Pasolini: cinquant’anni dalla morte dell’intellettuale “corsaro”
Quando Pasolini scrisse di italiani all’estero: in Il sogno di una cosa si racconta di giovani in fuga dall’Italia
Pasolini morì tragicamente, in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite, il 2 novembre 1975. La sua scomparsa segnò la fine improvvisa di una delle voci più radicali e lucide del Novecento, una figura controversa ma capace di rimanere, a distanza di mezzo secolo, di un’attualità sorprendente.
Ricordarlo significa tornare a un intellettuale che non si limitò a interpretare la realtà, ma la attraversò con un’attenzione costante alle sue contraddizioni più profonde.
Per celebrarne la memoria, si è scelto di soffermarsi su un tema che ci sta a cuore e che ne rivela la sensibilità politica e umana: quello degli italiani all’estero, osservato attraverso le pagine de Il sogno di una cosa, romanzo che racconta la precarietà e la speranza dei giovani in fuga dall’Italia.
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Pasolini fu indubbiamente una delle menti più ardite e visionarie della cultura italiana del Novecento, un intellettuale capace di leggere la realtà con uno sguardo tanto lucido quanto doloroso. Celebrato per la forza corrosiva dei suoi articoli, per la densità poetica dei romanzi e per l’intensità del suo cinema, fu anche un uomo che suscitò reazioni contrastanti, oggetto di ammirazione e di scandalo, di culto e di diffidenza. Le sue prese di posizione, sempre controcorrente, lo posero in una condizione di isolamento che egli stesso trasformò in cifra etica e poetica. La tragica scomparsaLa notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 Pasolini venne ucciso all’Idroscalo di Ostia, in un luogo marginale e spoglio che sembrava la scena di uno dei suoi film più disperati. Da allora, inchieste, sospetti e nuove ipotesi hanno continuato ad avvolgere la vicenda di una morte che resta simbolo, più che mistero, della fragilità e della violenza che egli aveva incessantemente raccontato. Ma questa ombra non deve oscurare la complessità della sua opera, né la ricchezza del suo pensiero, capace di attraversare la letteratura, il cinema, la filosofia e la politica con una voce inimitabile. PPP, come amava firmarsi, è oggi un segno di appartenenza a un modo di intendere la cultura come esercizio di libertà, come scandaglio morale. Pasolini fuori dai confiniAll’estero Pasolini fu conosciuto soprattutto per la sua attività di regista. Tra le opere più significative si ricorda La ricotta, corto del 1963 in cui il celebre Orson Welles interpreta un attore impegnato sul set di una Passione di Cristo, una «caricatura di se stesso» lo definì Pasolini, la figura dell’artista moderno in crisi, intrappolato tra la vanità della rappresentazione e l’impossibilità di esprimere la verità. Pur riconoscendo quanto la fama internazionale abbia contribuito a consolidare la figura di Pasolini, in questo caso ci si vorrebbe soffermare su un altro aspetto: non tanto sul successo di Pasolini fuori dai confini italiani, quanto sul modo in cui egli stesso ha raccontato l’estero, la partenza e, soprattutto, il ritorno. Il sogno di una cosa, romanzo giovanile e spesso trascurato dalla critica, racconta di tre giovani friulani costretti a emigrare, sospinti dalla miseria e dal desiderio di una vita diversa. Il sogno di una cosaIl romanzo, scritto da un giovanissimo Pasolini ma pubblicato solo nel 1962, racconta le vicende di tre ragazzi friulani, ragazzi come tanti potrebbero esserlo oggi, costretti dalla povertà e dalle difficili condizioni di vita a cercare fortuna lontano dalla loro terra. Nini, Eligio e Milo partono con «molti pensieri in cuore e pochi soldi in tasca», Nini ed Eligio verso la Jugoslavia titina, Milo verso la Svizzera, unico dei tre a trovare un impiego stabile. Ma pagina dopo pagina emerge l’umanità profonda dei personaggi, e il desiderio di riscatto si intreccia continuamente con la nostalgia e il richiamo delle radici, così che i tre non riescono a liberarsi del pensiero della loro patria, idealizzata in rievocazioni di luoghi, odori e volti che hanno formato la loro infanzia e la loro identità. Milo fatica ad adattarsi alla rigida e fredda società svizzera, estranea ai valori di fratellanza, comunanza e convivialità che animano i paesi contadini friulani «Erano belle quelle ore – ricorda – noi giovanotti ci lavavamo alla pompa mentre i vecchi o i ragazzetti portavano ad abbeverare gli animali, e poi andavamo a cambiarci perché verso sera, nei nostri paesi, c’è sempre un po’ di festa. In Svizzera, invece, a quell’ora, veniva subito buio e freddo, e tutti si ritiravano nelle loro belle case». E aggiunge con sprezzante ironia: «i contadini in Svizzera sono molto diversi da noi. Hanno maggiori possibilità, perché non sono quasi mai famiglie numerose, come le nostre, e perciò possono vendere quasi tutto il loro raccolto. […] Ma la gran differenza con noi è nel mangiare: noi, pur essendo più poveretti, mangiamo come i più ricchi dei loro. A me pare che sia gente più dura e che abbia molto meno umanità di noi: anche se vanno a scuola fino a sedici anni, sono però meno intelligenti, e poi hanno l’avarizia nel sangue.» Nini ed Eligio scoprono che la Jugoslavia non corrisponde all’idea utopica che avevano nutrito: segnata dalla guerra e incapace di accogliere i loro sogni politici, li costringe a tornare, richiamati da quel senso di comunità e sicurezza domestica dove, come sottolinea Pasolini, «una fetta di polenta e un bicchiere di latte c’è sempre». Al centro del romanzo si sviluppa il conflitto tra la giovinezza e le difficoltà della vita, tra il desiderio di costruire un futuro migliore e la realtà che spesso lo ostacola. Il sogno di una cosa affronta temi universali e ancora estremamente attuali, come l’esodo verso altre terre, la precarietà, la disuguaglianza e la fragilità dei sogni. Le parole di Pasolini risuonano come la voce di una generazione che prova a cambiare il proprio destino, desiderosa di felicità e di una vita più giusta, ma destinata a confrontarsi con i compromessi dell’età adulta e con la fatica di un lavoro che può spezzare corpo e spirito. Letture consigliate: “Lacrime napulitane” cent’anni di nostalgia ed orgoglio partenopeo Conosciamo la Sindrome di Marfan Accade Oggi: le donne entrano nell’esercito Paparazzi al Prix Italia, in diretta da Napoli L’esodo dei giovani italiani: tra speranze e nostalgiaCome i giovani di Il sogno di una cosa, anche quelli di oggi si trovano davanti a un bivio che non riguarda soltanto il lavoro. È una questione più profonda, che attraversa la vita e l’appartenenza. Si trovano a ri-vivere in un luogo altro, «là – scriveva Pasolini – non c’era più l’Italia: pareva che non ci fosse più mondo, o che avesse inizio un mondo del tutto nuovo, libero, luminoso». Allora c’erano le campagne, oggi ci sono le periferie e gli uffici senza finestre, i contratti brevi, le partenze silenziose per città lontane. Cambiano i luoghi ma non la fatica. Il desiderio di cercare altrove una possibilità rimane, e con esso la nostalgia di chi resta. Pasolini l’aveva analizzato con una lucidità disarmante. I suoi ragazzi non volevano diventare ricchi, volevano soltanto non essere costretti a scegliere tra la fame e la dignità. Oggi molti giovani italiani, spesso preparati, spesso disillusi, vivono lo stesso conflitto. Ogni anno più di centomila under 35 si trasferiscono all’estero, e dietro quei numeri si nasconde un sentimento collettivo fatto di frustrazione e di speranza insieme. Il sogno di una cosa racconta la difficoltà di restare fedeli a se stessi e alle proprie radici mentre tutto cambia intorno, quella che oggi si misura nella distanza fra ciò che si sogna e ciò che si ottiene, fra ciò che si studia e ciò che il mondo chiede di diventare. Il sogno diventa così una forma di resistenza, un modo per non accettare la rassegnazione perché, come diceva Ninì: «chi non ha pretese non ha neanche dispiaceri!». Eppure, nonostante tutto, qualcosa continua a muoversi. C’è una forza discreta in chi parte, ma anche in chi sceglie di restare. Entrambi cercano un futuro che non cancelli le proprie radici. È la stessa battaglia che Pasolini aveva raccontato, quella fra la nostalgia di un Paese che spesso non basta più e il bisogno di continuare a riconoscersi in esso. Forse “il sogno di una cosa”, oggi, è proprio questo: poter tornare, un giorno, senza sentirsi estranei. Immaginare un’Italia in cui restare non sia un atto di coraggio, ma una scelta possibile. E credere che quel sogno, per quanto fragile, continui a respirare dentro chi non smette di cercare un luogo da chiamare futuro. |
Il sogno di una cosa non è semplicemente il racconto di un passato remoto, ma uno specchio del presente, capace di riflettere le tensioni e le speranze dei giovani di oggi. Le vicende di Nini, Eligio e Milo raccontano ancora la fragile equazione tra partire e restare, tra la ricerca di opportunità, dignità e senso, e l’attaccamento a radici che definiscono l’identità. In un’Italia sospesa tra precarietà e attese, Pasolini ci ricorda con forza che custodire la memoria, alimentare i sogni e preservare il legame con ciò che ci costituisce non è solo un atto nostalgico, ma un presupposto indispensabile per dare spessore e continuità al futuro.
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