Faccio un lavoro interessante
“Faccio un lavoro interessante” è il titolo del diario di bordo di un orientatore per disoccupati, lavoratori in mobilità, addetti al lavoro socialmente utile inseriti nel progetto In del Ministero del Lavoro del 2001.
Il progetto In, Programma di Alfabetizzazione Informatica e Linguistica interamente calato sul territorio di otto regioni del sud dava un computer a 60 mila giovani purchè facessero una full immersion di quattro giorni di formazione.
Questo è il diario del formatore.
Il problema è che il lavoro mi perseguita. Quando vado a cenare fuori o passeggio o sono a casa d’amici, quando sono in vacanza e visito una città, mi ritrovo a guardare la gente, cerco di interpretare il rapporto delle persone con il lavoro, il loro lavoro – il sistema industriale lo giudico in funzione del lavoro che crea – le singole aziende in funzione di come gestiscono i fabbisogni formativi, come selezionano, sistemano i loro organici – le comunità locali in funzione di come sviluppano il loro marketing territoriale e gestiscono i servizi informativi per i giovani, della progettazione che hanno attivato e della loro qualità – l’attenzione dello Stato e della Regione in funzione della modalità d’intervento nel settore sociale e nella formazione – la scuola in funzione della qualità della formazione/informazioni sul mondo del lavoro che ricevono i nostri figli – l’attenzione sociale della gente in funzione di come partecipa alla tensione verso lo sviluppo territoriale.
Sento fortemente la necessità di vedere più occupazione.
Sono un orientatore. Termine nuovo, nuova professione che si espleta nel ricercare la soddisfazione di un cliente: il disoccupato, il cassaintegrato, il lavoratore in mobilità, che si rivolge ad un ente, ad un centro pubblico per trovare lavoro.
Nel percorso IN ho avuto la possibilità di incontrare centinaia di giovani, donne e uomini.
Tanti volti che mi guardano ancora quando chiudo gli occhi ed il buio non mi perseguita.
Per tanti anni ho guardato al mondo del lavoro avendo fra le mani, studi di settore, dati statistici: donne, uomini, diplomati e no. Ora è diverso, le aule raccontano, hanno la loro storia, ciascuna diversa. E poi sono tanti, tanti.
La prima aula che incontrai era a Lecce, prima provincia della Puglia partita in questa sperimentazione.
Il compito mio lo conoscevo. Era di creare un feeling dell’aula con il contesto del progetto formativo, che prevedeva poi una lunga fase di formazione a distanza. Creare una sorta di interesse verso la formazione, motivare ad un percorso diverso, fare entrare l’aula nella formazione con convinzione e entusiasmo.
Ma non era solo questo. L’orientamento è una fase indispensabile per dare agli allievi la giusta collocazione della formazione all’interno del proprio progetto professionale che poi è anche il proprio progetto di vita. E per far questo occorreva partire da loro.
Il meccanismo che governava il reclutamento delle persone era in parte dovuto all’elaborazione elettronica delle iscrizioni. Criteri che riscontravo: lo stesso titolo di studio, la stessa provenienza geografica, la stessa età.
La prima aula era tutta al femminile; dodici garbate signore sui trent’anni.
L’impaccio della prima aula fu aggravato dal mancato funzionamento, per tre giorni su quattro, tanto durava la fase di orientamento, dei computer sui quali gli allievi dovevano operare per inserire il loro curriculum analitico.
Mi toccò far leva sull’esperienza di aula per cercare di mantenere alto l’interesse sul lavoro che dovevamo fare insieme. Anche perché tutti entravano in aula pensando di fare un corso di informatica e di inglese promosso dalla Regione. In realtà si trovavano di fronte a qualcuno (io) che gli parlava del mercato del lavoro e dell’esigenza di esplorare se stessi per cercare il proprio obiettivo. E di un progetto che aveva la paternità più in alto (Ministero del Lavoro) ed una società (Italia Lavoro) che aveva nel nome una delle ragioni fondanti della costituzione italiana. Ma senza computer funzionanti il rischio era di non essere per niente credibili. Ma tant’è quelle prime dodici signore, pur lavorando come matte l’ultimo giorno ad inserire i dati nella banca informatica del sito del progetto, mi dissero:
- abbiamo compreso il metodo –
Una, in particolare, una ragioniera di trentadue anni, di fronte alla verifica dei propri interessi, aveva sbottato:
- Ma davvero ho sbagliato tutto nella mia vita, studi compresi. Che ci faccio io ragioniera, con un temperamento artistico?
Ecco, la prima risultante significativa di un percorso orientamento: mettersi in discussione per capire se stessi. Nel caso della ragioniera il progetto credibile era di coniugare il pragmatismo della formazione avuta, con l’abilità a creare oggetti artigianali per una possibile attività autonoma.
PRIMO GIORNO
Compresi dal primo giorno quanto importante fosse offrire a livello individuale una fase di riflessione così concreta. Sentivo gli sguardi di gratitudine in quelle persone che si concretizzava nelle strette di mano, negli abbracci finali.
Non ho la pretesa di raccontare tutto quello che ho ascoltato nelle ore passate con più di 700 disoccupati di tre province, ma voglio rappresentare quest’esperienza per capire un mondo del non lavoro come esso è realmente, in un sud dove sovente si parla di assistenzialismo e del disoccupato come di un “nulla facente” nell’attesa della solita raccomandazione. La generazione che è cresciuta a cavallo della crisi degli anni ’80 e nelle riforme del mercato del lavoro, è una generazione viva e attenta, per nulla disincantata e per molti versi spregiudicata.
Val la pena di conoscerla come l’ho conosciuta io.
Quando Italia Lavoro avviò il progetto, una cosa era in chiaro, si trattava di un’attività che avrebbe fatto i conti con i limiti della sperimentazione. Ma era anche evidente che la grand’opportunità di entrare nel mondo dei disoccupati offriva metodi di indagine ed analisi a quanti operano nel campo della promozione del lavoro.
Questa percezione mi ha seguito in tutto questo percorso che ha occupato un intero anno.
Ogni volta che entravo in un aula, la prima cosa che coglievo era una sorta di serietà e di attesa nei volti di questi giovani che mal celava un misto di disagio e curiosità. E’ sempre scomodo il ritorno in aula in chi ha già completato da anni un percorso di studi. Vieppiù aggravato dal fatto di essere ancora disoccupati. Si leggeva negli occhi una certa tristezza, velata da sorrisi di circostanza, in quanti già venivano dal pessimo incontro avuto con il lavoro. Quanti sogni infranti.
Il mio compito sin dall’inizio era arduo. Trovare stimoli, creare interesse e non era per nulla scontato.
Nella prima attività di presentazione, nella prima giornata, io ero al buio totale. Non conoscevo nessuno di loro. Cercavo il feedback negli sguardi, nei leggeri cenni del capo. Mi sforzavo d’essere semplice e nel frattempo chiaro.
Poi arrivava il momento dell’esercitazione che serviva a costruire l’aula, con le presentazioni di ciascuno. L’intervista incrociata a tre, trasformava ogni allievo in un cronista che cerca di indagare sull’altro. Quest’attività stemperava il clima teso dell’avvio, creava una dimensione di gioco, serviva a stabilire i primi rapporti amicali nei gruppi e faceva conoscere l’aula al docente.
In questa fase si stabilivano i patti, erano chiariti i presupposti, i dubbi. Venivano le prime richieste, e le prime risposte: “Perché sono qui, cosa mi aspetto dal corso”
Ecco l’aula, i ragionieri, i periti, i biologi, gli avvocati, i giornalisti, i geometri, i più deboli con la licenza media, i manovali, i garzoni, le commesse. Tutti disoccupati, o occupati in nero. Ma ora sono in un’aula, insieme, legati da un percorso di orientamento.
Alla fine della prima giornata, l’aula è pronta per entrare nel merito di quello che è il percorso di orientamento. Io ho usato la metafora dell’isola che non c’è per tentare di far capire il metodo. Non si tratta di cercare una stella per orientarsi nel mercato del lavoro. Bisogna guardarsi intorno, capire il territorio e poi esplorare un altro territorio, più vicino a se stessi, anzi proprio se stessi.
Sul territorio ogni aula, di ogni provincia, ha fatto un lavoro di ricognizione serio, che mi rammarico di non avuto la possibilità di raccogliere e documentare. Tante sono state le sollecitazioni avute che fanno capire la profonda conoscenza delle realtà economiche locali che hanno i giovani meridionali.
A Lecce i gruppi hanno descritto la realtà locale che oscilla tra modernismo ed arretratezza, ma hanno anche raccontato delle esperienze interessanti nel campo della lavorazione artigianale della pietra leccese, del connubio tra agricoltura e turismo, tra ambiente e valorizzazione del paesaggio. Memori delle vocazioni non industriali di una realtà che una volta si diceva essere la California del sud.
A Taranto la generazione post-industriale ha ben in chiaro il saldo negativo della presenza siderurgica ionica. Ora che non ci sono più trentamila occupati è chiaro che il disastro ambientale non è più accettato in termini di costi e benefici.
Anche qui l’attenzione è verso i servizi avanzati ed un lavoro, veramente tutto nuovo sul turismo.
Ecco il territorio, con le sue opportunità, i suoi limiti, i suoi servizi.
Ma la discussione sulla macro economia delle varie province continua con salto fra i dati della Camera di Commercio. E qui si hanno conferme e smentite su quello che ognuno sa. Anche aspetti mai noti, come quello di essere al primo posto tra le province che consumano prodotti alimentari
( la fame è sconfitta da tempo!) e fra gli ultimi per le classifiche annuali del Sole24 ore. Allora le smorfie dilagano sui volti. Ma il chiaro oscuro dell’economia è lo sfondo della relazione: è la realtà con la quale fare i conti.
Qui si continua a discutere, il mercato del lavoro che cambia. Sono un esperto. Il mio passato di sindacalista conforta l’analisi. Ma resto imparziale ed attento ai mutamenti. Cerco di far capire loro che le flessibilità sono da comprendere prima che avversarle sul piano concettuale. Che oggi serve la velocità. Chi prima arriva nel nuovo mercato dei lavori, prima ha la possibilità di restarci, districandosi fra le sue regole nuove e complesse. Così si parla del lavoro interinale, dei contratti di collaborazione, dell’apprendista del parasubordinato, quest’ibrido sul quale ancora si discute. E i vari contratti che hanno mutato le certezze: il contratto part-time, a termine, la riforma dei servizi all’impiego. Prima c’era l’assunzione e l’avviamento, assunzioni numeriche e nominative. Preistoria.
I ragazzi, in ogni aula, sono attenti. I laureati più di tutti.
Chi ha studiato altro, coglie l’occasione per apprendere i cambiamenti, messi in fila ed in schema, nelle slides che scorrono sullo schermo.
Ecco che l’aula termina il primo giorno. È stato intenso il lavoro.
- È interessante – dicono, uscendo. (continua)
Foto di Gerd Altmann da Pixabay
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