True Crime: l’ossessione di massa per il male, dal racconto ‘cannibale’ al podcast

True Crime: l’ossessione di massa per il male, dal racconto ‘cannibale’ al podcast

Negli ultimi anni, il podcasting ha assistito a un’esplosione di popolarità. Ma c’è un genere in parti
colare che sembra catalizzare l’attenzione di milioni di ascoltatori nel mondo: il true crime. Un filo
ne che non solo ha conquistato l’audio, ma si è affermato come vero e proprio fenomeno transme
diale, capace di mobilitare risorse, attrarre professionisti dell’informazione e di smuovere le co
scienze civili. I media tradizionali e le piattaforme streaming, infatti, hanno riempito i loro palinse
sti di documentari true crime, contribuendo a definire un’estetica del genere che si muove tra
voyeurismo, denuncia e fascinazione morbosa per il dolore.

Secondo il giornalista Simon Houpt, potremmo persino definirlo “il genere dominante del nostro
tempo”. Difatti, il true crime ha valicato i confini dell’intrattenimento per diventare anche strumen
to d’indagine sociale, nonché lente d’ingrandimento sul sistema giudiziario ed infine specchio delle
paure e delle ossessioni degli ascoltatori.
Secondo gli psicologi sociali Vicary e Fraley, e la psicologa evoluzionista Marissa Harrison, questo
tipo di contenuti soddisfa anche un bisogno cognitivo e sociale: ci educa, ci mette in guardia, ci fa
riflettere sul funzionamento (o sul malfunzionamento) del sistema giudiziario, e – talvolta – contri
buisce persino a risolvere crimini rimasti irrisolti o, in altre occasioni, riporta alla luce dei cold ca
se.

Il successo del true crime è dato dall’innata attrazione per il mistero e per la tensione narrativa che
conduce il proprio pubblico nelle case delle vittime, nelle spesso sventurate infanzie dei criminali,
lo fa persino accomodare nelle aule dei tribunali ai fini di aiutarlo a costruirsi una propria opinione
sul caso. Il true crime, insomma, non è solo passiva osservazione. È partecipazione, sia emotiva che
intellettuale. Qui, informazione e intrattenimento si sovrappongono. Questo genere, difatti, collega
eventi reali a una struttura narrativa spesso mutuata dalla fiction, spingendo il pubblico a riflettere
sui fatti e, talvolta, a metterli in discussione. È in questa tensione tra realtà e racconto che si inseri
sce la componente più “sovversiva” del genere: l’autore, il giornalista o il podcaster possono spin
gere il pubblico a chiedere giustizia, a riaprire casi, a smascherare verità taciute.

Non è un caso se molti studiosi hanno associato il true crime al concetto di wound culture – una
“cultura della ferita” in cui il dolore privato viene esposto, spettacolarizzato, consumato. Il crimine,
in questa prospettiva, diventa così un’occasione narrativa per riflettere sull’etica, sull’emotività e
sull’identità sociale.
Ma siamo di fronte solo a una moda passeggera o a un sintomo più profondo? Secondo Frank Fure
di il crimine è uno dei luoghi ideali per la costruzione di un pensiero critico poiché nel suo consumo
mediatico si crea uno spazio dove non si racconta solo il delitto, ma si problematizza l’intero im
pianto delle “verità” sociali.

Si potrebbe quindi assimilare tale fenomeno alla cosiddetta “letteratura cannibale” degli anni ’90.
Gli scrittori del movimento cannibale si nutrivano di macerie culturali: televisione, cronaca nera,
pubblicità, ultraviolenza, kitsch. Il loro linguaggio era disturbante, ibrido, volutamente efferato. Un
pulp italiano, erede del postmoderno. Il termine ‘pulp’ nasce negli Stati Uniti degli anni Venti per
definire una tipologia popolare di riviste contenenti storie a puntate, spesso di carattere raccapric
ciante, erotico, strano, la cui carta era fabbricata con la polpa dell’albero, quindi di qualità scadente
e dalla tenuta effimera. Col tempo, il termine si ritrova a definire l’ossessione estetica per i temi del
la violenza, del sangue, della droga, della marginalità, del paesaggio post-industriale.

Il cannibalismo letterario, che non acquisterà mai tale potere da divenire una vera e propria corrente
letteraria ma che i suoi effetti sono evidenti sino ad oggi, si sviluppa nel contesto socio-economico
del boom economico verificatosi negli anni dal ‘58 al ‘63: nel periodo di massimo benessere , di tut
ta risposta viene così meno quel confine fra cultura alta e bassa, un vero e proprio appiattimento, un
livellamento dell’alto sul basso. Dietro il pretesto letterario si cela molto più spesso uno spunto po
lemico di stampo sociale, politico, economico.

Il pulp, nato nelle riviste popolari americane degli anni Venti, è diventato nel tempo sinonimo di
narrazioni borderline, popolate da sangue, droga, alienazione e disagio giovanile. Gli autori italiani,
tra cui Aldo Nove, Niccolò Ammaniti, Isabella Santacroce, hanno trasformato queste suggestioni in
racconti brevi e taglienti, pieni di nichilismo e brutalità nella loro raccolta Gioventù cannibale.
Nel racconto E Roma piange, ad esempio, la capitale diventa simbolo di un’Italia lacerata, abitata
da personaggi senza nome, immersi in non-luoghi e motivati da una cattiveria gratuita. Una visione
del mondo che risuona con molti podcast true crime, dove il male appare spesso ingiustificato, ba
nale, e proprio per questo inquietante. La letteratura “cannibale”, difatto, è una letteratura contro
corrente che analizza le parti non benefiche della modernità a cui va riconosciuto il merito di aver
evidenziato temi ossessivi, oscure trame e corrispondenze, che non si potevano forse esprimere me
glio se non attraverso la forma breve del racconto.

I podcast, in questo contesto, si configurano come l’erede contemporaneo della narrativa breve can
nibale. A metà strada tra radio e TV, con un ritmo di produzione settimanale e un’interazione in
tempo quasi reale, il podcasting si rivela uno strumento potente per raccontare storie vere. E anche
per influenzare l’opinione pubblica.

Molti podcaster, infatti, si pongono l’obiettivo dichiarato di informare e, quando possibile, cambiare
le cose. Alcuni dedicano mesi di ricerca a un singolo caso, con un rigore giornalistico che sfida la
superficialità dei media mainstream. L’intento è quello di raccontare il crimine in modo chiaro, do
cumentato, spesso con l’aspirazione a riaprire dibattiti, sensibilizzare o addirittura favorire indagini.
Perché ci affascina tanto il true crime? Forse perché, il crimine raccontato nei podcast o nelle pagi
ne pulp ci parla del lato più oscuro della nostra società, delle sue crepe, delle sue paure. È proprio
questa tensione – tra verità e spettacolo, tra condanna e comprensione – che rende il true crime così
irresistibile. Non si tratta solo di voyeurismo. È una forma di partecipazione. Di indagine. E, in un
certo senso, di catarsi.

Bibliografia

Alfano G., De Cristofaro, F. Il romanzo in Italia, Carocci 2018

Boling, S. K.True crime podcasting: Journalism, justice or entertainment? Radio Journal: International Studies in Broa- dcast & Audio Media Volume 17 Number 2, 2019 Intellect Ltd Article. English language. doi: 10.1386/rjao_00003_1

Lindsey A. Sherrill : The “Serial Effect” and the True Crime Podcast, Ecosystem, Journalism Practice, (2020) DOI: 10.1080/17512786.2020.1852884

Scomazzon G. Strategie performative nel true crime seriale, Cinergie. Il cinema e le arti, n°10 novembre 2016 | ISSN 2280-9481

Stoneman E., Packer J. Reel cruelty: Voyeurism and extra-juridical punishment in true-crime documentaries, Crime Me- dia Culture 1 –19

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