Radici Sospese, tra vento e ricordi, un viaggio dal Kurdistan alla Scozia
Le Radici Sospese sono quelle di ogni persona costretta a migrare perché travolta dagli eventi
Radici Sospese che tentano di ancorarsi, per superare quel senso di caduta nel vuoto
Le Radici Sospese si creano ogni volta che una persona e’ costretta a migrare, per non farsi sopraffare dagli eventi. Ogni allontanamento non voluto genera fili sottili, invisibili all’occhio umano, ma non al cuore. Sono quei fili che non spezzi, e non vorrai mai spezzare, perche ti tengono ancorato alla tua terra.
E’ una mattina fredda e piovosa qui in Scozia, e io parto da Edimburgo per andare nella contea del Fife. Attraverso il Firth of Forth in treno, lungo il Forth Bridge, una magnifica opera industriale di fine ‘800 che potete vedere nel video.
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Kirkcaldy
Arrivo a Kirkcaldy, il villaggio principale del Fife. Davanti al Mar del Nord, con il vento che scompiglia i capelli e gli occhi che si perdono cercando l’orizzonte, incontro Jameel. Jameel e’ un siriano curdo, e questa e’ la sua storia. Incontro il suo sguardo perso nel mare, e gli chiedo come sta. Gli chiedo, e inoltre mi chiedo, come puo’ stare una persona che ha attraversato siccità, guerre e confini, per arrivare in Scozia, tra ricordi di guerra e la ricerca di un nuovo domani.
Il vento e’ veramente forte e fastidioso, decidiamo di sederci davanti a una tazza di caffè caldo per proseguire l’intervista. Così inizia il suo racconto, conversiamo in inglese, entrambi non madre lingua. Anche questa e’ una sfida, cogliere emozioni nascoste non e’ facile mentre si parla una lingua straniera. Eppure il racconto arriva tutto!
Guarda un estratto dell’intervista ![]()
Jameel
Jameel vive a Kirkcaldy da cinque anni, e’ partito dal Kurdistan siriano, dall’area del nord-est chiamata Rojava. Il suo passaporto e’ siriano. La ripresa degli attacchi da parte del governo di Assad, le difficoltà a trovare un lavoro e quelle della vita quotidiana, hanno spinto Jameel e la sua famiglia a prendere la decisione di andare via. Si spostano quindi dal Kurdistan siriano, verso il Kurdistan iracheno diventando, di fatto, rifugiati in Iraq.
Gli chiedo perche hanno scelto di venire in Scozia, mi risponde che la scelta era tra il Canada e il RegnoUnito, ma che le informazioni a disposizione davano il Regno Unito come una terra che forniva maggiori possibilita di ricominciare.
“Quando siamo riusciti a uscire dall’Iraq“, dice Jameel, “ci siamo spostati prima in Giordania, da li siamo partiti verso Londra e da Londra siamo arrivati in Scozia dove avevamo gia un colloquio per lo status di rifugiato. I miei bambini avevano due e tre anni”
“In Iraq ho accettato ogni tipo di lavoro, la maggior parte molto pesanti, ma non bastava mai e non era possibile sopravvivere”
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“Mi ricordo che suoni il violino”, gli dico. “Parlaci di questa tua passione”
“Ho imparato a suonarlo mentre vivevo in Siria. Quando mi sono spostato in Iraq purtroppo ho smesso di suonarlo. Ma una volta in Scozia, l’organizzazione ESOL, con la quale ho fatto il corso di inglese per chi non e’ madrelingua, mi ha aiutato a ottenerne uno. Cosi ho ricominciato a suonare. Mi e’ mancato molto durante il periodo in Iraq suonare, allora cercavo di ascoltare pezzi musicali con il violino, che pero’ sono generalmente tristi o trasmettono tristezza”.
“Parlaci del periodo in cui eri in Siria”
“I miei iniziali ricordi della Siria sono molto belli, prima della guerra. Vivevamo a Damasco con tutta la famiglia, ma lo scoppio della guerra ha reso Damasco una città invivibile. Mi sono spostato in Iraq nel 2012, e ho vissuto come rifugiato in Iraq fino al 2019, vivendo in tende due metri per due metri. Per 6 anni non abbiamo potuto muoverci dal campo profughi. C’era anche il problema della lingua. La nostra lingua madre e’ il curdo ma parliamo correntemente l’arabo perché ci viene insegnato a scuola. Ma l’arabo siriano e’ diverso dall’arabo iracheno”.
“Ora ho smesso nuovamente di suonare il violino dopo la morte di mio padre, perche suonare mi appesantisce l’anima, mi ricorda troppo la mia famiglia in Siria. Quando ero in Siria ho composto un pezzo, e’ piuttosto triste“.
Il pezzo che Jameel ha composto e’ quello che avete ascoltato nel video. Qui sotto una sua performance con la base di un pezzo siriano.
“Ora, com’è la tua viita qui?”
“Purtroppo l’arrivo qui ha provocato una forma di stress per via della lingua. Inoltre mia moglie e io ci siamo separati, ora viviamo in due appartementi diversi e i miei figli vivono con lei. Ma abbiamo un ottimo rapporto. Quando sono arrivato in Scozia ho iniziato subito a studiare l’inglese grazie ai corsi che le community organizzano. Per un periodo ho studiato anche al college. Ora sto prendendo la patente perché ho un potenziale lavoro, ma non posso ottenerlo se non ho la patente”.
Il video qui sotto fornisce un’analisi geopolitica della questione Curda.

Usciamo dal Café e facciamo un giro lungo High Street, la via principale di Kirkcaldy. Mi parla dei figli, di come crescono. Parliamo dell’esperienza di essere un genitore in terra straniera, dove i figli bambini spesso vivono una esperienza da intermediari trai genitori e la comunità, perché conoscono la lingua meglio dei genitori. Capita quando i figli sono piccoli e crescono andando a scuola nel nuovo paese. Imparano la lingua bene e velocemente. E’ un aspetto di cui spesso non si tiene conto, e rientra tra le grandi difficoltà di una famiglia costretta a spostarsi.
Da High Street ci spostiamo nuovamente davanti al mare, immenso e rumoroso, come a ricordare che le storie personali si intrecciano con quelle di migliaia di altri viaggiatori. La sua esperienza è piccola e fragile, ma riflette un quadro più grande: conflitti che costringono a partire, terre che accolgono e al contempo interrogano, e l’umanità che, come le onde, continua a muoversi, cercando un porto sicuro dove sentirsi a casa.
Tornando a guardare lo stesso mare, la storia personale si apre a quella di migliaia di persone che, come lui, navigano tra speranza e perdita. Ogni volto racconta un conflitto, ogni passo un’esigenza di sicurezza, e il Mar del Nord diventa simbolo di ciò che l’Europa accoglie e, talvolta, fatica a comprendere. La sua vicenda è un piccolo frammento di una crisi globale che continua a chiedere attenzione e umanità.
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Nei miei primi giorni all’estero mi dicevo: “L’ultima persona ad abbandonarti ha visto il tuo dolore”, ma ciò che ha cambiato tutto è stato un incontro meraviglioso con questa giornalista che ha empatizzato con me con tutta la sua umanità. Che Dio benedica le persone come te, Alessandra. Mi manchi.🙏
Le radici di Jameel sono sospese, in un limbo tra il “prima” e il “dopo”. Mentre tenta di ancorarsi al presente – con i corsi d’inglese, la ricerca di un lavoro – il passato la trattiene con il suo peso di dolore: l’eco della guerra, la prigionia in un campo, l’assenza del padre, lo strappo della famiglia.
In questa tensione, il suo violino diventa il simbolo più struggente. Quello che era uno strumento di bellezza e identità, ora è un promemora di tutto ciò che è perduto. La musica, un tempo linguaggio dell’anima, risveglia un legame troppo doloroso con la patria e gli affetti lontani, al punto da dover posare l’archetto.
È la prova che quei “fili sottili”, mentre ci legano a chi eravamo, possono anche legarci a una ferita. Sono un’ancora di salvezza, sì, ma a volte anche un laccio che stringe il cuore, rinnovando, con tenace dolore, il senso di una perdita infinita.