una voce calda e memorie vivide, ci accompagna in un viaggio unico: dall’infanzia internazionale a Mogadiscio alle radici bengalesi, fino alla vita in India

La luce del pomeriggio filtra delicatamente. Davanti a me, seduta con impeccabile grazia, c’è Anuradha Ghosh. La sua voce è un fluire calmo e melodioso, ogni parola è un tassello di un mosaico ricchissimo. Non è un’intervista formale, ma l’ascolto di una vita raccontata. Una vita che è un romanzo elegante, intriso di umanità.

Il Sè, Radicato e Cosmopolita

Salve, sono Anuradha Ghosh di Navi Mumbai, Maharashtra, India”. Esordisce così, con una semplicità che subito si rivela profonda. “Al momento sono una casalinga e recentemente ho lasciato l’insegnamento come docente di inglese”. C’è un velo di dolce malinconia nel dire “ho lasciato”, ma subito la passione riaffiora. “La mia lingua madre è il bengalese, ma parlo, leggo e scrivo molto bene in inglese, avendo conseguito una laurea magistrale in Letteratura Inglese presso l’Università di Calcutta”. La precisione non è pedanteria, è amore per le parole, per le identità multiple che ci compongono.

Anuradha Ghosh

Mi parla delle radici e degli eventi che l’hanno portata lontano. “Sono nata e cresciuta a Kolkata, ma dopo il matrimonio nel 1991, ho vissuto per due decenni a Bangalore e Pune a causa del lavoro di mio marito. Ora mi sono stabilita con la famiglia a Navi Mumbai”. La famiglia è il suo faro. “Mio marito è un professionista di finanza molto stimato e i miei figli lavorano: mio figlio, consulente, vive a Berlino, mentre mia figlia, avvocato, lavora a Mumbai”. Un nucleo solido, espanso nel mondo. Poi, una pausa lieve, una carezza al ricordo: “I miei genitori e il mio unico fratello non sono più con me”. Nella sua voce, la perdita non è un abisso, ma una dolce ombra che dà profondità alla luce del presente.

La Culla Culturale: una Bambina Felice

Sono sempre stata una bambina felice”, dice, e lo si crede immediatamente. “Il mio ricco contesto familiare, culturalmente stimolante, mi ha sempre incoraggiata a imparare e praticare canto, danza e recitazione. Ancora oggi canto per passione e mi diverto a esibirmi sul palco. Sono anche un’appassionata di cinema”. Ma da dove nasce questo amore per le arti, questa confidenza con l’inglese? Il racconto compie un balzo indietro, verso il seme di tutto.

Il mio amore per le arti e per l’insegnamento dell’inglese come scelta professionale deriva dal fatto che la mia istruzione formale è iniziata presso The American International School di Mogadiscio, in Somalia”. La pronuncia con una naturalezza che stona solo per chi non conosce ancora la storia. “Dove mio padre è stato trasferito con la famiglia per un anno (1970-71) in qualità di Esperto di Pianificazione Fisica, Urbana e Regionale per le Nazioni Unite”.

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1970: Un Padre, una Missione, una Famiglia in Volo

Ed ecco che il racconto si fa storico e intimo insieme. “Storicamente, nel 1970, l’UNDP era un partner internazionale chiave in Somalia… In questo scenario, mio padre, il signor Gopal Krishna Choudhury, fu nominato dalle Nazioni Unite”. Cita i titoli di studio del padre con orgoglio filiale: “MArch, Illinois, MS Planning, Illinois, FIIA, FITP”. È il ritratto di un uomo di valore, al servizio del mondo.

Poi, il taglio si stringe sull’esperienza pura, vissuta con gli occhi di una bambina di quattro anni. “I miei primi ricordi… furono di pura gioia per il fatto di dover viaggiare in aereo verso un posto lontano”. Il realismo della memoria infantile è commovente: “L’importanza del viaggio non mi colpì finché non vidi i nostri parenti in lacrime all’aeroporto… rammaricandosi amaramente del fatto che saremmo stati senza possibilità di comunicare per un intero anno”.

Ricorda il volo, i dettagli vividi: la zuppa rovesciata sulle gambe del fratello Gautam, la notte al mitico Taj Mahal Palace di Bombay, il lungo volo Alitalia e “le immagini di lunghe distese di mare blu” dal finestrino.

Mogadiscio: Casa, Scuola, un Mondo Nuovo

I ricordi della Somalia si dipingono con colori sgargianti. “La casa era una bellissima e grande villetta spaziosa”. Ed ecco i primi, fondamentali incontri umani: “Mia madre aveva assunto una domestica locale, Habiba, e un vecchio guardiano, Mohammed. Habiba era una giovane donna di straordinaria bellezza, notevole per la sua efficienza nei lavori domestici.

Ricordo che era molto affezionata a me e a volte mi viziava in modo assurdo. Ero abituata a farmi strada con lei, quindi ogni volta che mia madre mi sgridava con la sua voce più severa, io mi fermavo e mi bagnavo le mutandine; a quel punto Habiba chiamava mia madre con un sorriso: “Madam, Bunai (il mio soprannome) mushkusha (toilette)“!.

Mohammed, “un musulmano devoto che recitava il Corano, in grembo al quale io e mio fratello trovavamo conforto”. La sua conclusione è un inno alla semplicità dell’accoglienza: “Insieme portarono armonia nella nostra casa”.

La vita scorre tra giochi sicuri nel compound, le parate dei soldati con il loro “Hup, two, three, four..hup, two, three, four!” e le amicizie internazionali: “Claus il danese, Sasha il tedesco, e il vicino Ali, con la sua “enorme tartaruga domestica sulla quale a volte cavalcavamo”.

Poi, la scuola. “Il primo giorno… ricordo ancora di aver pianto e di essermi aggrappata a mio padre”. Ma la paura svanisce presto, sostituita dalla gioia per “le lezioni, soprattutto quelle di disegno, nuoto e narrazione”. Era “una piccola comunità internazionale di bambini provenienti da tutte le parti del mondo”. E il fratello che la incontrava per la pausa pranzo, a condividere “limonata e succo d’arancia fresco da piccole bottiglie di vetro”.

 

Profumi, Sapori e la Dolcezza dell’Infanzia

I sensi sono allerta nei suoi ricordi. “A casa la vita era interessante e la facile reperibilità di buoni ingredienti italiani… trasformò presto mia madre in un’ottima cuoca. L’aroma del burro fuso che aleggiava nell’aria mentre cuocevano le sue deliziose torte e il profumo degli spaghetti in cottura mi pervadono ancora i sensi e si soffermano nella memoria. Alle feste delle altre donne, mia madre era una star della musica e un’ottima cuoca di cucina bengalese.

Le serate dei genitori erano un microcosmo di diplomazia culturale: “Una stravaganza culturale e, da bambina, non avrei potuto chiedere di meglio”. Ricorda i “dik-dik, che assomigliavano a piccoli cervi” tenuti come animali domestici in una casa. Ricorda un incidente domestico, dove con i denti  aveva morso la lingua, provocando una copiosa fuoriuscita di sangue, durante una festa risolto dal rimedio dolce, di un medico presente: “Fortunatamente, un medico disponibile fermò l’emorragia cospargendo la lingua di zucchero”.

Il sabato era sinonimo di Beach Club: “La sabbia bianca e le acque cristalline… Ricordo di aver trascorso momenti felici in acqua indossando il mio galleggiante giallo a forma di paperella, il mio preferito”. E le serate di cinema in spiaggia sono quadri di pura poesia familiare: “Mio padre trasportava cibo e sedie a sdraio nel retro della sua Fiat nera e ci godevamo i film sotto un cielo limpido, scuro e stellato, con il fresco e ventilato mare Arabico che brontolava in sottofondo”.

Una canzone hindi, “Pyar ki Pyaas”, trovata decenni dopo su YouTube, sigilla quel tempo. “La dolcezza della mia infanzia a Mogadiscio ha poi infuso nel mio carattere una gioiosa positività che mi ha aiutato a superare molte difficoltà”.

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Il Ritorno e l’Impronta Indelebile

Poi, l’anno finì. “La transizione deve essere stata morbida perché non ricordo molto del nostro ritorno”. Ricorda le valigie rosse, i doni, l’accoglienza da eroi. Ma l’eredità più profonda era dentro di lei. “L’impressione più duratura della Somalia nella mia mente da allora è l’Inno Nazionale Somalo (Somalia tu so…) che cantavo molto spesso come un ricordo prezioso”.

Il racconto di averlo insegnato alla vicina, bambina, e di sentirselo cantare dopo quarant’anni, è un momento di magica connessione umana. “Ho realizzato quanto le mie storie l’avessero influenzata”.

Ma la gioia del ricordo si mischia a un dolore adulto e compassionevole. “Quando sento parlare delle lotte politiche ed economiche della nazione oggi, mi addolora immensamente”.

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Il Peso e la Leggerezza dell’Esperienza

Ora, con la saggezza degli anni, riflette. “Dopo quasi sei decenni della mia vita movimentata, realizzo il peso e l’importanza della mia esperienza di vita in Somalia”. Elenca i doni ricevuti: “Il cambio d’ambiente, la stretta associazione con stranieri… la sicurezza della famiglia… hanno contribuito tutti alla formazione del mio carattere”.

Poi, il racconto affronta le ombre: la perdita tragica del fratello Gautam , il matrimonio, le avversità della vita. “Tuttavia, mi ripresi… sono rimasta forte nonostante le avversità”. La sua filosofia è semplice e profonda: “Ho imparato a capire come, vivendo onestamente un giorno alla volta, le persone possano superare le molte crisi”.

Custodisce il passato come un tesoro: “Le fotografie e le lettere… sono per me come beni preziosi”. E lo trasmette: “Quando condivido queste storie… con i miei figli, sento di aver dato loro la migliore educazione in mio potere per il loro futuro”.

Un Ponte tra Culture: la Conclusione e una Confessione

Alla fine del nostro incontro, il suo sguardo si fa ancora più diretto e grato. “Infine, è una confessione dalla mia parte, Luigi…” dice, e in quella intimità improvvisa si celebra il senso stesso dello stare a raccontare e ad ascoltare. “La tua disponibilità ad ascoltare la mia storia e la tua profonda empatia nel rispondere mi rendono più leggera e felice, come una persona i cui pensieri aspettavano di essere ascoltati”.

Le sue parole finali non sono solo un ringraziamento, ma un manifesto umano, frutto di una vita tra mondi. “Grazie mille, Luigi, mi hai dato un ascolto paziente e mi hai aiutato a essere un ponte tra due culture completamente diverse”.

E poi, la perla di saggezza, levigata da tutte le esperienze: “Il mondo non è più un’ostrica e le crisi etniche in tutto il mondo ci danno una risoluzione più forte a considerare che, nonostante tutte le differenze, dovremmo credere che tutta l’Umanità è UNICA!”.

Silenzio. Non c’è nulla da aggiungere. La storia di Anuradha Ghosh, raccontata con le sue stesse, immutate parole, ha costruito davanti a noi quel ponte. Tra passato e presente, tra India, Somalia e Italia, tra il dolore e la gioiosa positività. Una testimonianza elegante, empatica e potente: che essere umani significa, fondamentalmente, essere un collegamento.

 

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Luigi Palumbo

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