Ciro Petrarulo e il Pane al Veleno: quando il Lavoro diventa Pane per la Morte
Ciro Petrarulo, Taranto e il Pane al Veleno. Di Lavoro si Vive e si Muore
Il caso di Ciro Petrarulo e l’Italsider di Taranto
Oggi voglio parlare di Ciro Petrarulo, giornalista che ho incontrato tramite il sindaco di Carosino (Taranto), Arcangelo Sapio. Il sindaco, oncologo dell’Ant, mi portò a trovarlo a Grottaglie in un giorno d’estate; Ciro era allettato a causa di un tumore osseo terminale. Aveva espresso il desiderio di scrivere un libro sull’Italsider, dove aveva lavorato per 40 anni come addetto alle relazioni pubbliche occupandosi della comunicazione interna ed esterna, in qualità di testimone diretto.
Il Libro
La condizione di salute precaria influenzava significativamente il suo atteggiamento nei confronti della vita e le conseguenze dell’esposizione al veleno assunto durante l’attività lavorativa. Il libro è intitolato: Pane al veleno. Senza se e senza ma. A oltre cinquant’anni dall’apertura del più grande stabilimento siderurgico d’Europa a Taranto, il dibattito resta aperto: beneficio o disastro? Nonostante il benessere economico, i danni alla salute sono stati gravi secondo rapporti e denunce di associazioni mediche e ambientaliste.
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Taranto
La magistratura ha agito con l’appoggio della cittadinanza ma senza un sostegno adeguato dal Governo. Il procedimento giudiziario è ancora in corso, mentre Taranto rimane tra le aree con la peggiore qualità della vita in Italia. Il libro racconta la storia della siderurgia dal punto di vista di un giornalista. Prima del 1995, la comunicazione interna avveniva tramite un foglietto accanto all’orologio marcatempo, informando su sicurezza e ambiente. Con l’arrivo di Riva, il privato subentra, la comunicazione si interrompe e l’acciaio diventa una questione familiare.
La Fabbrica
Un altro elemento importante riguarda le dimensioni di questa fabbrica. Basta pensare che Bagnoli, pur essendo molto più piccola, non ha ancora completato la bonifica dopo 40 anni. È stato avviato ufficialmente a marzo 2025 un nuovo progetto per il recupero ambientale e la riqualificazione urbana dell’ex area industriale dell’Italsider di Napoli. L’ex Ilva di Taranto “…è una vera e propria città nella città. La sua estensione (15 milioni di metri quadrati) è addirittura cinque volte la superficie della città di Taranto.
Ha oltre 50 chilometri di strade e più di 200 chilometri di ferrovia ed altrettanti di nastri trasportatori; ha ampie zone verdi: 300 mila alberi, tra alto e medio fusto, e 350 mila metri quadrati di prato. Il sottosuolo è percorso da una fitta trama di collegamenti per la distribuzione delle energie, delle informazioni (tra reti telefoniche e dei computer) e delle acque di raffreddamento, aumentate in parte con acqua industriale ed in parte con acquamarina depurata e pompata dal mar Piccolo attraverso un lungo tunnel. La rete di distribuzione delle energie è identificabile dai colori: verde per l'ossigeno; giallo per il vapore; marrone per i gas di cokeria e rosso per il gas di altoforno. Tutte energie di recupero, distribuite attraverso una sorta di ragnatela, intricata e delicatissima, con la sua parte invisibile altrettanto individualissima e sotto controllo. È quindi una grande città.”
Il Libro
Il libro è scritto in collaborazione con Ciro De Angelis che nella seconda parte del libro si sofferma su questioni ambientali generali legate all’inquinamento.
Quella fabbrica non andava raddoppiata
Un capitolo del libro è una vera scoperta, i tecnici del Ministero abilitati a dare assenso al raddoppio dello stabilimento all’inizio degli anni ’70, scrissero una nota negativa, il raddoppio decuplicava i problemi per i tarantini. Probabilente tale relazione restò nei cassetti di qualche ministro. La mia dedica si rivolge al giornalista che si chiede: fu vera gloria? Il sottotitolo è Il contraddittorio legame tra Taranto e Ilva: ora l’azienda ha il raffreddore, la città ha già da tempo la polmonite…anzi il tumore. Una paginetta del libro parlava del profumo che nei giovani entrati per la prima volta in una grande azienda statale, sembrava persino buono, perché si collegava al pane che si portava a casa.
Una pagina quasi romantica che recitai in una presentazione del libro che lui ascoltò a casa, dal suo letto. Il giorno dopo mi chiamò per ringraziarmi, era commosso. Pochi giorni dopo mori. Aveva fatto appena in tempo a pubblicare grazie a me i suoi ricordi e il suo monito – riportato nel sottotitolo – era: misera Taranto serva del bisogno. E nel margine della copertina aveva riportato una frase di Gibran: quando la terra
espira ci dona la vita. Quando inspira ci aspetta la morte. Ciro!
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