Le ali gialle e verdi

Le ali gialle e verdi


Rubrica di poesia a cura di Rossella Cerniglia

Il poeta, di cui voglio oggi proporre alcune straordinarie poesie d’amore, è lo spagnolo andaluso Federico Garcia Lorca. Poeta, ma anche scrittore e drammaturgo di grande rilievo formatosi all’interno delle avanguardie artistiche del primo Novecento che si erano affermate in tutta Europa.


Insieme a un nutrito gruppo di artisti d’avanguardia – la cosiddetta generazione del ’27 – fu artefice in Spagna di un ampio rinnovamento culturale, che diede grande lustro all’intero paese e raggiunse il suo vertice a compimento del primo conflitto mondiale.
Nato nel 1898 a Fuente Vaqueros, nei pressi di Granada, il 19 agosto del 1936 venne fucilato, essendosi apertamente schierato, durante la guerra civile spagnola, contro il regime di Francisco Franco.


Il Divàn del Tamarit, da cui i versi sono tratti, è un canzoniere nato dalla volontà di far rivivere lo spirito dell’Andalusia araba di cui sente in sé, profondamente, l’eredità.


In realtà egli ne riprende forme e suggestioni, ma con spirito nuovo, facendo emergere le caratteristiche più intime e proprie della sua anima individuale, intessuta di ardente passionalità e fisicità, permeata di esperienze esistenziali e liriche, emotive e razionali a un tempo.

Un’anima che vive di folgoranti visioni e incubi sfuggenti e oscuri, in cui l’amore, elemento di fremente vitalità, si estende e si apre, alla sua opposta polarità, a un destino di nullificazione e morte.


Il toponimo Tamarit – che corrisponde a un possedimento della famiglia del poeta nei pressi di Granada – riconduce pertanto il testo nell’orbita del privato, alla dimensione esistenziale, alla memoria e al sogno.
I componimenti sono impregnati di un fascino singolare, che germina da un senso di indicibilità e inafferrabilità dell’essere, e celebra ovunque la magia dell’Ignoto. Anche l’eros affonda le sue radici nel mistero e prolunga, come dicevamo, i suoi rami in un drammatico e inalienabile senso di morte.


Nel dettato e nella lingua c’è una sperimentazione affinata e rigorosa, consonante con le pratiche di molti avanguardisti, e vicina, molto, al credo e alla visione surrealista.

Il Divàn del Tamarit, opera postuma (1940) – divisa in dodici Gacelas e nove Casidas ( parole di derivazione araba che indicano particolari tipi di composizioni) – rappresenta, insieme al Romancero gitano e al Llanto por Ignacio Sànchez Mejias, la vetta sublime della produzione poetica lorchiana.

Dal Divàn del Tamarit

Gazzella dell’amore imprevisto


Nessuno capiva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore fra i tuoi denti.

Mille cavallini persiani dormivano
sulla piazza con la luna della tua fronte,
mentre per quattro notti io stringevo
la tua vita, nemica della neve.

Fra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un pallido ramo di sementi.
Cercai, per darti, nel mio cuore
le lettere d’avorio che dicono sempre

sempre, sempre: giardino della mia agonia,
il tuo corpo fuggitivo per sempre,
il sangue delle tue vene nella mia bocca,
la tua bocca senza luce per la mia morte.

Gazzella dell’amore disperato


La notte non vuole venire
perché tu non venga
e io non possa andare.

Ma andrò
benché un sole di scorpioni mi mangi la testa.

Ma tu verrai
con la lingua bruciata dalla pioggia di sale.

Il giorno non vuole venire
perché tu non venga
e io non possa andare.

Ma andrò
portando ai rospi il mio garofano morsicato.

Ma tu verrai
dalle cupe cloache dell’oscurità.

Né la notte né il giorno non vogliono venire
perché io muoia per te
e tu per me.

Gazzella del ricordo d’amore


Non portar via il tuo ricordo.
Lascialo solo nel mio cuore,

tremore di bianco ciliegio
nel martirio di gennaio.

Mi separa dai morti
un mondo di brutti sogni.

Soffro pene di giglio fresco
per un cuore di gesso.

Tutta la notte nell’orto
i miei occhi come due cani.

Tutta la notte
le cotogne di veleno.

A volte il vento
è un tulipano di paura.

È un tulipano malato
l’alba d’inverno.

Un muro di brutti sogni
mi separa dai morti.

La nebbia copre in silenzio
la valle grigia del tuo corpo.

Sull’arco dell’incontro
aumenta la cicuta.

Ma lascia il tuo ricordo,
lascialo solo nel mio cuore.

Rossella Cerniglia

Redazione Radici

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