La società matriarcale slava

La società matriarcale slava

Di Chiara Fiaschetti

Il ruolo della donna nel villaggio slavo

La società slava sembra differenziarsi enormemente dai popoli indoeuropei per molteplici fattori. Innanzitutto, gli slavi non riconoscevano il diritto di proprietà privata. Le terre coltivabili venivano distribuite da un capo villaggio che garantiva stabilità e pacifica convivenza nei Rod e quindi all’interno dei vari clan che costituivano un villaggio. La società slava si basava dunque sul collettivismo agrario e la comunità di villaggio rappresentava un fattore determinante per una pacifica convivenza, svolgendo un ruolo primario sulla vita sociale.
Secondo lo slavista italiano Evel Gasparini, questi fattori determinerebbero l’orientamento matriarcale tipico degli slavi, estraneo ai popoli indoeuropei.
Tuttavia, è impossibile escludere l’appartenenza degli slavi al ceppo etnico-linguistico indoeuropeo, ma maggior parte degli slavisti concorda sul fatto che gli slavi sembrerebbero maggiormente legati alle culture dei popoli finnici e che solo dopo la diffusione e la conversione al cristianesimo si siano avvicinati alle società indoeuropee abbandonando l’orientamento di tipo matriarcale.

La proprietà femminile della terra

Nonostante la pratica del collettivismo agrario, la terra coltivabile, o meglio l’orto domestico, apparteneva alla donna. Era la donna che aveva il diritto, e anche il dovere, di coltivarlo. La donna garantiva la compravendita delle pezze di tela mediante la coltivazione, la filatura e la tessitura, lavori riservati alla donna.
La coltivazione veniva praticata con l’utilizzo della zappa, un utensile prettamente femminile che successivamente venne sostituito con l’aratro. L’introduzione dell’aratro portò al progressivo allontanamento della presenza femminile all’interno dell’orto domestico.
Tuttavia, anche dopo l’introduzione alle nozze patrilocali– in cui era previsto il trasferimento della sposa all’interno del clan del marito – che sostituirono la matrilocalità tipica di un orientamento matriarcale, la donna continuò ad esercitare il diritto di proprietà sugli appezzamenti di terra. Questo diritto si eclissò e scomparve in modo graduale, con l’introduzione della successione ereditaria esclusivamente dei figli maschi.

L’autorità femminile nella conduzione della grande famiglia

All’interno della grande famiglia l’autorità del capo maschile non era una presenza stabile e continuativa, diversamente da quella femminile. Bisogna comprendere innanzitutto com’era costituita la grande famiglia allargata che costituita un clan.
La grande famiglia veniva a costituirsi con il trasferimento dei figli all’interno della casa dei genitori della sposa. Era previsto, infatti, il matrimonio esogamico e cioè, l’unione tra persone appartenenti a clan diversi. Finché il padre era in vita a questo ultimo spettava l’amministrazione e alla sua morte la direzione poteva passare ad un capo più anziano, eletto di comune accordo e di conseguenza il suo potere era limitato. Qualora fosse stato ritenuto inadatto dal resto dei componenti della famiglia poteva essere sostituito.
Tale possibilità non escludeva l’autorità di un capo femminile. Al contrario di quella del padre, la posizione della madre non era basata sull’elezione degli altri componenti e per questo il potere della donna non veniva sottoposto alle decisioni di un clan.
Mentre l’uomo si occupava dei lavori agricoli e svolgeva le relazioni esterne al rod, la donna, oltre a dedicarsi alla coltivazione dell’orto domestico, amministrava le funzioni interne ed esercitava il potere sui lavori della casa.
Alla morte del marito, la vedova restava l’unico capo della casa, assumendo anche l’amministrazione riservata al defunto marito.
Nell’antica famiglia slava non vigeva il diritto di primogenitura, tipico invece delle società patriarcali, ma vigeva il principio di minorasco che prevedeva i privilegi delle successioni nei confronti del figlio minore.

La morte della madre

La madre era legata al principio di generazione e a lei spettava la potestà sulla prole. Alla morte della madre, infatti, la famiglia cessava di esistere, mentre alla morte del padre, la moglie diveniva l’unica autorità. Il vedovo, inoltre, non aveva diritto di ereditare i beni appartenenti alla moglie defunta che venivano trasferiti ai figli, generalmente minori. La vedova, diversamente dal marito, aveva libero accesso ai suoi beni se non venivano, in alternativi, trasferiti ai figli. Se la vedove decideva di prendere possesso dell’intero patrimonio, questo non era subordinato ad alcuna limitazione.

La società matriarcale allontana la visione della donna medievale confinata in casa e apre nuove prospettive. La donna aveva un ruolo chiave e primario sulla vita sociale della grande famiglia e sull’intera comunità, tanto che alla sua scomparsa l’intera famiglia era destinata a dissolversi.
La donna svolgeva svariati lavori, sia all’interno sia all’esterno della casa favorendo il dinamismo economico e sociale della comunità.

Chiara Fiaschetti

Redazione Radici

Bibliografia:
Marcello Garzaniti “Gli Slavi. Storia, culture e lingue dalle origini ai nostri giorni.”
Carocci Editore, Roma, 2019

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