Generazione NEET: questi sconosciuti! l’altra faccia della gioventù italiana
Tra le luci e le ombre della ripresa post pandemia, in Italia emerge un’ombra che non accenna a svanire: quella dei NEET
Con il termine NEET – acronimo di Not in Education, Employment or Training – si indicano i giovani tra i 15 e i 34 anni che non studiano, non lavorano e non partecipano a corsi di formazione. Secondo l’Istat, nel 2025 circa il 16,1% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non è inserito né in percorsi di studio, né di lavoro, né di formazione. Una cifra che colloca il nostro Paese ben al di sopra della media europea, che si aggira attorno all’11,2%.
Si tratta di oltre 2 milioni di giovani (fascia 15-34 anni) che rischiano di restare esclusi dal futuro attivo del Paese
Ma i numeri da soli non bastano: dietro le statistiche si nascondono storie di disillusione, di territori marcatamente sbilanciati, e di strutture formative o occupazionali incapaci di assorbire adeguatamente le aspirazioni di una generazione. Le cause del fenomeno sono molteplici. Innanzitutto, il difficile ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, aggravato da contratti precari e da un mercato poco dinamico. A ciò si aggiunge una debole connessione tra scuola, università e imprese, che spesso non riescono a offrire percorsi coerenti con le reali esigenze professionali. Altri fattori sono di tipo sociale e personale: la necessità di occuparsi della famiglia, condizioni economiche difficili o una generale sfiducia nelle istituzioni e nelle prospettive future.
Le sfide principali
- Territorialità e divario Nord-Sud I giovani dei centri urbani e del Sud sono particolarmente colpiti. Le opportunità nei territori meno serviti risultano scarse o inadeguate.
- avoro nero e precarietà Un fenomeno che emerge con forza nei dati più recenti è quello del lavoro sommerso: molti giovani considerati NEET in realtà svolgono occupazioni non regolari. Questo non solo evoca una doppia esclusione — da istruzione/formazione da un lato, da lavoro regolare dall’altro — ma comporta mancanza di tutele, retribuzioni basse o inesistenti, instabilità.
- Costo sociale ed economico Lasciare una percentuale così alta di giovani “fuori” comporta non soltanto una perdita di potenziale umano, ma anche conseguenze sul medio-lungo termine per il sistema previdenziale, il welfare, la produttività nazionale.
- Formazione e transizione scuola-lavoro Spesso il problema non è solo che non ci sono opportunità, ma che quelle esistenti non sono adeguate: mismatch tra competenze richieste e competenze offerte, percorsi formativi poco collegati al mondo del lavoro.
Perché non è solo un’emergenza, ma un sintomo
Molti osservatori sottolineano che il fenomeno NEET non è un problema isolato, bensì il riflesso di disfunzioni strutturali: nel sistema educativo, nella politica delle opportunità, nelle politiche del lavoro. Il Sud d’Italia, le aree rurali, le periferie urbane vengono messe in difficoltà da carenze infrastrutturali, servizi carenti, scarsa offerta formativa e lavorativa.
Parallelamente, cresce il numero dei giovani che scelgono di emigrare all’estero, altro aspetto della stessa medaglia, per cercare migliori prospettive di studio o di lavoro. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2024 della Fondazione Migrantes, oltre 400.000 italiani tra i 18 e i 34 anni vivono oggi fuori dal Paese. Le destinazioni principali sono Germania, Regno Unito, Svizzera, Spagna e Francia. Si tratta spesso di giovani laureati o altamente qualificati, ma anche di diplomati che faticano a trovare in Italia un impiego stabile e ben retribuito.
Il legame tra i NEET e l’emigrazione giovanile è evidente, rappresenta l’altro aspetto della stessa medaglia: chi rimane in Italia e non riesce a inserirsi nel mondo del lavoro rischia di diventare NEET, mentre chi possiede competenze e risorse maggiori sceglie di partire. In entrambi i casi, si tratta della conseguenza di un sistema che fatica a valorizzare il potenziale dei giovani e a offrire percorsi professionali solidi e meritocratici.
Invertire la tendenza
Per invertire questa tendenza, sarebbe necessario investire in modo strutturale su politiche giovanili e formative: potenziare l’orientamento scolastico e universitario, promuovere esperienze di tirocinio e apprendistato di qualità, rafforzare il collegamento tra università e imprese, e sostenere programmi di rientro dei “cervelli” con incentivi fiscali e opportunità di ricerca e innovazione. Allo stesso tempo, è fondamentale puntare sulla formazione digitale e sulle competenze green, che rappresentano i settori più dinamici del mercato del lavoro europeo.
Per contrastare questo fenomeno, l’Italia ha aderito a diversi programmi e politiche europee, tra cui la Garanzia Giovani, che mira a offrire opportunità di lavoro, formazione o tirocinio a chi non studia né lavora. Inoltre, il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) prevede investimenti per migliorare la formazione digitale, l’orientamento e gli incentivi alle imprese che assumono giovani NEET.
NEET…in numeri
Fascia d’età NEET (%) Emigrazione Giovani (numero)
15-19 anni 5% 50,000 M/F
20-24 anni 8% 100,000 M/F
25-29 anni 4% 150,000 M/F
30-34 anni 2% 100,000 M/F
- 15-19 anni: Questa fascia d’età include i giovani che sono ancora nella fase finale della scuola secondaria o che hanno appena iniziato l’università o il mondo del lavoro.
- 20-24 anni: Questa fascia d’età comprende i giovani che sono generalmente all’università, in formazione professionale o che hanno iniziato a lavorare.
- 25-29 anni: In questa fascia d’età, molti giovani hanno completato la loro formazione e sono entrati stabilmente nel mondo del lavoro.
- 30-34 anni: Questa fascia d’età include i giovani adulti che hanno accumulato alcuni anni di esperienza lavorativa e potrebbero essere in cerca di avanzamenti di carriera o stabilità lavorativa.
I NEET rappresentano una sfida cruciale per il futuro del Paese: reinserire questi giovani nel circuito formativo e lavorativo significa non solo migliorare la loro condizione personale, ma anche contribuire alla crescita economica e sociale dell’Italia.
di Tiziana Fiori
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