Dopo 60 anni risolto il mistero dell’incidente di Dyatlov Pass

Dopo 60 anni risolto il mistero dell’incidente di Dyatlov Pass

Nel gennaio 1959, un gruppo di dieci membri composto principalmente da studenti del Politecnico degli Urali, guidati da Igor Dyatlov, partì per una spedizione di 14 giorni sul monte Gora Otorten nella Siberia occidentale. Nove ragazzi  morirono in situazioni misteriose che suscitarono le teorie più disparare

© wikimedia commons – Incidente Dyatlov

A distanza di oltre 60 anni, l’incidente di Dyatlov Pass è stato attribuito a una rara e violenta tipologia di valanghe. A risolvere il mistero una coppia di scienziati della Scuola Politecnica Federale di Losanna (EPFL) e del Politecnico federale di Zurigo (ETH), che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Communications Earth & Environment per rendere noti i risultati del loro lavoro.

Nel gennaio 1959, un gruppo di dieci membri composto principalmente da studenti del Politecnico degli Urali, guidati da Igor Dyatlov, partì per una spedizione di 14 giorni sul monte Gora Otorten nella Siberia occidentale. Nove ragazzi sono stati trovati morti diversi giorni dopo, con ossa fratturate e gravi ferite. L’incidente, che ha ricevuto un’intensa copertura mediatica, ha suscitato le teorie più inverosimili per spiegare le tragiche morti.

Johan Gaume dell’EPFL e Alexander Puzrin dell’ETH, hanno sviluppato un modello teorico per analizzare il mistero da una nuova prospettiva. Il team ha ipotizzato che un raro tipo di valanga a lastroni potrebbe aver ferito gli escursionisti e provocato il decesso dei giovani studenti.

Pubblicato nel 2021 sempre su Communications Earth & Environment, l’articolo scientifico, che minava il folklore di una mostruosa creatura delle nevi, ha suscitato non poco scalpore e ha cambiato le vite degli autori, coinvolti in interminabili interviste e interventi mediatici per spiegare le considerazioni che avevano portato alla risoluzione di un mistero di oltre 60 anni prima. Il nuovo studio, pubblicato nel marzo 2022, approfondisce l’impatto sociale generato dalla scoperta.

“Durante la pandemia – afferma Puzrin – siamo passati dalla gratificazione per l’attenzione rivolta alla nostra pubblicazione alla difficoltà di rispondere continuamente alle domande dei media. Spesso ci chiamavano nel cuore della notte a causa dei diversi fusi orari. Ci sono state anche molte critiche, che tentavano di smontare il nostro modello, la maggior parte delle quali proveniva da teorici del complotto e dai parenti delle vittime. Sembrava che l’approccio scientifico venisse rifiutato per mantenere un velo di mistero attorno alla morte di ben nove persone”.

“Nel gennaio 1969 – aggiunge Gaume – le condizioni meteorologiche in cui fu avviata la spedizione non erano favorevoli. I parenti delle vittime potrebbero avere difficoltà ad accettare la nostra ipotesi, perché suppone che in qualche modo gli escursionisti siano stati responsabili della loro morte”.

“Essendo io stesso uno sciatore di fondo e un appassionato di sport invernali, questo è un tema a cui sono particolarmente sensibile. È importante capire che gli sciatori esperti non sono immuni alla minaccia delle valanghe, proprio perché sanno, e a volte vogliono, spingersi oltre i propri limiti”. Nonostante la ritrosia di molti, i modelli degli studiosi sono stati accettati dalla comunità scientifica russa.

“La spiegazione dei fenomeni naturali – commentano gli autori – è un processo meticoloso che comporta molti tentativi, errori e ripensamenti prima di ottenere un modello adeguato. Il riconoscimento da parte della comunità scientifica è davvero significativo per noi, non perché possiamo confermare la serie di eventi che hanno portato alla morte di nove persone, anzi, credo che non saremo mai assolutamente certi di cosa sia accaduto al Dyatlov Pass, ma perché riafferma la mia fede nella scienza. Questa esperienza rappresenta la conferma che il metodo scientifico rappresenta un modo valido e affidabile per spiegare i fenomeni naturali”. AGI

Redazione Radici

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