La priorità non è il Colle ma un governo all’altezza

La priorità non è il Colle ma un governo all’altezza

di Paolo Pombeni

Che il nostro paese abbia un bel po’ di problemi, lo sanno quasi tutti. Molti ce li trasciniamo dietro da decenni, altri si sono acuiti per la disgraziata contingenza della pandemia di Covid 19 ancora presente e per certi aspetti ancora da capire in tutte le sue implicazioni. Eppure la politica sembra appassionarsi solo al tema della scelta del successore di Sergio Mattarella, neppure tanto per la consapevolezza dell’importanza di avere al Quirinale un presidio per la tenuta del sistema, quanto piuttosto nella convinzione che con quella “operazione” si possa uscire da uno stallo generalizzato che interessa il quadro attuale dei partiti. 

Definire miope quest’ottica è persino riduttivo. Mentre in una quota significativa dei gruppi dirigenti si comincia a chiedersi come si farà a gestire l’opportunità offerta dai soldi del Recovery europeo visto lo stato poco edificante in cui si trovano ampie filiere importanti delle nostre istituzioni, si continua a bombardare l’opinione pubblica con il toto nomi per il sommo Colle e ad appassionarsi nell’analisi su chi riuscirà ad approfittare del grande marasma che promette un parlamento balcanizzato e in una quota non banale rappresentato da personaggi di assai scarso spessore (dispiace dirlo, ma è un tema che andrebbe esplicitato, almeno per mettere quegli onorevoli sotto i riflettori in modo da evitare che combinino guai). 

La denuncia del neosindaco di Napoli, Manfredi, che ha apertamente detto che il suo comune non ha le competenze per far fronte alle esigenze che pone la gestione del PNRR ha suscitato una modesta attenzione per qualche giorno e poi è finita nel dimenticatoio. Ovviamente gli hanno promesso che avrà assistenza e rinforzi dal centro, ma chiunque abbia un minimo di conoscenza di come funzionano queste cose, sa che non è con inserimenti occasionali dall’esterno che si può sanare un deficit di quel genere: al massimo si tampona qualcosa. 

Ora più o meno dietro le quinte da più parti si fa presente che la situazione di Napoli non è così eccezionale come si potrebbe desumere dalla storia disastrata di quella città. Molte articolazioni comunali, ma anche regionali e persino ministeriali non sono in condizioni di adeguata efficienza (e, per cortesia, non diciamo di più). Anni di imperversare del più ottuso spoil system per cui il reclutamento, ma soprattutto l’avanzamento nelle figure apicali delle pubbliche amministrazioni sono stati gestiti con un clientelismo ammantato di finti concorsi per selezionare improbabili “migliori” e sicuri “fedeli” da compensare (e non si pensi succeda solo al Sud: accade tranquillamente anche all’estremo Nord) hanno disarmato la “mano pubblica” degli strumenti necessari per affrontare una situazione che diveniva sempre più difficile anche là dove, per fortuna, non si può parlare brutalmente di degrado. 

La situazione talora è emersa in qualche emergenza. Non possiamo dimenticare i pastrocchi dei governi Conte 1 e 2 nel selezionare personale che non si è mostrato all’altezza, una situazione che Draghi ha operato per rimettere su binari corretti smantellandoli. Lasciamo perdere il paragone fra Arcuri e il generale Figliuolo, se non per notare come il primo sia sparito dai radar da quando gli hanno tolto la sedia, cosa che di solito non accade con le persone di qualità. Pensiamo piuttosto alla situazione che ha del grottesco sulla vicenda RAI, dove Conte, responsabile di nomine che non hanno lasciato gran ricordo per la loro capacità di rilanciare l’azienda pubblica, si è esibito in lamentele perché potendo vantare queste pregresse competenze è stato lasciato fuori dall’individuazione dei nuovi vertici (naturalmente affermando che lo faceva solo per rivendicare l’uniformità di trattamento rispetto agli altri, fosse stato solo per lui di lottizzazione non ne avrebbe fatta …). 

In una situazione così delicata, con una legge di bilancio da varare in un clima in cui scarseggia il senso di responsabilità per la contingenza che abbiamo davanti, ha senso ridurre tutto ad una corsa a trasformare la scelta del prossimo presidente della Repubblica in una occasione per far vedere chi è più in grado di sfoderare le sue capacità di intrigo? E’ facile prendersela con Renzi che proprio non capisce quanto un gioco del genere gli sia pregiudiziale, perché esibendolo in continuazione non lo porta da nessuna parte, ma sarebbe meglio prendere atto che più o meno tutti partecipano a questo risiko, chi con una certa spavalderia e senso del divertimento (Berlusconi che si gode ad agitare le acque comunque vada), chi con una ipocrita gravosità che vorrebbe rinviare il discorso al “momento opportuno” che peraltro non si sa come individuare. 

In realtà il vero tema da dibattere al più presto non è chi andrà al Quirinale, ma come si farà a produrre un governo all’altezza delle enormi sfide che abbiamo davanti dopo l’inevitabile scossa che arriverà con il voto parlamentare di gennaio-febbraio. Non è questione di tenere o meno a palazzo Chigi Draghi o qualcuno di simile fino al giro di boa delle elezioni, quando saranno. È il problema di far maturare le condizioni per un governo di alto profilo nella prossima legislatura, che è il passaggio cruciale per uscire dai postumi della pandemia e per mettere a frutto il PNRR. 

E questo non è questione se ci sarà un governo di un colore o di un altro, ma della qualità che avrà quel governo, cosa che, purtroppo, non è garantita a priori da nessuna delle colorazioni disponibili. 

www.mentepolitica.it ) 

Redazione Radici

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