Orientamento al lavoro: una sfida
Continuiamo in questo racconto sull’orientamento al lavoro iniziato nella puntata di ieri. Siamo a Lecce nel 2001.
| Era l’11 settembre 2001, alle tre del pomeriggio. Tutti i ragazzi erano davanti al loro computer vecchio modello che li faceva scomparire del tutto se abbassavano la testa per scrivere. Mi accorsi che non ticchettavano sulla tastiera ed erano immobili. Passando tra i banchi notai che tutti i video avevano l’immagine di un grattatecelo in fiamme. Pensai ad un gioco di guerra. Il fatto mi fu spiegato quando uscii dall’aula. Un sito online, in un momento in cui la rete era carente di giornali online, aveva solo pubblicato una foto che era diventata virale. Gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York erano entrati in diretta in aula. |
Il secondo giorno s’avvia la riflessione sul percorso sulla propria esperienza formativa. Non è facile, non lo nascondo. Il timore in taluni è che si debba mettere in risalto cose intime e personali. Una rottura della privacy. Ma, spiego loro, non è cosi
Siamo quello che siamo stati. Non è un esercizio filosofico. Ma dall’esperienza passata è possibile capire chi siamo. Tutti gli errori fatti, le persone che ci hanno aiutato, gli eventi che ci hanno cambiato la vita.
Sono momenti importanti per l’aula. La fase più delicata di tutto il percorso di orientamento.
Non si tratta di acchiappar farfalle, bisogna scendere negli scantinati, uso questa metafora, pensando alla nostra psiche come se fosse una casa. Là dove sono sepolti i ricordi.
L’aula s’immerge in venti minuti di silenzio. La riflessione comincia. Tutti scrivono, ogni tanto fissando nel vuoto, con la mente che scava.
Poi si comincia e qui l’aula si racconta.
I racconti seguono tutti lo schema: i fatti più importanti, le persone, gli eventi. Poi il supporto avuto e gli elementi negativi, infine i punti di forza e quelli di debolezza.
Vinto il panico della riservatezza, tutti parlano. Io vedo quei visi che entrano nei miei occhi.
Maria, trent’anni, la faccia bruciata dal sole, parla delle sue origini paesane, la campagna, il lavoro agricolo fin da bambina. Poi da grande è fuggita nella città. Per lei un segno di emancipazione. Ma dalla pesantezza di un lavoro agreste è passata ad una serie di lavori brevi come commessa. Non è che ci abbia guadagnato. Ma tre giovanotti la impegnano come mamma: anche quello è un mestiere. Per lei, come per le tante mamme che ho incontrato, la maternità è proprio un evento che ha cambia la vita. Per la dura condizione delle donne, cambia le carriere, frena gli studi, fa crollare spesso i sogni.
Una mamma mi dice anche:
- ero timida, il mio punto di debolezza, ma dopo tre figli mi sono responsabilizzata. Non potevo fare altrimenti.
Ma sono in aula perché è giunto il momento di spiccare un salto, forse riprendere il cammino interrotto. Del resto, i figli crescono e vogliono riscattarsi.
Il riscatto, ecco un tema ricorrente. Come segno tangibile che indietro non si torna. Si ha voglia di futuro. “Il futuro ha le mani occupate” recitava un vecchio slogan di Italia Lavoro.
C’è chi ha le idee chiare su quello che vuole fare e chi deve capire.
Antonio, un omone di ventott’anni. Centoventi chili di salute. È campione regionale di pesi massimi. Vuole insegnarmi, durante la ricreazione, alcune mosse. Faccio in modo che desista dalla sua impresa, sono minuto e piccolo al suo confronto, non reggerei al suo destro, sia pur per scherzo. Durante la riflessione, mi apostrofa in dialetto:
- ma a che serve questo?
Gli sorrido – Serve, Antonio, scrivi –
Torna a scrivere con la testa giù.
Quando tocca a lui parlare è addirittura prolisso.
Racconta che il fatto che gli ha cambiato la vita è stato il servizio militare dove è stato impegnato a tirare cadaveri da sotto le macerie. Un’esperienza terribile che lo ha formato. Dietro la massa di muscoli si nasconde un temperamento docile.
Ha la predisposizione ad aiutare gli altri, vuole fare il fisioterapista per la riabilitazione di chi è meno fortunato.
- Allora, serve, Antò? – gli dico strizzando l’occhio
E questo il motivo dell’analisi di sé, capire chi siamo, per fare il punto da cui partire per il nostro obiettivo. Fare incetta delle munizioni per partire alla grande guerra personale, quella della ricerca di un lavoro.
Cristina è una ragazza con uno sguardo dolce. Parla piano e scandisce ogni parola soppesandola come merce preziosa che deve colpire l’interlocutore. Ha un viso radioso che s’illumina di più quando sorride. È entusiasta d’essere in aula, lo dimostra elargendo sorrisi a tutti. Quando parla di sé lo fa guardando fisso nei miei occhi. Era stata una monaca di clausura. L’amore che provava per gli altri era troppo stretto nell’abito monacale. Più bella la vita di parrocchia, la laicità che la porta in mezzo alla gente. Le suggerisco di seguire il suo sogno, è portata: addetta alla reception in località turistica.
- Chi ti guarda resterà ammaliato dal tuo sguardo e dalla tua dolcezza.
Ognuno di noi porta dentro di sé un’inclinazione. Individuarla, seguirla, è uno degli ingredienti del successo.
Mara è una ragazza sulla trentina, sposata ha un figlio già adolescente. Era per me un volto noto. Durante la presentazione, prima che lei parlasse, le compagne ammiccavano fra loro, come per dire “vedrai che sorpresa avrà il docente”. Mara è una giornalista video di una emittente locale, è una di quelle che compaiono sempre nel tg. Ma è stata licenziata e coinvolta in una mega vertenza insieme a tanti. Ora è disoccupata e fa la mamma. Ma non vuole demordere. La professionalità non si mortifica. L’aiuto a prendere dimestichezze con internet forse può ripartire da una collaborazione freelance con il nascente giornalismo on line: un’idea.
La informo che un altro collega, trovato in altra aula, ha questa idea. Lo conosce, lo contatterà. Anche questo succede in aula.
Luca ha il cipiglio dell’allievo dei corsi di formazione. Al suo attivo ha sei corsi fatti, due qualifiche, tre frequenze ed una certificazione. Questo corso lo fa perché ha visto il client prestigioso, ministeriale. So di poterlo aiutare, conosco un’azienda che cerca uno come lui, quasi per sfida gli dico:
“basta formarsi, sei già pronto per il lavoro?”
In un’aula trovo tutti avvocati. È una smagliatura del sistema di raccolta delle adesioni. Un progetto rivolto ai più disagiati non doveva consentire l’ingresso di professionisti, sia pure all’inizio della carriera, nel progetto. Però mi viene in mente quel ragazzo che lavorava in nero da un carrozziere al quale avevo proposto di fare la domanda. Quello mi aveva guardato in faccia e mi aveva risposto: “un corso? Computer? No, non è per me”
Già e per chi allora? Il manifesto di avviso pareva un appello alla costrizione di leva, senza parole semplici.
Per gli avvocati, tuttavia, l’orientamento serve a chiarire quale ambito scegliere nella professione e poi la lingua inglese e l’uso del pc è indispensabile anche per loro.
C’è chi è più giovane e trova nel corso una conferma rispetto alle scelte appena fatta. A Lecce che si avvia prima nell’estate trovo degli studenti appena diplomati e non ancora iscritti all’Università nel momento in cui avevano fatto la domanda di ammissione. Anche in questo caso c’è una smagliatura nel sistema di selezione, essendo il progetto rivolto a persone non inserite in percorsi scolastici.
Gianluca un brillante giovanotto di diciotto anni me lo fa notare:
- Professo’ non dovrei stare qui, vero? –
Lui comunque si diverte. Ha partecipato con la scuola ad una seduta del parlamento aperta agli studenti. In quella sede era stato relatore di una proposta di legge per la scuola. È iscritto a giurisprudenza, vuole fare il diplomatico. È convinto, ma sì ce la farà, perché no?
Assunta è una ragazzina minuta e bassina. Aveva un segreto che non voleva confessare. Me lo disse alla fine del secondo giorno. Si doveva sposare il giorno appresso. Restai sorpreso dalla grande motivazione che mostrava quella ragazza.
Non rinunciò al corso, si presentò il quarto giorno, dopo lo sposalizio. Ecco, pensai, una sposa nel progetto IN.
Quello dello sviluppo della motivazione era uno degli impegni che avevamo come orientatori. Quello che è accaduto in aula dimostra quanto grande fosse l’attenzione nella gran parte degli allievi. Il caso della sposa era emblematico, ma non fu il solo. Anche un’altra ragazza avrebbe rifiutato un lavoro per non perdere un solo giorno di lezione. Gli suggerii di rileggersi le regole, poteva farla un’assenza, non era il caso di perdere un’occasione.
Quando i ragazzi raccontavano, l’aula assumeva una fisionomia particolare. Era una terapia di gruppo in piena regola, i racconti di ognuno erano percepiti dagli altri con uno spirito di confronto costruttivo. Era la storia dell’aula che diventava un corpo unico. E si cominciava a capire il metodo che andava sviluppandosi.
Fabio e Giuseppe sono due fratelli. Si assomigliano poco, succede. Hanno entrambi solo la scuola dell’obbligo. Fabio è il fratello maggiore. Ne ha il cipiglio ed interrompe sempre il fratello minore. Non vanno d’accordo, sono diversi. Fabio è stato sempre con la mamma, nell’ufficio, si dichiara pronto a fare l’impiegato. Ma ha le idee confuse. Conoscenze zero, capacità pure. Giuseppe, invece, dichiara di essersi fatto da solo. Lavora come aiutante in una falegnameria. Gli piace il suo lavoro, è bravo, vuole con il tempo, mettersi in proprio. Ne ha le capacità.
Ecco il ruolo della famiglia. Nei racconti degli allievi il contesto familiare assume un ruolo talvolta negativo, talvolta positivo.
È chiaramente costruttivo quando la famiglia incentiva le scelte individuali, aiuta nei momenti di difficoltà. Diventa pericoloso il suo ruolo, quando stende un velo di protezione che imbriglia i desideri e spegne le vocazioni. Allora si diventa come Fabio, che crede di aver imparato qualcosa stando incollato alla madre.
Per consentire ai ragazzi di esprimersi al meglio e raccontare le loro esperienze io ho utilizzato uno stratagemma.
Ho compilato la mia scheda personale sopra un lucido ed ho fatto il bilancio del mio percorso formativo. Ero diventato uno di loro. La mia vita in gioco insieme alla loro.
Il risultato è sempre stato entusiasmante. Chi lo percepiva dall’esterno, i collaboratori dei centri di formazione, mi chiedevano. “ma cosa stanno facendo?” Nel silenzio maturavano le loro storie.
Flavia sembra una bimbetta con gli occhi azzurri ed i lunghi capelli biondi raccolti a coda sulle spalle. Nel suo racconto indica la persona che più l’aiutata in uno psicologo. Capisco che avrà avuto dei problemi. Parla di aver fatto la bracciante, ma diventa triste. È forse lì il problema. Non indago, non serve. Mi ritornano in mente le tristi vicende dei caporali e delle schiave delle campagne molestate. Ora Flavia è allegra e spumeggiante, il corso gli è più utile di una terapia. Ha già preso la certificazione, l’aggiunge alla patente europea. Brava Flavia!
Io mi “bevo” le loro storie, loro sanno che scrivo. “parlerà di me? – dice una. La gente è la mia passione da sempre. Adesso anche loro lo sanno.
Tra loro c’è chi ha già lavorato per molto tempo, prima di trovarsi disoccupato. Giulio è stato operaio in una fabbrica del nord. Ha la carnagione scura di chi ha lavorato all’aperto. Faceva il muratore. Si torna indietro per un richiamo della terra. C’è chi ha radici troppo forti e legami familiari che non si possono scindere. Questo è uno dei malesseri di questo sud.
La seconda giornata termina con un’esercitazione di gruppo per comprendere la distinzione tra capacità, conoscenze e comportamenti. La simulazione del gioco, la gara fra chi tra i gruppi fa meno errori, stempera il clima del lavoro precedente.
La lezione si chiude, è stata dura, ma i volti sono distesi. Loro sono più amici di prima. Ma anche il docente ora è più legato all’aula. Lo percepisco dai loro saluti. Siamo a metà strada, ma il più è fatto. (continua)
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