Città del Messico fra storia e tradizione

Città del Messico fra storia e tradizione

di Adele Quaranta

Città del Messico è la capitale e il centro politico, economico, finanziario e culturale del Paese. Ripartita in 16 distretti e 240 quartieri, evidenzia tutti i problemi tipici dei grandi agglomerati urbani, fra cui mortalità infantile e densità abitativa elevate, traffico frenetico, urbanizzazione selvaggia, sovrappopolazione, inquinamento atmosferico e idrico (anche a causa dei cementifici, raffinerie petrolifere, aziende metallurgiche, ecc.), disoccupazione e inflazione galoppanti.

Altresì, è considerata città-rifugio soprattutto da parte di migliaia di persone (si tratta generalmente di agricoltori), che, a causa della spietata concorrenza dei grandi imprenditori agrari, abbandonano le campagne (nella speranza di trovare un’occupazione tale da garantire migliori condizioni di vita), raggiungono i sovraffollati sobborghi orientali della città e realizzano alloggi usando materiali di fortuna (cartone, plastica, lamiera, ecc.). Siccome non si sa chi siano, né da dove vengano, ma sembrano piovuti dal cielo, viene assegnato loro il nomignolo di “paracadutisti” (paracaidistas), i quali vivono di espedienti e in condizioni igienico-sanitarie precarie (le foto, purtroppo, sono state realizzate con tecnologie ormai superate).

Non bisogna dimenticare, tuttavia, le lotte dei contadini (campesinos) e dei braccianti indios (peònes) – attualmente costituiscono circa il 20% della forza lavoro – dapprima, nel 1821, per conquistare l’indipendenza dal governo spagnolo tirannico e corrotto e, in seguito, dal 1910 al 1917, per sostenere il moto rivoluzionario.

Il popolo ha combattuto, infatti, contro le ingiustizie sociali e lo strapotere delle classi oligarchiche (proprietari terrieri e chiesa cattolica) al fianco di Francisco (Pancho) Villa ed Emiliano Zapata, ottenendo la promulgazione della Costituzione nel 1917, che ha codificato la riforma agraria e determinato sia la ridistribuzione della maggior parte delle terre coltivate (espropriate ai ricchi), sia il trionfo dei meticci e delle comunità indie, impegnate, ancora oggi, nella difesa del proprio territorio, oggetto di “conquista” da parte delle grandi imprese nazionali e internazionali, che, per appropriarsi delle risorse naturali, spesso le costringono ad abbandonare i luoghi natii e a vivere ai margini della società.

La metropoli – sorta sulle rovine di Tenochtitlàn, centro religioso del grande impero azteco, durato dal 1325 al 1521 e distrutto dagli Spagnoli – conserva la separazione tra il vecchio sito in stile coloniale (con strade strette e tortuose, case basse in pietra calcarea o vulcanica, chiese, conventi e sontuosi palazzi) e il moderno con grattacieli, grandi parchi e giardini, lunghi viali alberati intersecati tra loro ad angolo retto.

Il  cuore  della  città  è  rappresentato  dalla  Piazza  della  Costituzione  (detta  Zòcalo)  –  dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità –, una delle più grandi del mondo, dove ogni mattina si svolge la cerimonia dell’alzabandiera e la sera si movimenta con la presenza sia di percussionisti, gruppi di mariachi, complessi di marimba e danzatori, sia di mercati all’aperto lungo i marciapiedi o al coperto negli stand. Di forma quadrata (240 mt di lato), è delimitata dal Municipio, dal Palazzo Nazionale e dalla monumentale Cattedrale (ricostruita nel 1563 in stile prevalentemente barocco e fiancheggiata da due torri neoclassiche).

IL MUSEO NAZIONALE DI ANTROPOLOGIA, offre un’ampia panoramica sulle vicende del popolamento antico, mediante la ricostruzione minuziosa e accurata della vita, non solo delle comunità primitive (presentate con i loro utensili, forme di abitazione e organizzazione socio-economica), ma altresì delle popolazioni indigene precolombiane, grazie al ricco patrimonio artistico conservato, costituito da statue di diverse dimensioni, sculture monumentali litiche, pitture parietali, grandi maschere, recipienti con figure zoo-antropomorfe, arredi funerari ornati di pietre preziose (a volte, incisi anche con geroglifici), monili di giada, etc.

Poiché mancano affidabili fonti storiche e una sistematica cronologia (la scrittura preispanica non è stata ancora decifrata), si ritiene che il Messico sia stato abitato, nell’ultima fase del Pleistocene, da cacciatori e raccoglitori, i quali, provenienti dai continenti euro-afro-asiatici, riescono ad attraversare l’attuale Stretto di Bering (in quel periodo ghiacciato) e a giungere fino alla Terra del Fuoco, situata nell’estrema sezione meridionale dell’America Latina.

Intorno al 5.000 a.C., i paleoindiani, dopo aver cacciato i mammut e gli antenati dei bisonti e del cammello, diventano sedentari e vivono in dimore stabili,  praticano l’agricoltura,  addomesticano  gli  animali,  lavorano  l’argilla  e  alcuni  metalli,  oltre  a sacralizzare gli elementi naturali – caricandoli di valenze religiose –, come il sole, il ritmo del tempo, la fauna e spesso anche i morti, gettando le basi delle culture precolombiane.

Le prime si ascrivono agli Olmechi, cui seguono, a volte affiancandosi, i Mixtechi, Zapotechi, Huaxtechi, Totonachi, Toltechi, Chichimechi, Aztechi, Maya, etc. Questi ultimi, in particolare, perfezionano le conoscenze dei predecessori in materia di caccia, agricoltura, medicina, architettura, scrittura (adottando un sistema ideografico incentrato sui geroglifici), matematica e astronomia, individuano le costellazioni e comete, studiano la frequenza delle eclissi di sole e luna, suddividono il tempo in complessi ma precisi calendari e determinano la durata dell’anno solare con un margine di errore inferiore a quello del calendario gregoriano, tuttora in vigore, mentre l’osservazione del cielo permette loro di sviluppare le nozioni di meteorologia e di prevedere i fenomeni atmosferici.

Sul piazzale antistante al museo, è possibile assistere, a volte, alle danze dei voladores, quattro uomini legati per i piedi ad una piattaforma (posta in cima ad un alto palo) volteggiavano nel vuoto compiendo dodici giri rituali prima di toccare terra (lo spettacolo attrae una moltitudine di turisti, costituendo un’opportunità di guadagno). Oltre ai gruppi di mariachi, una delle icone della cultura messicana diffusa in altre regioni del mondo, i quali suonano violini, trombe, chitarre spagnole, flauto ed arpa, si esibiscono anche alcuni ragazzi vestiti con gli abiti tradizionali dei popoli primitivi, a testimonianza della solidità delle radici culturali mesoamericane.

La visita a TEOTIHUACAN (in lingua náhuatl “luogo ove si diventa dei”) ha consentito di ammirare, inoltre, uno dei 13.000 complessi archeologici messicani – ne è stata riportata alla luce ancora solo una piccola parte –, in cui, a volte allineati ai lati della cosiddetta “Strada dei Morti”, si trovano i Palazzi delle Farfalle e dei Giaguari, la Piramide del Sole (alta 63 m, è dotata di 365 gradini) e quelle della Luna e di Quetzalcatl (ornata con bassorilievi, stele, maschere, pitture murali e bellissime sculture in pietra raffiguranti Tlalòc – il dio della pioggia – e il serpente piumato che emerge da una corolla).

È stato, infatti, il più grande centro culturale, politico ed economico degli Aztechi – autodefiniti Mèxica (da cui Messico), termine derivato probabilmente da metztli (luna), xictli (centro) e co (in), quindi “nel centro della Luna” o “ombelico della luna” –, i quali fondano nel 1345, su un’isola del Lago Texoco, secondo una predizione, la loro capitale Tenochtitlàn (“posto del frutto del cactus”), distrutta nel 1521 dai conquistatori spagnoli, sulle cui macerie edificano Città del Messico e gettano le basi di una nuova cultura e civiltà scaturite dalla mescolanza tra vincitori e vinti.

IL SANTUARIO DELLA MADONNA DI GUADALUPE. È in questo contesto che va collocata l’apparizione a Cuauhtlatóhuac (convertito al cristianesimo e battezzato nel 1524 col nome di Juan Diego, all’età di cinquant’anni) della Madonna, definita, nell’idioma amerindo, Santa Maria Coatlaxopeuh (pronunciata “quatlasupe” – “colei che schiaccia il serpente” –, foneticamente, in spagnolo, esprime un suono molto simile a “Guadalupe”).

L’immagine della Vergine, miracolosamente impressa sulla tilma – un tipo di indumento esterno indossato dagli uomini sul davanti come un lungo grembiule o drappeggiato sulle spalle a mo’ di mantello –, non solo è rimasta intatta, nonostante il tessuto rozzo e assolutamente inadatto ad essere dipinto a olio o a tempera, ma evidenzia anche colori sempre vivi. Consegnata al Vescovo alla presenza di 11 persone che testimoniarono il miracolo, in tempi recenti, la scena è stata individuata, con l’ausilio di sofisticate apparecchiature elettroniche, nelle pupille della Santa Madre.

Un altro inspiegabile prodigio è costituito, inoltre, dalla disposizione delle stelle sul manto, dove sono riprodotte alla perfezione le costellazioni celesti (comprese le sconosciute al tempo dell’evento miracoloso) al solstizio d’inverno del 1531. Sul lato destro compaiono, infatti, quelle del Toro, Auriga, Orsa Maggiore, Drago, Canes Venatici, Chioma di Berenice e Boote, mentre sul sinistro trovano posto Ofiuco, Scorpione, Bilancia, Lupo, Idra, Centauro, Croce del Sud e Cane Minore.

La Virgen Morena – oggi esposta in un nuovo e più grande Santuario, a pochi chilometri da Città del Messico –, dalle fattezze di una meticcia sedicenne, alta 1,43 m, si è rivelata, infine, profetica, perché indica il nuovo gruppo etnico, i “sanguemisti” (derivati dall’incrocio fra aztechi ed europei, a quell’epoca, non esistevano ancora), cui attualmente appartiene la maggior parte della popolazione messicana. Per questo motivo, è diventata la protettrice di tutta l’America Latina.

Adele Quaranta

Adele Quaranta

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