Intervista esclusiva alla regista e produttrice Chiara Tilesi

Intervista esclusiva alla regista e produttrice Chiara Tilesi
Di Silvia Giudici
“Nel 2021 abbiamo presentato la storia di quattro donne italiane di successo a Los Angeles che hanno scelto di costruire la propria carriera negli Stati Uniti. L’obiettivo è quello di ispirare altre donne, ovunque, a celebrarsi a vicenda. Il punto di partenza è stato dare visibilità alle grandi donne italiane”.
La regista e produttrice Chiara Tilesi racconta a L’Italo-Americano come è iniziato il progetto del documentario dal titolo “One Of Us” che dopo il successo della prima stagione ha allargato i confini fino ad arrivare a New York e Washington”. Ad intervistarla è stata Silvia Giudici per “L’ItaloAmericano” diretto a San Francisco da Simone Schiavinato.

“Dopo aver dato voce alle storie dell’attrice Stefania Spampinato, alle imprenditrici Elisa Sednaoui e Assia Grazioli-Venier e alla scienziata Cinzia Zuffada, la seconda parte di One Of Us si è concentrata sul percorso personale e professionale di altre quattro donne a Los Angeles: la chef Giada De Laurentiis, la responsabile Brands & Advertisers Solutions presso la Epic Games Unreal Engine Raffaella Camera, la scienziata Federica Raia e l’attrice Gabriella Pession.

E cinque nella Costa est: Isabella Rossellini, attrice, autrice, filantropa e modella; Natalia Bergamaschi, Head of Strategic Partners – Global Publishing Partners di Google; Cecile Alemani, curatrice e direttrice artistica della Biennale di Venezia; Cristina Cassetti, scienziata; e la stessa Ambasciatrice d’Italia negli Stati Uniti, Mariangela Zappia, prima donna italiana a ricoprire l’incarico a Washington D.C.

Per la giornata internazionale delle donne, il secondo episodio dedicato alla West Coast è stato presentato in anteprima al Mr. Brainwash Art Museum di Beverly Hills. È possibile vedere il documentario sul canale YouTube del Consolato Generale.

D. Come è nata l’idea?

R. Il progetto è partito nel 2020, quando la console Silvia Chiave mi chiamò perché voleva fare qualcosa di speciale per la festa della donna. Siccome io mi occupo di gender equality le ho proposto un documentario in cui si raccontava la storia di quattro donne italiane che vivono qui a Los Angeles, perché le storie degli emigranti vengono sempre pensate al maschile. Ho pensato che sarebbe stato bello ampliare il progetto e farlo diventare una sorta di database di donne italiane all’estero.

D. Come mai avete deciso di continuare?

R. Dal primo episodio è emerso quanto fosse necessario raccontare questo tipo di storie, molte di noi ci si sono ritrovate. Questo ci ha fatto capire l’importanza di continuare a parlare di donne che io definisco extraordinary, perché in questa parola c’è anche “ordinary”. Straordinarie perché hanno raggiunto nella loro vita e carriera obiettivi straordinari, ordinarie perché sono come noi, hanno avuto le nostre stesse difficoltà, i nostri sogni e le speranze.

D. Dalla West Coast il documentario si è allargato geograficamente raccontando storie della East Coast. Come è avvenuto questo passaggio?

R. A Washington D.C. per la prima volta è arrivata un’Ambasciatrice italiana che dopo aver visto One Of Us ha espresso il desiderio di espanderlo nella Costa Est, cosa che abbiamo fatto. Lì abbiamo presentato il documentario in presenza di Nancy Pelosi e anche dell’Ambasciatrice ucraina, perché proprio alle donne in Ucraina abbiamo voluto dedicare questo documentario.

D. Che tipo di approccio ha avuto nell’indagare la storia di queste donne?

R. Volevo raccontarle a 360 gradi, iniziando dalla loro famiglia, per capire se avessero avuto un punto di riferimento. Queste sono donne che hanno rotto il famoso “soffitto di cristallo”, quindi mi chiedo sempre da dove siano partite.

D. Cosa l’ha colpita di questo aspetto?

R. Che hanno quasi tutte una persona che in famiglia le ha spinte, che le ha stimolate. Quasi sempre è la madre che ha creduto in loro al di là di ogni possibile limitazione. Il comune denominatore sono madri molto presenti; in altri casi invece sono stati i padri, come per l’Ambasciatrice Zappia e Cristina Cassetti, il cui padre era uno scienziato come poi lo è diventata lei. Ci tengo a dire questo perché le madri spesso sono dietro le quinte, invece sono state un punto di riferimento per queste donne. Anche i miei genitori hanno sempre creduto in me e sono stati fondamentali, quindi le radici sono importanti. Successivamente le interrogo sul loro percorso, sulle loro difficoltà, ecc. Chiedo anche della vita privata e termino chiedendo loro quale è il prossimo sogno, perché queste sono donne che non smettono mai di sognare.

D. Cosa le è rimasto al termine di quest’esperienza?

R. Ho imparato che la forza delle donne è infinita e anche che esiste l’unione tra donne. Queste donne hanno sempre altre donne che le hanno aiutate, non solo in famiglia ma anche nel loro mestiere. La narrativa che noi donne siamo rivali è vecchia e medievale, è la narrativa di Cenerentola, dove il principe ne sceglie una. Queste invece sono donne consapevoli che non hanno bisogno di essere scelte dal principe azzurro.

D. Che messaggio le piacerebbe arrivasse alle giovani?

R. Che tutto è possibile, che non ci sono limiti per le donne. Anche il fatto che spesso si dica che se una donna diventa madre non possa avere una carriera importante. Anche questo non è vero. La stessa Ambasciatrice, nel pieno del suo percorso professionale, avendo avuto due figli, ha ritenuto che fosse importante a un certo punto stare con la famiglia e ha dedicato quattro anni a loro. Quando è tornata al lavoro è diventata non solo la prima donna italiana Ambasciatrice in Usa, ma anche la prima donna italiana alla Nato. E questo anche dopo il suo percorso di madre. Il grande messaggio quindi, è che per noi donne tutto è possibile, così come lo è per gli uomini.

D. Quale è stato il suo percorso professionale?

R. Da Firenze sono venuta a Los Angeles a 18 anni, dove mi sono laureata in Film Production. Ho capito fin da subito che la mia passione era quella di raccontare storie che mi lasciavano dentro qualcosa di importante. Ho deciso di dedicare il mio percorso a progetti che mi arricchissero personalmente, e che di conseguenza arricchissero gli altri. Ma partiva tutto da una mia ricerca, perché alla fine non mi vedevo mai rappresentata. Quando sono venuta negli Usa ho fondato We Do It Together, ma prima ho fatto un film, All The Invisible Children, e ora sta uscendo un altro film, Tell It Like A Woman, film diretto da otto grandi registe e con otto grandi attrici.

D. Che progetti ha in cantiere?

R. Ne ho diversi. Abbiamo confermato One Of Us numero 4, che si allargherà ad altre città americane. Poi ho in uscita la serie Giving Back Generation 2 e 3, dopo il successo della prima stagione”.

Redazione Radici

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