La Riforma della Giustizia

La Riforma della Giustizia
La personificazione del concetto di giustizia. Foto di Smuldur per Pixabay

Il Passaggio della Riforma

Il 22 luglio, il senato ha approvato il ddl costituzionale n. 1353, ossia il nuovo disegno di legge relativo alla separazione delle carriere della magistratura tra i pubblici ministeri (magistrati requirenti) e giudici (magistrati giudicanti), con 106 voti favorevoli, 61 contrari e 11 astensioni. 

Attualmente la Costituzione stabilisce che per diventare magistrati sia necessario sostenere un concorso pubblico unico per tutte le funzioni, nel quale si sceglie se essere pubblico ministero o giudice. C’è comunque la possibilità di cambiare la scelta nel corso della propria carriera.

La notizia è stata accolta in maniera diversa dalle varie forze politiche presenti in Parlamento. La presidente del consiglio Giorgia Meloni e gli altri membri del governo hanno celebrato la notizia. In particolar modo, Forza Italia ha rivendicato il fatto che la riforma era stata proposta per la prima volta da Silvio Berlusconi nel 2011.

Al contrario, il Partito Democratico e il Movimento Cinque Stelle hanno criticato la riforma come un attacco all’indipendenza della magistratura. 

L’unica forza politica a non esprimere alcuna opinione al riguardo è stata Italia Viva. Sebbene Matteo Renzi avesse in passato sostenuto la necessità di questo tipo di riforma, il politico e il resto del suo partito si sono astenuti dal voto in quanto reputano che la proposta di Meloni non sia sufficiente per risolvere i problemi che affliggono il sistema giudiziario italiano. 

In cosa consiste la riforma?

La separazione delle carriere prevede la distinzione tra magistrati giudicanti e requirenti, ovvero tra giudici e professionisti dell’accusa. Inoltre anche l’organismo di autogoverno e di disciplina della magistratura verrà diviso in tre nuovi organi: due CSM (Consiglio della Magistratura) separati, uno giudicante e uno requirente, entrambi sotto la supervisione del Presidente della Repubblica. Allo stesso tempo, l’Alta Corte Disciplinare rimarrà l’unica istituzione in grado di giudicare l’operato di entrambi i tipi di magistrati. 

Bandiera che sventola al vento
Bandiera italiana
Foto di StockSnap per Pixabay

Secondo i suoi sostenitori, la riforma garantirà una maggiore imparzialità nelle sentenze giuridiche. A seguito di questa separazione delle carriere, le decisioni dei magistrati giudicanti non saranno infatti più influenzate dalla loro vicinanza “di categoria” ai magistrati requirenti. 

La presidenza di entrambi gli organi è attribuita al Presidente della Repubblica, mentre sono membri di diritto del Consiglio superiore della magistratura giudicante e del Consiglio superiore della magistratura requirente, rispettivamente, il primo Presidente della Corte di Cassazione e il Procuratore generale della Corte di Cassazione.   

Gli altri componenti di ciascuno dei Consigli superiori sono estratti a sorte, per un terzo da un elenco di professori e avvocati compilato dal Parlamento in seduta comune, mentre i restanti due terzi sono estratti tra i giudici e i pubblici ministeri. Infine, i vicepresidenti di ciascuno degli organi verranno scelti fra i componenti sorteggiati dall’elenco compilato dal Parlamento.   

Un’altra novità è rappresentata dall’istituzione dell’Alta Corte disciplinare che sarà composta da 15 giudici: 3 nominati dal presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte da un elenco compilato dal Parlamento in seduta comune, 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti in possesso di specifici requisiti e 3 estratti a sorte tra i magistrati requirenti in possesso di specifici requisiti.

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Perché viene criticata

Per cominciare, alcuni critici ritengono questa riforma superflua. La riforma Castelli (2006/2007) e poi la riforma Cartabia (2021) hanno infatti già posto dei limiti, temporali o geografici, molto stretti nel passaggio da un ruolo all’altro.

Il passaggio dalle funzioni requirenti a quelle giudicanti è inoltre consentito una sola volta nel corso della carriera e prevede l’obbligo di un cambiamento di sede, al punto che la separazione delle carriere sembra di fatto già esistere.

Anche l’idea del sorteggio dei componenti dei CSM è stata criticata in quanto impedisce ai magistrati di scegliere i propri rappresentanti e costituisce una riduzione dell’autorevolezza dell’organizzazione.

Le preoccupazioni dei magistrati.

La Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati (ANM) ha espresso forte preoccupazione per gli effetti della riforma appena approvata, sostenendo che essa rimuove garanzie fondamentali per i cittadini e mira a creare una magistratura “addomesticata e subalterna”, incapace di svolgere il proprio ruolo di controllo della legalità.

In particolar modo, l’ANM ha sottolineato che anche l’attuale ministro della giustizia Nordio aveva attaccato questo tipo di riforma con simili argomenti nel 1994. 

Il futuro della riforma

Dato che si tratta di una riforma costituzionale, il testo dovrà essere approvato dalla camera e dal senato una seconda volta senza alcuna modifica. In caso contrario, l’intero processo dovrà essere ripetuto.

È inoltre molto probabile che bisognerà organizzare un referendum popolare senza quorum per fare approvare la riforma. Giorgia Meloni e i suoi alleati non hanno infatti i numeri in parlamento necessari per approvare in maniera definitiva la riforma (ossia due terzi dei voti dei componenti di Camera e Senato).

 

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Raffaele Gaggioli

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