Inquinanti Eterni. Dalla Sapienza di Roma nuova metodologia per tracciare le sorgenti

Inquinanti Eterni. Dalla Sapienza di Roma nuova metodologia per tracciare le sorgenti
discarica con ruspa in azione Foto di Alessandra Gentili

Problema degli Inquinanti Eterni affrontato presso l’Università la  Sapienza di Roma, con una nuova metodologia per tracciare le sorgenti

Gli inquinanti eterni sono un problema di non poca rilevanza. Sono tutte quelle sostanze inquinanti che non si degradano nell’ambiente e restano all’interno degli organismi viventi. Tracce di microplastiche vengono ormai titrovate anche nei feti. Non solo gli esseri viventi accumulano queste sostanze, ma producono anche passaggi da elementi a altri. Infatti se, ad esempio,  mangiamo pesce che contiene nel suo corpo inquinanti eterni, questi passano nel nostro corpo, e li’ sostano!

Ma vediamo cosa hanno realizzato alla Sapienza di Roma per tracciarli:

inquinanti eterni schema metodologico
I PFAS sono sostanze chimiche create dall’uomopresenti in molti prodotti grazie alla loro resistenza al calore e all’acqua. Si trovano ad esempio come composti nelle pentole antiaderenti, negli indumenti impermeabili, nelle schiume antincendio oppure negli imballaggi alimentari o nei cosmetici. Esse non si degradano nell’ambiente e si accumulano negli organismi viventi, compreso l’uomo con effetti cancerogeni. Per la loro persistenza vengono anche chiamati “inquinanti eterni”.

In questo contesto critico, un importante passo avanti arriva dalla Università La Sapienza di RomaEduardo Di Marcantonio, dottorando presso il Dipartimento di Scienze della Terra, sotto la supervisione dei professori Luigi Dallai e Massimo Marchesi, ha sviluppato il primo metodo analitico per l’analisi isotopica dei principali PFAS presenti nell’ambiente.

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Le analisi isotopiche rispetto a quelle chimiche non si limitano a rivelare la presenza e la quantità di un composto, ma restituiscono un valore che per lo stesso composto può essere diverso in base al processo chimico, fisico o biologico che lo ha originato. Questo tipo di analisi permette quindi, in condizioni di inquinamento diffuso, di differenziare le diverse sorgenti nonché la dispersione nell’ambiente.

Numerosi Esperimenti

Dopo oltre 300 tentativi sperimentali, il team di ricerca ha messo a punto un protocollo che permette di ottenere “firme isotopiche” specifiche per PFAS provenienti da diversi produttori industriali. Questa caratterizzazione rende possibile distinguere le origini dei composti, persino in scenari di inquinamento diffuso – cioè con sorgenti molteplici e non identificabili puntualmente.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Science of The Total Environment, ha anche mostrato significative differenze isotopiche tra PFAS di origine diversa, aprendo la strada all’identificazione delle fonti di questi “contaminanti eterni” nell’ambiente.
Il metodo è stato messo a punto presso il Dipartimento di Scienze della Terra che negli ultimi anni, ha investito molto nella creazione di uno dei laboratori di isotopi stabili più avanzati d’Europa, con l’obiettivo di mettere la ricerca al servizio del monitoraggio ambientale e della tutela della salute pubblica.

La nuova metodologia

Questa nuova metodologia, che restituisce il primo tracciante di sorgente per contaminanti così pericolosi per la salute e allo stesso tempo troppo poco monitorati fa parte di un progetto pilota che è stato avviato, in collaborazione con il CNR, per analizzare campioni provenienti dalla zona rossa di contaminazione da PFAS in provincia di Vicenza. (aise) 

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Redazione Radici

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