Intervista al Prof. Giuseppe Patota primo allievo dell’insigne linguista e filologo Luca Serianni

Intervista al Prof. Giuseppe Patota primo allievo dell’insigne linguista e filologo Luca Serianni

di Pierluigi Lamolea

Giuseppe Patota è il primo degli allievi dell’insigne linguista e filologo Luca Serianni (scomparso dopo un triste incidente nel 2021) a essere diventato professore ordinario di Linguistica italiana. Storico della letteratura e grammatico italiano insegna presso l’Università di Siena; è Accademico della Crusca e dell’Arcadia, è stato direttore scientifico del Dizionario italiano Garzanti ed è condirettore della nuova edizione del Vocabolario Treccani. Ha al suo attivo più di centosessanta pubblicazioni (alcune delle quali tradotte e pubblicate all’estero) ed è componente di prestigiose giurie e commissioni giudicatrici letterarie e linguistiche.

Colpisce la qualità intellettiva ma soprattutto la sua umiltà: ha uno stile sobrio, non cerca palcoscenici e con esemplare passione rende disponibili sia agli addetti ai lavori sia agli appassionati della lingua italiana le sue conoscenze con un linguaggio comprensibile. Recentemente, per due stagioni televisive, è stato protagonista, insieme con la collega linguista Valeria Della Valle, della trasmissione su Rai3, Le parole per dirlo, un appassionante viaggio nella lingua italiana per raccontare il nostro modo di parlare nei suoi aspetti più vitali e concreti.

Qual è la definizione di Linguistica italiana?

«La Linguistica italiana è un settore di ricerca e d’insegnamento che comprende ogni tipo di studi sulla lingua (l’italiano) e sui tanti dialetti parlati in Italia. La definirei una disciplina (o meglio, un insieme di discipline) che studia, ricostruisce e descrive il passato e il presente dei suoni (la fonologia), delle forme (la morfologia), della sintassi e del lessico dell’italiano e dei dialetti d’Italia. Questa disciplina (o meglio, questo insieme di discipline) indaga la nostra lingua nelle sue manifestazioni sia parlate sia scritte e letterarie; inoltre, si occupa delle teorie, dei metodi e delle pratiche utili a insegnare l’italiano sia agli italiani (come lingua materna) sia agli stranieri (come lingua non materna)».

L’italiano è in buona salute o ha bisogno di cure?

«Quando mi fanno questa domanda, rispondo sempre allo stesso modo: l’italiano sta benissimo e non ha bisogno di cure; forse, dovrebbero curare di più la loro conoscenza e il loro dominio della nostra bella lingua coloro che la usano nei loro scambi quotidiani, parlati, scritti e… trasmessi (ogni riferimento a personaggi pubblici non è affatto casuale)».

Leggere di più equivale a usare al meglio la lingua?

«Leggere significa esporsi a un modello di italiano generalmente controllato e corretto: forse non equivale a usare al meglio la nostra lingua, ma certamente ci aiuta a usarla meglio. Sono convinto del fatto che, per migliorare la conoscenza della (e la competenza nella) lingua italiana sia importante leggere di tutto: non solo i classici, ma anche la narrativa contemporanea, i giornali, anche quelli dedicati allo sport, e perfino i fumetti. Tutto serve per rimanere in contatto con i vari aspetti e registri dell’italiano».

I social network stanno modificando la lingua e il linguaggio?

«Troppo presto per fare valutazioni di questo tipo. Solo tra qualche anno sarà possibile verificare se davvero questi mezzi avranno modificato la struttura della nostra lingua. I social network sono accusati, in genere, di essere colpevoli del degrado della lingua italiana. Vorrei far riflettere, invece, su un particolare: persone che avevano perso del tutto l’abitudine, dopo la scuola dell’obbligo, di scrivere, grazie alla scrittura telematica hanno ricominciato. Questo tipo di scrittura non mette soggezione, e milioni di persone hanno acquistato confidenza con le tastiere di computer, tablet, cellulari, per comunicare attraverso la rete i propri pensieri, opinioni, pareri, Certo, spesso si tratta di scritti con errori di grammatica, ma mi sembra più importante il fatto che persone altrimenti condannate al cosiddetto “analfabetismo di ritorno” abbiano ricominciato a scrivere».

È meglio usare una parola in inglese di uso comune oppure la lingua italiana?

«È sempre meglio usare parole italiane, tutte le volte che esistono, limitando l’uso dell’inglese a termini ormai accolti dalla comunità dei parlanti, come il computer e il tablet che ho citato poco fa. Sono da scoraggiare, a mio avviso, le parole inglesi che continuano a essere pronunciate per moda, per imitazione, nell’illusione di darsi un tono internazionale: penso a parole come look, location, trend. Particolarmente nocivo è il linguaggio usato nelle aziende e nel mondo della pubblicità, per colpa del quale si sono diffuse parole inutili come feedback, meeting, mission, speech, target: l’elenco, purtroppo potrebbe continuare».

Qual è l’errore comune che proprio le dà fastidio?

«L’uso di piuttosto che in funzione disgiuntiva al posto di “o”. Anni fa, insieme alla mia carissima amica e collega Valeria Della Valle, dedicai a questa espressione un libro intitolato proprio Piuttosto che, per segnalare questo e altri errori che devono essere evitati, se ci si vuole esprimere correttamente e in buon italiano».

Cosa pensa dell’uso della declinazione della lingua al femminile nelle professioni?

«Ne penso tutto il bene possibile. Continuare a usare il maschile dei nomi di professioni e mestieri anche quando si riferiscono a donne è ormai anacronistico, quando non offensivo nei confronti delle donne. Già da molto tempo, nei dizionari della lingua italiana che ho diretto, ho inserito i nomi declinati al femminile: via libera, dunque, a avvocate, chirurghe, ingegnere, mediche, ministre, sindache, soldate e così via. Sono certo che tra qualche anno questi termini, che suscitano ancora qualche fastidio in chi dice che «suonano male», entreranno del tutto nell’uso degli italiani e delle italiane: tanto più che, da un punto di vista grammaticale, sono pienamente corretti».

Ha maturato molta esperienza didattica; com’è cambiato (se è cambiato) l’insegnamento da un lato, l’apprendimento dall’altro e il rapporto tra docente e studente?

«Sul fatto che io abbia maturato molta esperienza didattica non c’è dubbio: ho insegnato dal 1982 a oggi, prima in quella che una volta si chiamava “scuola media”, poi nel liceo, infine, dal 1992 a oggi, nell’università. Continuo a pensare che il rapporto fra un insegnante e i suoi studenti (e le sue studentesse: usiamo anche il femminile!) sia simile a quello che intercorre fra un maestro di bottega e un (o una) apprendista. Un insegnante ha il compito di rendere facili cose che sono difficili per chi apprende. Qualche volta mi accorgo del fatto che le mie studentesse e i miei studenti, durante la lezione, si trattengono dal chiedere chiarimenti o dal fare domande perché temono di fare una brutta figura. Io li invito a superare questa remora: dico loro che se non hanno chiaro qualcosa la responsabilità non è loro, ma mia, e aggiungo che le uniche “domande stupide” sono quelle che non si fanno».    

Qual è la sua pubblicazione a cui è più legato?

«Probabilmente il primo volume della serie La grande bellezza dell’italiano, quello dedicato a Dante, Petrarca e Boccaccio. Alcuni hanno pensato che io lo abbia intitolato in questo modo per fare cassetta, strizzando l’occhio a Paolo Sorrentino. In effetti il collegamento col titolo del celebre film di Sorrentino c’è, ma è di tutt’altra natura: l’idea di intitolare il mio libro in quel modo nacque in me dalla malinconica persuasione che il contrasto fra la bellezza incommensurabile di Roma e lo squallore di chi la frequenta raccontato da Paolo Sorrentino nel film che nel 2014 gli fece vincere l’Oscar avrebbe dovuto essere esteso a molti altri rapporti che riguardano noi italiani: fra gli altri, anche a quello che intercorre tra la nostra cultura, la lingua che la veicola e il rispetto che ne abbiamo. Alcuni anni fa un ministro della Repubblica rispose alle domande dei giornalisti sui tagli alla cultura previsti dalla manovra economica dal governo di cui faceva parte rilasciando questa dichiarazione: «Di cultura non si vive, vado alla buvette a farmi un panino alla cultura e comincio dalla Divina Commedia». La battuta non richiede, naturalmente, particolari spiegazioni. Io, al contrario del ministro in questione, sono convinto che l’Italia e gli italiani potrebbero vivere di cultura. Con i suoi siti archeologici preservati, le sue meraviglie architettoniche sottratte all’abbandono, le opere d’arte tirate fuori dagli scantinati dei musei, la grande tradizione musicale e teatrale valorizzata, alcune grandi biblioteche pubbliche gestite da risorse umane meno scandalosamente inerti, l’Italia potrebbe diventare il museo e la biblioteca del mondo: un’enorme campus all’aperto in cui le lettere, le arti e anche le scienze (siamo il Paese di Galileo Galilei!) potrebbero essere insegnate in italiano».

Qual è stato finora il momento più emozionante nella sua esperienza professionale e/o di vita?

«Quello, breve ma intenso, di un giorno di giugno del 2017, in cui ho sono stato insignito dall’Accademia dei Lincei di un premio per la Linguistica e la Filologia con i complimenti del Presidente della Repubblica in persona».

Qual è il suo segreto di non perdere mai di vista le sue passioni e come fa a rilassarsi?

«La mia passione per la lingua italiana occupa tutto il mio tempo: tra grammatiche, dizionari e saggi mi rimane ben poco spazio per rilassarmi. Tengo molto alla didattica, alla quale dedico molto del mio tempo: vedere che ho trasmesso ai miei allievi e alle mie allieve la mia stessa passione è la ricompensa migliore. In fondo il mio modo per rilassarmi consiste nel concludere la giornata di lavoro con la consapevolezza di aver assolto ai miei compiti».

 

Soltanto dopo l’intervista scopro che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con decreto motu proprio (di propria iniziativa) del 30.12.2022, ha conferito a Giuseppe Patota l’onorificenza di Commendatore al merito della Repubblica italiana.

A ben pensare il prof. Serianni, al termine della lezione di congedo nel 2017 presso l’Università Sapienza di Roma, declamò l’art. 54 della nostra Costituzione con una riflessione: «I cittadini a cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore».

Ebbene, fu lungimirante sul futuro del suo brillante studente Patota: non soltanto l’intelletto, ma anche il rigore morale e l’umiltà.

Pierluigi Lamolea

Antonio Peragine

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.