Lo stigma della cecità in Africa

Lo stigma della cecità in Africa

Storia di Beth, ipovedente che in Rwanda prova a combattere contro quella che viene conisderata una manifestazione avversa degli spiriti nei confronti della famiglia

 Essere ciechi è un handicap, esserlo in un paese africano può diventare uno stigma. È quello che sta accadendo in Rwanda. Beth Gatonye, una donna di 43 anni, insieme a tre colleghi ipovedenti come lei, di mattina si dirige verso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Kigali, lì l’attendono dei clienti che usufruiscono dei suoi massaggi. Dal 2017 questa donna ha formato dozzine di donne ipovedenti, ma anche alcuni uomini, nell’arte del massaggio per creare posti di lavoro per questa comunità, molto spesso discriminata dagli altri ruandesi.

Ancora oggi la richiesta di massaggi offerti dalla sua compagnia, Seeing Hands, è limitata agli stranieri. “I ruandesi dicono di non volere che il loro corpo venga toccato da una persona cieca, perché può essere fonte di sfortuna”, spiega Beth Gatonye: “E’ come se pensassero che essere ciechi sia contagioso”.

La disabilità, in Africa, è considerata come uno stigma. Qualcosa che appartiene all’avversità degli spiriti. Una condizione che colpisce tutti, anche i più vulnerabili, come i bambini che spesso non sono considerati come “veri e propri figli”, ma come la manifestazione avversa degli spiriti nei confronti della famiglia. Ecco perché, oltre alla società, anche la famiglia di appartenenza li nasconde, non li cura e accudisce come tutti gli altri figli.

Soprattutto li nasconde per non rendere pubblico lo stigma, l’avversità ancestrale che ha colpito quel nucleo familiare.

La disabilità, in Africa, è considerata ancora un’onta. Non è accettata, anzi è vista come una maledizione che piomba cupa sulla famiglia. Ecco perché l’esempio che danno queste donne ipovedenti ruandesi è fondamentale perché l’atteggiamento verso questo fenomeno cambi radicalmente.

Secondo la Federazione Ruandese dei Ciechi (Rub), lo stigma priva i cittadini ipovedenti di opportunità educative e professionali. Non hanno potuto frequentare la scuola secondaria fino agli anni ’90, quando i programmi sono stati tradotti in braille. Hanno dovuto aspettare ancora di più per accedere all’istruzione universitaria, che è diventata accessibile solo nel 2008. “Vivono in isolamento e solitudine. Alcuni sono nascosti dalle loro famiglie perché rappresentano una vergogna”, ha spiegato la portavoce del Rub, Rachel Musabyimana. “I ruandesi ci considerano persone inutili”, sottolinea Immaculée Karuhura, una delle massaggiatrici di Seeing Hands, “pensano che sopravviviamo solo mendicando”. Dopo una crisi dovuta alla pandemia da coronavirus, ora Gatonye è quasi “sopraffatta” dalla domanda: “Ho 15 donne cieche che attualmente lavorano come massaggiatrici e sto cercando di far tornare al lavoro molte di quelle che lo hanno perso nel periodo pandemico. È difficile, ma ci sto provando”.

Secondo il Rwanda national Blindness Survey 2021, le principali cause di disabilità visiva sono la cataratta e il glaucoma non trattati. Fino all’80% dei casi è considerato prevenibile o reversibile. L’azione di realtà come quella di Seeing Hands sono fondamenti, non solo per introdurre nella società africana un cambio di paradigma, ma perché aiutano gli ipovedenti – costituiscono poco più dell’1% della popolazione ruandese – ad avere un’autonomia finanziaria. E, infatti, Immaculée Karuhura, tiene a sottolineare che ora può “gestire” la sua vita con un lavoro che ha le ha dato un senso, oltre che l’integrazione nella società, “mi sento come se stessi comunicando con i miei clienti durante una sessione di terapia e questo mi commuove davvero”.

AGI

Redazione Radici

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