José “Pepe” Mujica è morto: addio al presidente più umile del mondo
A pochi giorni dal suo novantesimo compleanno, José “Pepe” Mujica si è spento a Montevideo, lasciando un vuoto che va ben oltre i confini dell’Uruguay.
Ex guerrigliero tupamaro, simbolo della resistenza alla dittatura, prigioniero per dodici anni in celle di isolamento, Mujica ha incarnato una politica rara: fatta di coerenza, sobrietà e compassione.
Diventato presidente nel 2010, in un’America Latina attraversata da spinte progressiste e tensioni sociali, Mujica ha scelto di vivere come predicava.
Continuava ad abitare la sua umile fattoria, guidava un vecchio Maggiolino azzurro del 1987 e devolveva circa il 90% del suo stipendio a favore di chi era in difficoltà.
Mentre il mondo applaudiva il “presidente più povero del mondo”, lui rispondeva: “Povero è chi ha bisogno di molto per vivere.”
La sua presidenza non è stata solo simbolica.
Ha legalizzato la marijuana, aperto al matrimonio egualitario e difeso l’aborto legale, facendo dell’Uruguay un laboratorio di diritti civili in America Latina.
Ma non cercava popolarità: cercava giustizia.
Non parlava da politico, parlava da uomo libero.
Fino all’ultimo, Mujica ha rifiutato i privilegi del potere. Anche quando la malattia – un tumore all’esofago diagnosticato nel 2024 – ha preso il sopravvento, ha continuato a parlare con franchezza disarmante: “Il mio ciclo è finito. Sto morendo, ma non ho rimpianti.”
Pepe Mujica non ha mai indossato maschere.
Ha camminato nella storia con lo stesso passo con cui entrava al mercato del paese: lento, diretto, umano.
La sua morte non è solo la fine di un’epoca, ma l’addio a una voce che sapeva dire verità scomode senza perdere la tenerezza.
Ci lascia un’eredità che fa paura a chi vive di compromessi e slogan.
Siamo ancora capaci di riconoscere il valore della coerenza?
