Antonio Peragine. “Non in mio nome: perché la consegna delle chiavi a Francesca Albanese è un atto che non rappresenta la mia Bari”

Antonio Peragine. “Non in mio nome: perché la consegna delle chiavi a Francesca Albanese è un atto che non rappresenta la mia Bari”

“Non in mio nome: perché la consegna delle chiavi a Francesca Albanese è un atto che non rappresenta la mia Bari”

Di Antonio Peragine direttore di Radici

A Bari, la mia città, è stata consegnata la chiave simbolica a Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati. Un gesto altamente simbolico e politico, deciso dalla nuova amministrazione Leccese, che — al netto della sua intenzione — non rappresenta l’intera comunità cittadina. Non rappresenta me, cittadino barese, che da anni combatte per una città unita, libera da strumentalizzazioni e ideologismi, capace di parlare a tutte le anime che la abitano.

Francesca Albanese è una figura divisiva. Non per il ruolo che ricopre — delicato, certo, ma di per sé rispettabile — bensì per la narrazione fortemente parziale che ha costruito negli anni, ignorando, minimizzando o deformando elementi centrali del conflitto israelo-palestinese. Le sue dichiarazioni, spesso unilaterali, hanno generato polemiche non solo in Italia, ma anche in ambienti diplomatici internazionali, spaccando l’opinione pubblica e rischiando di trasformare la lotta per i diritti umani in una crociata ideologica.

Bari non è, e non può essere, il palcoscenico per una narrativa parziale. Non possiamo diventare megafono di una visione che alimenta divisioni anziché costruire ponti. Non possiamo cedere le chiavi — letteralmente — a chi ha trasformato il proprio incarico in uno strumento di militanza, piegando le complessità di un conflitto tragico e doloroso a una lettura che esclude, colpevolizza, radicalizza.

Il sindaco Leccese, con questa decisione, ha scelto di rappresentare una parte, non la città. Ha dimenticato che Bari è anche la città dei dialoghi interreligiosi, della cultura ebraica che qui ha trovato casa, dei cittadini che credono nella pace senza bisogno di erigere tribunali morali o posizionarsi su barricate ideologiche.

Chi difende i diritti umani dovrebbe farlo senza bandiere, senza eccezioni, senza doppi pesi e misure. Ed è per questo che oggi, da cittadino barese, dico: non in mio nome.

Consegniamo chiavi con troppa facilità. Ma una città non è un simbolo da brandire: è una responsabilità da onorare. E io, oggi, sento che qualcuno ha girato quella chiave nella direzione sbagliata.

 Antonio Peragine

Antonio Peragine

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.