La normalità del male ai tempi della disattenzione sociale
Di Yuleisy Cruz Lezcano
La scena è quella di un film di zombi: non perché ci siano creature sovrannaturali che vagano per le strade, ma perché assistiamo ogni giorno a un’interminabile processione di indifferenza che trasforma gli esseri umani in automi. La Convenzione di Istanbul nacque con l’intento di fermare questa trasformazione, un patto internazionale per prevenire, punire e porre fine alla violenza di genere, eppure spesso sembra parlare in un’altra lingua rispetto alla realtà che viviamo: leggi come l’articolo 612‑bis del codice penale, introdotto per riconoscere e reprimere lo stalking, sono strumenti preziosi, ma rimangono pezzi di carta contornati da interpretazioni, ritardi e da una società che fatica a leggere i segnali prima che diventino tragedia. Se il diritto è la mano che prova a fermare la macchina della violenza, quella macchina continua ad avanzare perché il terreno sociale su cui marcia è impregnato di abitudini, omissioni e piccole complicità.
Quando si parla di reato di stalking, l’attenzione pubblica tende a concentrarsi sul fatto immediato, sul gesto plateale, sulla denuncia o sulla condanna spettacolare, e questo è necessario, ma rischia di ignorare tutto il contesto che ha permesso a quel gesto di farsi concreto. È lì, nelle abitudini quotidiane, nelle attenuanti che la comunità concede, nei silenzi di chi sa ma non parla, che si annida la normalizzazione della violenza. Ecco perché il paragone con il film di zombi non è mera retorica: non sono solo i mostri in prima fila a uccidere, ma la massa silenziosa che non alza la voce, che guarda altrove, che interpreta la paura come imbarazzo o come qualcosa di privato che non vale la pena di denunciare.
Il caso dei fratelli Bianchi e dell’uccisione di Willy è un esempio che brucia ancora nella memoria collettiva. La rappresentazione mediatica, giustamente concentrata sull’aggressione e sulla brutalità dei dieci minuti fatali, ha però avuto l’effetto collaterale di rendere il racconto monodimensionale: sangue, condanna, sdegno. Pochi si sono soffermati invece a chiedere quale sia stato il paesaggio sociale e istituzionale che ha permesso a quei corpi di crescere così violenti, quali relazioni protettive o omissioni abbiano agito come cuscinetto per i loro abusi, perché denunce ripetute non abbiano scosso a fondo le istituzioni, perché segnali economici e comportamentali sospetti non siano stati esplorati con più attenzione. È un ragionamento scomodo: mette in discussione non solo i colpevoli diretti, ma la rete che li circonda, i personaggi secondari che sembrano naturali come sfondo e invece pesano come macigni.
Ecco i passaggi che spesso non si vedono nei titoli: l’amica che si dilegua e non chiama aiuto, l’osservatore che non interviene, il gruppo che accetta passivamente la dinamica violenta e ne diventa complice morale, i genitori che coprono i figli per orgoglio, i curiosi che chiedono il video invece del primo soccorso, il sistema giudiziario che non sempre assegna pene in grado di spezzare la spirale imitativa. Sono figure senza volto o con volti così comuni da risultare invisibili, eppure sono loro, più di ogni altra cosa, a normalizzare l’atrocità. Non perché siano mostri in senso mitologico, ma perché trasformano una scelta deplorevole in un comportamento tollerato, in un’abitudine che si apprende e si tramanda. Io lo so bene, e la mia esperienza lo conferma: in una sera d’inverno, al termine di una lezione universitaria, mi trovai in una situazione di aggressione. Cercai aiuto, e ricevetti lo sguardo di un passante distinto, un borghese con cappotto e valigetta, che si fermò un istante a valutare e poi proseguì. Quella esitazione, quel passo oltre, fu più violento dell’aggressore perché mi mostrò la misura della nostra colpa collettiva. Mi salvai da sola con una gomitata e una valigettata improvvisata, ma il senso di tradimento verso chi poteva intervenire e non lo fece rimase come un marchio. Non si tratta solo di coraggio fisico, ma di responsabilità sociale: il rifiuto di essere spettatori indifferenti.
Il giornalismo ha il dovere di raccontare la violenza con precisione e indignazione, ma quando diventa solo cronaca dell’evento e non scavo nelle premesse, contribuisce anch’esso alla superficialità del discorso pubblico. Mostrare il colpo finale senza esplorare il percorso che ha portato al colpo è come riprendere soltanto il morso di uno squalo e fingere di aver spiegato l’oceano. Il dito è stato mostrare il sangue, e la luna, quella lunga atmosfera di complicità, trascuratezza e silenzi istituzional, è rimasta nascosta. È più semplice indignarsi per l’azione che rimanere scomodi nella ricerca delle radici.
La legge, le convenzioni internazionali, le campagne di sensibilizzazione sono strumenti essenziali ma non bastano senza un cambiamento culturale. Bisogna formare occhi che non si limitino a guardare l’immediato, a reagire all’emozione del momento; bisogna educare a mettere il pensiero davanti alla pancia, a non scambiare la richiesta di vendetta per giustizia, a non premiare la brutalità con l’attenzione mediatica che ne alimenta la riproducibilità. È indispensabile anche pretendere che le istituzioni, dalla polizia agli enti fiscali, dai servizi sociali ai tribunali, non trattino la violenza come un fatto isolato ma come sintomo di reti che vanno indagate e smantellate. Se vogliamo davvero sconfiggere gli zombi che popolano le nostre città, dobbiamo smettere di alimentarli con il nostro silenzio, la nostra fretta, la nostra tendenza a limitare il discorso all’effetto visibile. Serve una società che non si limiti a guardare il dito, ma che alzi la testa per vedere la luna, e che, quando vede un’ombra che avanza, non si limiti a voltarsi dall’altra parte. Senza quei personaggi secondari, senza quelle omissioni, molte tragedie resterebbero solo potenziali, e forse il mondo sarebbe davvero un posto migliore.
Eppure, la sensazione più disturbante è che tutto questo non sia un caso, è come se esistesse una precisa coreografia dell’indifferenza, un copione non scritto che assegna a ciascuno un ruolo comodo e ripetibile: l’innocente spettatore, il complice riluttante, il genitore cieco, l’amico “non è affar mio”, l’istituzione distratta. Nessuno è formalmente colpevole, eppure tutti sono parte attiva della degenerazione. È questo che trasforma la violenza in normalità, che fa dei mostri dei ragazzi “un po’ sbandati”, delle vittime dei soggetti “poco prudenti”, e delle urla nel buio un fastidio da ignorare, magari chiudendo la finestra o alzando il volume della TV.
Quando ci si interroga sulla radice della violenza, si cercano risposte complesse, eppure spesso il nocciolo è disarmante nella sua semplicità: abbiamo disimparato a riconoscere l’altro come essere umano. È il cortocircuito dell’empatia, quello che ti fa osservare una scena brutale come se fosse un video qualsiasi, uno dei tanti, magari da condividere, commentare, scrollare. E se non riguarda te, allora è fiction. Realtà e narrazione si sono fusi, rendendo ogni tragedia un prodotto da consumo veloce. L’effetto è devastante: anestetizza, e l’anestesia sociale, come quella medica, toglie il dolore, ma anche il senso del pericolo.
foto State of Mind
