La psicologia come chiave per capirsi

La psicologia come chiave per capirsi

Psicologia oggi: non più un tabù, ma una chiave per capirsi

L’intervista che segue non è un semplice scambio di domande e risposte; è un’opportunità preziosa per sfatare miti, chiarire malintesi sulla salute mentale e, perché no, mettere a nudo qualche ipocrisia sociale. In un’epoca in cui tutti parlano di benessere ma pochi ne afferrano davvero il significato, abbiamo deciso di rivolgerci a chi, ogni giorno, scende nelle profondità della mente umana per aiutare le persone a ritrovarsi.

A rispondere, con la competenza di una professionista e l’empatia di chi sa ascoltare, è la Dott.ssa Maddalena Autieri – psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, terapeuta EMDR, psicodiagnosta, psicologa giuridica e consulente sessuologa.
Le abbiamo proposto un set di domande divise per blocchi tematici, in pieno stile “Tagliente”: scomode al punto giusto, ma sempre intelligenti e mirate.
Ne è nata una conversazione ricca di spunti, riflessioni e verità che spesso si tende a ignorare.

1. Introduzione alla psicologia (ma senza l’aria da convegno)

Partiamo dalla base: cos’è davvero la psicologia oggi? Non quella da manuale universitario, ma quella che entra nelle vite delle persone.
È un navigatore satellitare: non può dirti dove andare ma può aiutarti ad arrivare alla tua meta, coi tuoi strumenti e i tuoi tempi. È comprensione profonda, è dare senso alle emozioni, ai pensieri, ai comportamenti. È uno spazio dove smettere di “funzionare” per iniziare a “sentire”.
Perché, secondo te, la parola “psicologo” ancora oggi mette alcuni sulla difensiva? È paura del giudizio o del cambiamento?

Perché sentirsi (e mostrarsi!) vulnerabili, comprensibilmente, spaventa; perché il cambiamento, per quanto cercato, terrorizza, soprattutto se ti si viene chiesto di non restare passivi mentre qualcuno lavora “su di te”, ma ti evidenzia l’importanza di lavorare “con te” a quattro mani.
Se la psicologia fosse una persona, che carattere avrebbe oggi?
Sarebbe una persona empatica ma diretta, carismatica ma delicata. Saprebbe ascoltare e comprendere ma non darebbe sempre ragione. Sarebbe quella persona che ti guarda negli occhi e ti dice: “Lo so che fa male, ma possiamo starci dentro insieme”. Niente drammi, ma tanta verità.

2. Vivere nel 2025: il mondo è cambiato o siamo impazziti tutti?

Viviamo in un’epoca di iperconnessione e solitudine. Cosa sta facendo tutto questo al nostro cervello?
Lo sta stressando, sovraccaricando e confondendo: abbiamo mille stimoli e nessuna pausa. È come vivere in una festa che non finisce mai, ma in cui nessuno parla davvero con te. La conseguenza è che non ti senti davvero visto.
Siamo passati dal “non ho tempo per me stesso” al “non so più chi sono”. Quanto la psicologia può aiutare in questa crisi identitaria collettiva?

Può aiutare eccome. Prima di tutto dandoti una mano a capire come mai non sai più chi sei e poi esplorando con te quello che ti rende te. Il tutto senza risposte preconfezionate ma facendo le domande giuste.
Il benessere mentale è diventato un trend su Instagram, ma è anche reale? Come si distingue l’autocura autentica dalla fuffa da social?
C’è tanta fuffa su Instagram, ma c’è anche una consapevolezza crescente.
C’è da dire che l’autocura, quella autentica, è lenta, silenziosa, noiosa a volte quindi non sempre viene contemplata tra i contenuti più seguiti. Probabilmente non fa “stories” perché non è “prenditi un giorno off”, è “guardati davvero dentro anche quando non ti piace”.

3. Psicologi, psichiatri, coach e guru: chi fa cosa?

Oggi tutti sembrano avere una “vocazione” per aiutare gli altri: tra life coach, counselor improvvisati e santoni motivazionali, qual è il confine tra aiuto reale e business?
Partiamo dalle basi.
Psicologo: laureato in psicologia, abilitato alla professione, può fare per esempio diagnosi e sostegno. Non può fare psicoterapia.
Psicoterapeuta: uno psicologo che ha continuato il suo percorso integrando anni di formazione in psicoterapia, è lui che può seguirti in un percorso di cambiamento profondo.
Psichiatra: è un medico, può prescrivere farmaci; in teoria è anche uno psicoterapeuta ma, per mia esperienza, pochi psichiatri sono davvero formati per accompagnare in un percorso del genere. Coach/Mentor: motivano, guidano, ma non curano. Guru e santoni motivazionali: attenzione, non tutti sono truffatori, ma molti vendono soluzioni semplici a problemi complessi.

Da andarci con i piedi di piombo e farsi seguire sempre da professionisti competenti.
Quando è il momento giusto per rivolgersi a uno psicologo, e come si riconosce un professionista serio in mezzo al caos dell’offerta online?
Si chiede aiuto quando si è pronti. Davvero, non c’è una regola ma sicuramente non è necessario che ci sia un sintomo: basta sentire di voler fare un percorso per capire come funzioniamo e, perché no?, provare a cambiare qualche aspetto del nostro funzionamento. Un professionista serio ha una laurea, appartiene ad un albo, ha un approccio etico. Non ti promette miracoli ma ti guarda negli occhi e ti dice che ci vorrà tempo ma ci si può lavorare. Soprattutto- e prima di tutto- si può cercare sul sito dell’ordine professionale di appartenenza e capire almeno se sia davvero laureato/abilitato/specializzato. È importante, bisognerebbe farlo sempre.

4. Tabù, stigma e ipocrisie

Ancora oggi si sentono frasi come “Ma vai dallo psicologo? Non stai bene?”: come si demoliscono questi stereotipi, una volta per tutte?
No, vado dallo psicologo per non stare peggio. Come si demoliscono questi stereotipi? Parlandone. Normalizzando. Dicendo: “Sì, ci vado. E sai che c’è? Mi fa bene.” Tendenzialmente quello che ci porta da un professionista è una parte molto sana di noi che vuole venire fuori, essere coltivata; di contro, spesso chi non chiede una mano è perché ha talmente strutturato le sue parti disfunzionali che quella parte sana di cui ti parlavo prima viene completamente fatta tacere.

La salute mentale è spesso vista come una “questione privata”. Ma forse è ora di parlarne pubblicamente. Quanto incide il contesto culturale in tutto questo?
Moltissimo. In Italia, ancora oggi, “la salute mentale” è sussurrata: serve educazione, ma anche modelli pubblici che dicano: “Anch’io ho chiesto aiuto, ed è stato un atto di forza, non di debolezza”. Tanto è stato fatto, devo dire: già una decina di anni fa molti miei pazienti non dicevano a nessuno del loro percorso, qualcuno aveva difficoltà anche a portare le fatture dal suo commercialista per esempio o se arrivava una telefonata rispondeva che stava facendo una commissione e che avrebbe chiamato dopo poco. Oggi nella quasi totalità dei casi i parenti e gli amici dei miei pazienti sanno benissimo il mio nome e difficilmente arrivano telefonate inaspettate perché sanno già dell’appuntamento settimanale. C’è da lavorarci ancora, sicuramente, ma siamo sulla buona strada.

5. Giovani, social e ansie del futuro

I ragazzi crescono tra filtri Instagram e diagnosi su TikTok. Come si può educare alla salute mentale senza ridurre tutto a slogan?
Parlando in modo onesto, senza hashtag ma con esempi reali. Insegnando che non c’è niente di male ad avere giorni no, che la fragilità non è un bug, è parte del pacchetto umano che però è complesso, estremamente complesso.

Stiamo crescendo una generazione ipersensibile o semplicemente più consapevole? Dove finisce la fragilità e dove inizia la forza emotiva?
Consapevole nel migliore dei casi, disorientata in altri. Non sono deboli, semplicemente non sanno esattamente dove collocarsi anche perché hanno difficoltà a stare dentro ad una situazione frustrante, scomoda, che è quella di chi sceglie o prende atto di essere qualcosa e, di conseguenza, rinuncia ad essere altro. Hanno però meno filtri (quelli emotivi, non di Instagram) e questo elemento può essere un vantaggio se utilizzato bene.

6. Psicologia e potere

In molti ambienti, dal lavoro alla politica, l’empatia è vista come debolezza. È una bugia che ci stiamo raccontando?
Falso. L’empatia è una forma di intelligenza. Chi sa mettersi nei panni degli altri è più efficace, non meno. È solo che il mondo premia ancora troppo chi fa rumore, spesso con prepotenza, non chi ascolta.

Come mai chi mostra i propri limiti mentali è spesso considerato meno “affidabile”? C’è ancora una cultura del “soffri ma non farlo vedere”?
La cultura del “non farti vedere fragile” è dura a morire. Serve una rivoluzione che parta proprio dai leader: mostrare vulnerabilità non ti toglie autorità, te ne dà e credo che la differenza la faccia il modo in cui una persona mostra la sua fragilità. Recentemente Dan Reynolds, il frontman degli Imagine Dragons, ad un concerto a Napoli ha detto che lui ha avuto dei momenti difficili ed ha sottolineato l’importanza di chiedere una mano ad un professionista quando se ne sente il bisogno.
Mi è piaciuto davvero tanto non solo per il fatto che ne abbia parlato ma per il modo in cui lo ha fatto: semplice, breve, diretto. Efficace!

7. Chiusura tagliente, come piace a me

Se potessi far sparire con uno schiocco di dita una sola convinzione errata sulla psicologia, quale sarebbe?
“Dallo psicologo/psicoterapeuta ci va chi è matto/debole.” No. Ci va chi ha il coraggio di guardarsi dentro. Chi vuole cambiare davvero. Chi non si accontenta di sopravvivere, ma vuole vivere bene.

La tua professione ti permette di vedere le fragilità dell’essere umano ogni giorno. Ma cosa ti dà davvero speranza?
Le persone. Quelle che arrivano rotte, stanche, diffidenti, chiuse ma poi piano piano si aprono, raccontano, esplorano, riflettono…cambiano. Quando vedo qualcuno ritrovare la propria voce dopo anni di silenzio, io lì ci credo. Nella mente. Nell’anima. E anche nel mondo.

Vera Tagliente

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