Brasile. Dalla crisi istituzionale al processo contro Bolsonaro

Brasile. Dalla crisi istituzionale al processo contro Bolsonaro
di Teresa Isenburg. Docente di Geografia economico-politica all’Università di Milano.

Il Brasile sta affrontando un processo storico: 34 tra politici e militari vicini all’ex presidente Bolsonaro sono sotto accusa per tentato colpo di Stato. Ma la posta in gioco va oltre l’aspetto giudiziario. In ballo c’è la tenuta stessa della democrazia, fragile e tutt’altro che garantita.

Importante è non cadere nell’illusione che sistemi politici democratici siano un’acquisizione definitiva che si mantiene stabile nel tempo. Al contrario essi sono fragili e bisognosi di una consapevole e continua azione di rinvigorimento e confronto con il circostante modificarsi mentale, culturale ed economico. Questa sembra essere l’acquisizione principale che deriva dall’osservazione della situazione del Brasile successiva al 2016. Nel momento in cui un gruppo di politici, che a vario titolo hanno occupato le stanze del potere dal 2016 al 2022, vengono oggi sottoposti a giudizio per tentativo di colpo di Stato e abolizione dello Stato democratico di diritto, provo a inquadrare questo fatto specifico in un contesto più articolato, per cercare di andare al di là della superficie.

LE REGOLE DELLA DEMOCRAZIA
Quando il 30 ottobre 2022 dalle urne è uscita la sconfitta del candidato Jair Bolsonaro e del suo vice generale Walter Braga Neto e la vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva e Geraldo Alckmin, con un margine inferiore a quello previsto dai sondaggi, un sospiro di sollievo si è mescolato alla preoccupazione per il grande consenso verso le Destre anticostituzionali e antisociali. E subito risultava evidente che il settore di potere sconfitto non aveva intenzione di comportarsi secondo le regole delle democrazie parlamentari a cui si ispira la Costituzione del 1988 elaborata dall’Assemblea costituente dopo la mai sopita lotta che aveva posto fine alla lunga dittatura militare. Esso non accettava infatti la dialettica di rispetto e confronto fra maggioranza e opposizione come normalità nelle alternanze o permanenze al potere. La collaborazione degli incaricati dell’esecutivo uscente con i rappresentanti di quello in costruzione era omessa e nebbiosa; l’ex presidente rifiutava di riconoscere la sconfitta mentre atti eversivi coordinati si verificavano in coincidenza con i passaggi procedurali di validazione dell’elezione presidenziale; parte delle reti sociali e la grande stampa accennavano in continuazione, e senza prove, a brogli e infine lo sconfitto partiva per l’estero per sottrarsi al gesto simbolico e formale di consegnare la fascia presidenziale a Lula (e forse anche per altri motivi, meno teatrali e di maggiore sostanza). Così fra venti e tempeste l’insediamento di Lula avveniva alla presenza delle diverse anime della Federazione: indi, lavoratori, contadini, donne e altri invisibili. Cerimonia emozionante, ma che non occultava il fatto che forze della Destra radicale sabotavano la nuova compagine con odio e con l’appoggio di una maggioranza consistente nell’Assemblea parlamentare.

In questo contesto pieno di insidie il nuovo governo sceglieva come motto, che appare sempre nel logo governativo, “unione e ricostruzione” che ben riassume l’indirizzo che intende seguire: unione per ricomporre le lacerazioni prodotte dall’odio e anche in riferimento agli interessi della società civile e ricostruzione di quanto devastato in campo sociale, ambientale e soprattutto istituzionale dal 2016 a fine 2022. In questo breve-lungo lasso di tempo il Brasile ha subìto un brusca scossa che ha messo in discussione la continuità democratica prima con la deposizione illegittima della presidente Dilma Rousseff e in seguito, sull’onda di manipolazioni giudiziarie e metodi tipici della (ben nota anche in Italia) strategia della tensione, all’elezione di Jair Bolsonaro, espressione di un segmento dell’élite collegata a settori delle forze armate, con un programma di limitazione delle libertà politico-sindacali, di accaparramento privato del patrimonio pubblico, di annullamento dello stato sociale.

UN PROGETTO ANTICOSTITUZIONALE
Il progetto anticostituzionale e antisociale (e la funzione sociale dello Stato è affermata nella Costituzione) è riconoscibile in diverse delle azioni degli esecutivi del periodo 2016-2022. Immediatamente dopo il proprio nebbioso insediamento l’illegittimo presidente Michel Temer ha promulgato, e il parlamento approvato, una legge che metteva fine alla vigente normativa sui rapporti di lavoro precarizzando i contratti senza la trattativa obbligatoria con le parti sociali. Il governo di Jair Bolsonaro ha, a mio modo di vedere, compiuto azioni molto lontane dal cammino democratico in costruzione dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso. In primo luogo ha inserito un numero altissimo di militari nell’esecutivo e in incarichi amministrativi federali calpestando il divieto per esponenti delle forze armate di assumere ruoli e funzioni politiche. Il numero ha raggiunto oltre 6mila unità. Guardando a posteriori viene da pensare che dietro a questa anomalia albergasse un patto scellerato volto a garantire l’appoggio “in caso di necessità” di chi detiene il monopolio dell’uso della forza. In secondo luogo è stato coltivato un contesto concettuale in cui governo e Stato venivano trattati come attori equivalenti e intercambiabili.

In terzo luogo, soprattutto nel secondo biennio del mandato, per garantire (o meglio comprare) l’appoggio del parlamento alle decisioni dell’esecutivo è stata incrementata a dismisura la pratica di concedere a singoli deputati e senatori o a gruppi partitari finanziamenti, sottratti alle spese discrezionali del bilancio, per progetti specifici di solito destinati ai rispettivi collegi elettorali. Lo spropositato livello di questi trasferimenti ha ancora assorbito nel 2024 un assurdo 27% delle previsioni di spesa alterando quindi la capacità del governo di dirigere le politiche pubbliche deviando di fatto parte del potere decisionale dall’esecutivo al legislativo. Inoltre le procedure attuative deliberate non consentono controlli sui destinatari di tali molti soldi, sui progetti beneficiati e tanto meno sulla rendicontazione.

DISTINZIONE TRA GOVERNO E STATO

Il governo Lula ha eliminato alcune di queste deviazioni, escludendo esponenti delle forze armate dagli incarichi governativi, rispettando e rafforzando la distinzione fra governo e Stato, ma non ha potuto porre un argine ai cosiddetti emendamenti parlamentari dal momento che il parlamento, il più conservatore del periodo post dittatura, si è opposto a qualunque modifica. In parallelo l’attacco all’ambiente nel periodo 2018-2022 si colloca nella semplice criminalità: la devastazione dell’ecosistema amazzonico e del Pantanal, la connivenza con la coltivazione mineraria illegale, la tolleranza della speculazione insediativa foriera di catastrofi territoriali sono oggetto di azione penale che, come si sa, è lenta e bisognosa di molte risorse. Non sorprende che educazione e sanità pubbliche siano state abbandonate.

Ci si può chiedere se questo insieme negativo per il Paese e favorevole a pochi gruppi forti dell’antisociale élite brasiliana possa essere considerato un fatto isolato, passeggero e fuori scala o se invece esso rappresenti un progetto di forze potenti. E sfortunatamente sembrerebbe essere più possibile la seconda ipotesi confermata dal tentativo di colpo di Stato organizzato e guidato da civili e militari al fine di impedire il rispetto dei risultati elettorali e mantenere al potere i rappresentanti del governo Bolsonaro accentuandone il carattere autoritario. L’8 gennaio 2023, dopo ripetuti atti eversivi, una discreta moltitudine coordinata invadeva la Piazza dei Tre Poteri, chiedeva l’intervento delle forze armate e depredava i palazzi delle istituzioni, mentre coloro che avrebbero dovuto assicurare l’ordine erano latitanti. Il fatto che l’articolato progetto di colpo di Stato non sia andato a buon fine (dal punto di vista dei promotori) non diminuisce la gravità di quanto accaduto. È in questo contesto che si colloca il processo, iniziato a metà marzo 2025, presso il Supremo tribunale federale (Stf) a coloro al momento riconosciuti come i 34 principali responsabili e organizzatori dell’eversione. Parte dei reati per i quali sono indiziati, abolizione dello Stato democratico di diritto e colpo di Stato, sono di competenza giudiziaria del Stf dove negli ultimi due anni sono già state indagate 2mila persone. Di esse 371 sono state condannate a pene da 1 a 17 anni mentre 527 hanno riconosciuto la propria responsabilità, hanno subito restrizioni e pagato multe.

LA PRETESA DI IMPUNITÀ
Qual è il significato, oltre all’aspetto giudiziario, di questo processo e quale la reazione della Destra estrema e “normale” a esso? Di fronte a una situazione ovvia (chi compie reati viene giudicato in tribunale) i sostenitori dell’ ex presidente sconfitto chiedono in modo chiassoso e con larga eco nei mezzi di comunicazione commerciali che venga emessa una amnistia dal momento che il colpo di Stato è fallito, quindi è come se non ci fosse stato, ergo non può essere giudicato. Un ragionamento che non trova appoggio né nei codici né nella giurisprudenza. L’idea è di votare tale amnistia in parlamento sostituendo di fatto il potere legislativo al potere giudiziario. Alle spalle di questa opzione peregrina, ma politicamente potente, affiora la secolare cultura e pratica dell’impunità dell’élite. E questo ci conduce al significato del processo in corso. Esso rompe con un agire radicato nell’ideologia della classe dominante brasiliana, cioè che essa è impunibile e impunita, irresponsabile per qualunque cosa faccia e comunque protetta dal ricorso all’amnistia. E questo vale anche per i militari, alleati della élite e dei privilegi garanti. L’iter giudiziario in corso, rigorosamente rispettoso delle procedure e solidamente sostenuto da prove, rompe con questo che sembrava un diritto acquisito e che dall’indipendenza in poi ha permesso a persone non di specchiata onestà di occupare le stanze del potere e vivere indisturbati. Nel processo per i 34 indagati (in parte già dichiarati rei) appare l’ex presidente della Repubblica e molti ufficiali e generali, oltre a esponenti delle forze dell’ordine ed è la prima volta che questo accade a livelli istituzionali così alti.

È una rottura. Questi accadimenti che avvengono assai lontano da noi ci riguardano in qualche modo? La risposta è “sì” e per almeno due motivi. Il primo è che conflitti, guerre, gestioni politico-amministrative oscure che coinvolgono uno o più Paesi hanno ripercussioni più ampie dei singoli spazi coinvolti. Il secondo riguarda l’attuale fase di diffuso spostamento a Destra in vari Stati dell’Occidente accomunati da una volontà di cancellare il passato, giustificandone le pratiche più ripugnanti e cercando di modificare il calendario delle date in cui ogni Paese si riconosce. In questo modo si tenta di manipolare il passato per stravolgere il presente. Meglio quindi non illudersi, ma appoggiarsi al “principio speranza” che consente di prefigurare un oggi e un domani degni di essere pienamente vissuti e per essi attivarsi.

Ph Jair Bolsonaro © Agência Senado from Brasilia, Brazil, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

fonte confronti.net

Redazione

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