La parola si fa carne: Giovanni Testori
Un viaggio nel realismo teatrale tra parola, carne e dramma esistenziale
L’emozione che ha avvolto Fragagnano ieri sera, tra le ombre discrete dei Giardini Carducci, racconta molto più di un semplice spettacolo teatrale: è la materializzazione di una visione letteraria audace, quella di Giovanni Testori, maestro della maturità artistica italiana e figura tra le più significanti del realismo, accanto a Pier Paolo Pasolini.
Il realismo, in Testori, non è mai semplice fotografia del mondo: è una scalpellatura profonda, uno scavo che parte dalla nuda ossatura della realtà per astrarla, oggettivarla e trasfigurarla nell’espressione del sentimento.
Un autore che il pubblico del cinema ricorda anche grazie al film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti, ispirato ai racconti de “Il ponte della Ghisolfa”, ma che soprattutto ha segnato la scena teatrale italiana con un radicale rifiuto delle convenzioni. Testori, così amato nel nord Italia quanto poco noto nel sud, smentisce ogni superficie e cerca il nocciolo duro dell’esistenza, portando il teatro verso nuovi territori di parola e di carne.
Il manifesto di un nuovo teatro
Nel celebre “Manifesto per un nuovo teatro”, scritto insieme a Pasolini, Testori sostiene con forza la centralità della parola. Se per Pasolini il teatro si fa “rito culturale”, in cui la parola ha un valore concettuale e sacrale, per Testori il dramma si incarna in una “parola-materia”, ruvida e viva, che affonda nel “grumo dell’esistenza”. Il dramma, in questa visione, non si limita a essere recitato, ma si fa esperienza fisica, incarnazione, sporcandosi del sangue e della voce di chi lo porta in scena.
Confiteor e la Branciatrilogia
“Confiteor”, scritto per Franco Branciaroli, è la prima tessera di quella che sarà chiamata la “Branciatrilogia”, tre drammi costruiti attorno alla voce e al corpo di Branciaroli. Il testo, pubblicato da Mondadori nella collana “I Libri di Giovanni Testori”, trae ispirazione da un fatto di cronaca crudo e inquietante: un uomo uccide il fratello portatore di handicap, per sottrarlo a una vita che giudica priva di dignità.
La prima rappresentazione risale al 25 settembre 1986 al Teatro di Porta Romana, con la regia di Testori stesso, affiancato da Emanuele Banterle, e con la partecipazione di Mirton Vajani. In “Confiteor”, il dolore si fa voce, il monologo si trasforma in preghiera, coro, rantolo, respiro. Testori interroga la colpa, la compassione, la materia stessa della parola, in un testo difficile, scomodo, a tratti irriverente e blasfemo, ma attraversato da una disperata voglia di vivere.
La rinascita di Testori al sud
Portare Testori nel sud, come ha fatto Alfredo Traversa con la rappresentazione a Fragagnano, è un’operazione culturale di grande valore. Traversa sottolinea come Testori sia quasi un autore sconosciuto a queste latitudini, e come “Confiteor”, dopo la prima storica di quasi quarant’anni fa, sia stato raramente riproposto. Ed è stato possibile riportarlo in scena grazie all’autorizzazione del nipote di Testori, che custodisce la memoria e la fondazione dell’autore.
Questa riproposizione rappresenta il tentativo di restituire al pubblico del sud il genio di uno scrittore che ha fatto della parola una materia viva, capace di vibrare tra dialogo e monologo, tra preghiera e urlo. Sulla scena di ieri, gli attori Giuseppe Calamunci Manitta e Tiziana Risolo – madre e figlio avvolti nella trama di una pièce che si fa carne e spirito – hanno dato corpo a un testo che oscilla, come una messa laica, tra la solennità del rito e la brutalità della confessione. Bravissimi!
Un teatro che è corpo e paesaggio
La cornice settecentesca dei Giardini Carducci non è stata soltanto scenario, ma anima stessa dello spettacolo, unendo la memoria delle pietre al battito vivo delle parole. È qui che si compie il miracolo del grande teatro di provincia: uno spazio che diventa soglia tra la storia e l’attualità, tra la tradizione e il coraggio di osare. Grazie al dinamismo della Proloco di Fragagnano e la sua animatrice Nunzia Digiacomo.
In “Confiteor” la parola non è mai solo strumento, ma sostanza densa che si fa carne, dolore, invocazione, in un viaggio che risuona nei corpi di chi ascolta e di chi recita.
È questa l’eredità più autentica di Testori: un teatro che non teme il rischio, che si immerge fino in fondo nell’umano e che, anche a distanza di decenni, sa ancora scuotere, emozionare, far riflettere su ciò che siamo e su ciò che restiamo.
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