Il Conflitto tra Verità e Opinione

Il Conflitto tra Verità e Opinione

Editoriale

di Vincenzo Olita*

Titolo mutuato da Parmenide che, in effetti, si sarebbe espresso con: “la via della verità e la via dell’opinione”. Per il filosofo della Magna Grecia c’è solo una verità: «che è e che non è possibile che non sia». Fuorviando da questa asserzione, illudendosi o augurandosi che ci sia anche il non essere prospettato dalla via dell’opinione, si arriva a concludere che: “non è ed è necessario che non sia”.

Siamo a quel che accade quando la verità, nella storia dell’umanità, tra ragione e opportunità politica è stata, quasi sempre, subordinata alla seconda.

E sì, l’opportunità politica in nome e per conto della quale è stata misconosciuta ciò che l’anima umana, richiamando Platone e Agostino, racchiude come dato imprescindibile e, il più delle volte, agevolmente riconoscibile: la verità.

Tra verità e opportunità si insinua una terza certezza, l’agio, o se si vuole l’occasione che la scelta dell’opinione offre come gustoso e forse inaspettato frutto. Poi, uno scettico della verità assoluta, Friedrich Nietzsche, ci ricorda l’importanza della parola e del linguaggio nel far apparire reale l’irreale.

Per la professionalità politica, con una struttura semantica che utilizzi parole suadenti, appropriate e accattivanti, è scorrevole attribuire la responsabilità di un conflitto ad una fazione, al di là delle certezze storiche, dei pregressi rapporti e delle inevidenti dinamiche.

Quanta lucidità esprimeva lo storico americano Henry Adams con la sua affermazione:

La politica pratica consiste nell’ignorare i fatti”.

 Siamo all’invasione russa dell’Ucraina su cui non il Pianeta, come si usa far credere, ma l’Occidente e i suoi alleati hanno privilegiato l’opinione rispetto alla ragione.

Indubbio, se il filo conduttore dei ragionamenti, che hanno condotto a tonificare ed accrescere l’opinione diffusa, è stato centrato su un retorico quesito presupponente un’assodata risposta: “Tra l’aggredito e l’aggressore con chi occorre schierarsi?”, il risultato è nella logica delle cose, la seconda possibilità sarebbe indicata solo da svantaggiati psichici.

Se lo chiedessimo, tra Greci e Troiani, Cattolici e Ugonotti, Americani e Vietnamiti, Iraniani e Iracheni, Indiani e Pachistani e andando così, saremmo certi d’individuare immediatamente per chi schierarci? Certamente no! Ci sfuggono realtà fattuale, informazioni, certezze storiche, eppure in molti di questi casi ci siamo allineati ed espresso opinioni non sulla base di verità ma di opinioni indotte da interessi politici, economici, religiosi, perfino individuali; Nulla d’eccezionale, è la storia dell’Umanità.

Altra cosa è la consapevolezza o meno dell’oscura tortuosità che si ha dei corti circuiti dell’umanità che conducono a ciò che chiamiamo guerra.

L’invasione russa poteva essere evitata, Putin avrebbe avuto diversa accoglienza predisponendo una vasta campagna d’informazione su criticità ed errori della politica estera americana a partire da Berlino 1989.

Non avrebbe avuto il consenso USA intenta a realizzare tre obiettivi: compensare il fallimento afghano anche con l’allargamento della Nato; armonizzare e compattare politica estera e fedeltà atlantica dell’europeismo di Bruxelles; indebolire ed isolare la Russia in previsione della complessità dei rapporti USA – Cina sul futuro di Taiwan.

Limitata ad una visione di corto raggio, i primi due avrebbero potuto anche essere accettabili. Per l’Amministrazione Biden, su 43 Paesi europei, 28 membri Nato sono un brillante risultato, se fosse anche chiaro, tralasciando la natura difensiva dell’Alleanza, rispetto a chi e a cosa dovrà indirizzarsi questa macchina da guerra se non verso la Federazione Russa valutata e considerata una minaccia esistenziale. Corrispondenti alcune analisi e coincidente la conclusione da parte russa, specialmente dopo che un vero e profondo uomo di pace, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, settimanalmente assicura che l’Ucraina diventerà un membro dell’Alleanza.

È lo stesso personaggio che con un fantasioso pendolarismo delle sue affermazioni, in un decennio, non ha mancato d’inasprire i rapporti con la Russia; “Le dichiarazioni di Putin confermano lo schema aggressivo della Russia” 6 giugno 2015; “La Russia non rappresenta una minaccia per gli alleati della Nato e l’Alleanza mira a un grande partenariato con la Federazione russa” 4 novembre 2016; “Il messaggio della Nato e che non vogliamo una nuova guerra fredda. Non vogliamo una nuova corsa agli armamenti ma un dialogo politico con la Russia” 28 dicembre 2017; “La Russia è una delle principali minacce mondiali” 31 gennaio 2018; “Continueremo a sostenere gli afghani anche fuori dai loro confini, le loro Forze Armate sono abbastanza forti da poter resistere senza la presenza delle truppe internazionali”. luglio 2021. 

Incredibile, per essere il numero uno della Nato, del resto, fa il paio con la fantasiosità di Josep Borrell, Alto rappresentante degli Affari esteri, stratega di punta dell’Ue. Basta scorrere in ordine cronologico interventi e dichiarazioni del duo per comprendere e preoccuparsi del livello della tensione e dello spessore di questi leaders.

È complesso prevedere la fine della guerra in Ucraina ormai ridotta a guerra di logoramento in cui tutte le parti hanno ancora la convinzione della vittoria. Di fatto, solo i diretti interessati, Russia ed Ucraina hanno necessità di una fine vittoriosa pena la loro identità e la loro stessa esistenza.

L’Europa, in tutti i casi, vivrà uno stato di tensione permanente, acceleratore di quel avviato processo di sfaldamento della sovrastruttura statuale, inconsistente costruzione politica dell’Unione.

Schuman, Monet, Adenauer, De Gasperi, solo per citarne alcuni, accesero speranze ed immaginazioni in virtù di un pensiero alto proiettato verso il futuro. Michel, von der Leyen, Timmermans, Macron, Rutte, Meloni, Scholz contribuiscono a spegnere speranze imprigionando la nostra immaginazione, mortificando il nostro futuro ristretto in un asfissiante e grigio spirito mercantesco.

Il conflitto ucraino presentato ed imposto come estrema difesa dell’Occidente ricorda quel vecchio adagio anti Patto di Varsavia:Bisogna fermarli, altrimenti i cosacchi abbevereranno i loro cavalli nelle fontane di Piazza San Pietro e canteranno le loro canzoni al ritmo della balalaika”. Oggi nessuno degli alleati Nato evidenzia che non riuscirebbero a dissetarsi neppure alle fontane di piazza Majdan.

Il contrasto NATO – Russia è del tutto secondario sullo scacchiere planetario, centrato sull’irreale estrema difesa dell’Occidente, ha realizzato la rivitalizzazione di una NATO comatosa che si è adoperata in un’amichevole assistenza al suicidio assistito di un europeismo afflitto da un parkinson politico che non gli consente d’intendere e volere.

Infatti, non ha compreso che la vagheggiata difesa europea è deceduta per mano del morbo colonialista americano. Non ha compreso che la banderuola ucraina è pronta al sacrificio anche degli europei pur di tener fede al mussoliniano: Vincere e Vinceremo. Non ha compreso che India, Cina e Russia – tre miliardi d’abitanti – attraverso i BRICS guidano un movimento impegnato a realizzare un diverso ordine mondiale sul piano economico politico. Non ha compreso il declino della sua influenza nel continente africano. Non ha compreso che il problema del Pianeta non è il futuro dell’Unione europea ma l’equilibrio di un mondo in tensione totalmente armato e agguerrito per l’affermazione di un’unica leadership tra Cina e USA.         

Stoltenberg, al vertice NATO di Madrid, giugno 2022, è stato chiarissimo definendo l’alleanza sino-russa una “sfida sistemica alla sicurezza globale” e la necessità di saldare le alleanze europee e asiatiche e ìndicando la Cina come una delle sfide future della NATO: “Una sfida sistemica ai nostri interessi”. Un’alleanza, quindi, non più difensiva dello scacchiere occidentale ma coinvolta in una contrapposizione globale.

Ma gli europeisti sordociechi non hanno compreso.

Il cammino della pace in Ucraina non passa dalla demagogia e dal marketing vaticano che bisettimanalmente parla del “martoriato popolo ucraino” ma non del disatteso accordo di Minsk del 2015. Gli europeisti non hanno compreso che proprio loro avrebbero potuto porre fine al conflitto intervenendo contemporaneamente su americani e cinesi con un ragionamento geopolitico di gran livello.

E dov’era l’ONU quando Clinton, Bush, Obama, Biden lavoravano per trasformare l’Ucraina in un avamposto occidentale anti Russo? Era sul cammino del tramonto, oggi conclusosi con una sua profonda trasformazione, da collettore di coesistenza, da centro nevralgico di comprensione e gestione geopolitica a, in sintonia con Davos, inefficace centro burocratico del quasi nulla che, per dirne una, raccomanda l’ingresso nelle scuole delle competenze non cognitive.

E il nostro Presidente del Consiglio? Arrivata buon’ultima nel salotto buono della politica continentale ha immediatamente compreso che la sua verità doveva coincidere con l’opportunità. Quale migliore occasione, in un tempo di gran turbolenza, dal nulla diventare più realista del re, esponente di un pragmatismo astratto senza, o a volte con confusi, riferimenti culturali, ideologici, politici. Siamo alla politica del fare, del raccontare di un fare futuro per esserci oggi.

E allora, c’è la guerra? E io sono più atlantista degli atlantisti. Sono sul versante degli europeisti, del Vaticano, di Mattarella, della NATO. Come nasce il conflitto, quali pericoli, dove ci porta? Il pragmatismo consiste nell’ignorare i fatti, l’importante che la politica politicante ci porti alla Casa Bianca, ricevuta da ancella leopardiana, pronta ad annunciare a breve anche una visita a Pechino per riaffermare amicizia, se non il nulla.

Parmenide ci viene incontro: “Non è ed è necessario che non sia”.

I parlamentari del partito del Presidente, onnipresenti nelle trasmissioni televisive, sono la rappresentazione del nulla, pessimi propagandisti proprio perché appaiono come la scorbutica essenza della propaganda.

All’inverso il Presidente risulta vincente nella comunicazione, con professionalità e semplice crudezza tranquillizza l’uditorio muovendo dal presupposto di concrete ed efficaci cose realizzate, aventi, a suo dire, sempre buona riuscita.

Con intelligenza, prospetta avvenire e speranza, elementi cardine della psicologia politica.

  • L’Europa si è convinta che Lampedusa non è frontiera italiana ma europea
  • Rutte e von der Leyen hanno coadiuvato l’Italia nei rapporti con la Tunisia arrivando al memorandum con l’Ue
  • Avviato il Piano Mattei per l’Africa
  • Realizzata una Conferenza internazionale presenti leader africani e Ue

Insomma, con un linguaggio rassicurante e una parola suadente l’irreale appare reale.

E sì, visto che i migranti giunti dal mare sono oltre 100.000, più che raddoppiati rispetto al 2022: il comparto emigrazione del memorandum è del tutto anacronistico. Alla fine il Piano Mattei si risolverà in poco più di uno slogan, l’Italia ha poco da scambiare con necessità e bisogni del futuro africano. Sulle conferenze dopo quella di Roma, Putin ha accolto a San Pietroburgo 17 delegazioni africane per una due giorni di colloqui.

Il 24 agosto il summit BRICS di Johannesburg ha deciso l’ingresso di Arabia Saudita, Argentina, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia e Iran, primo gruppo dei quaranta Paesi, 20 africani, che hanno chiesto l’ingresso nell’organizzazione economica finanziaria.

Siamo al multilateralismo inclusivo” ha dichiarato il presidente sudafricano Ramaphosa. Siamo ad un ulteriore ridimensionamento dell’Occidente ed in particolare dell’europeismo, aggiungiamo noi.

Ricordiamo che su 54 Paesi del continente africano in 45, tra vari aspetti, vi è presenza cinese. Potremmo continuare, ma crediamo che basti accennare della situazione in Niger, dove a seguito del mutamento di regime, specie la Francia di Macron, ma non solo, limiterà pesantemente le sue ambizioni.

E allora, se le governance sul pianeta diventano sempre più complesse, interdipendenti e concatenate vi è necessità che le dirigenze non affidino scelte, indirizzi e comportamenti ad opinioni veicolate verso consensi momentanei facilmente diluibili alla prova dei fatti.

Una ragione tesa verso la verità e non verso opportunità politiche dovrebbe essere la guida per le dirigenze del terzo millennio.

Il Presidente non si butti a capofitto nella politica estera, di cui non ha visione né geostoria, tralasci l’opportunità politica che ne consiglia piena immersione fonte di buona visibilità internazionale ma pronta a scomparire al primo stormir di fronde, Non si invaghisca, politicamente, per un equivoco collega presidente, non sia entusiasticamente per una guerra inutile ma funzionale ad interessi ed opportunità politiche americane.

Non si preoccupi eccessivamente, fino a sconfinare nell’irrisorio, per la festa della bandiera ucraina, nello stesso giorno chiami Putin e gridi a lui e al mondo che non si uccide chi non ci è politicamente vicino, neppure se è l’infedele Prigozhin della brigata Wagner.

Gridi all’erede di una passata costola dell’Occidente che, se crede che la Russia potrà ritornare ad esserla, non può considerare che l’ideologo di punta della Federazione qual è Aleksandr Dugin parli superficialmente di Grande Risveglio, in cui auspica: “il ritorno a Platone, il ritorno all’Antichità, il ritorno al Medioevo, il ritorno ad Aristotele, il ritorno al Cristianesimo, il ritorno alle religioni tradizionali, tutte le religioni tradizionali”,

Se non è scritto con doppio pennino e raccontato con lingua biforcuta, Putin ne tragga qualche insegnamento, primo fra tutti: “Nel terzo millennio le Società Libere non contemplano gli omicidi politici”. 

Il nostro pensiero distante da partigianerie e opportunità, certamente fallibile in senso popperiano, vuole essere quanto più in sintonia e in aderenza con un effettivo liberalismo. A dirlo apertamente, a volte risente di una sorta di romanticismo politico e di un tasso d’utopia, non ne siamo particolarmente rammaricati, convinti che il pianeta soffre di un materialismo, non storico, piuttosto sgarbato e senza senso che ci fa riflettere sul buio, sui guasti, approssimazioni ed inutilità.

Naturalmente queste considerazioni non sono rivolte solo alla maggioranza governativa, sono riflessioni spendibili anche per un’opposizione non opposizione, perché non in grado d’interpretarla, bisognosa di ritornare ai suoi fondamenti culturali.

Non lo sono per aggregazioni dai nomi fantasiosi e privi di significato, il cui nocciolo politico, o se vogliamo extrapolitico, è estraneo ad una nobile speculazione dell’uomo sull’uomo, di una parte sul suo contrario, interessato alla politica solo come percorso di sopravvivenza.

* direttore Società Libera

Redazione

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