Le ali gialle e verdi

Le ali gialle e verdi

Rubrica di poesia a cura di Rossella Cerniglia

Vi propongo oggi, cari amici, i versi di un grande poeta francese a tutti noto, Charles Baudelaire, prototipo di una genia di artisti, operanti dapprima in Francia – e con l’estensione del movimento, anche in Europa – tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo. Artisti che un intenso fascino hanno esercitato sul gusto e sulla cultura di un’intera epoca.


Si tratta di figure – inseribili in quella tendenza del Decadentismo definita maledettismo – di cui Baudelaire rappresenta, appunto, il capostipite.
Permeati dal morbo decadente e, per certi versi, già ancorati al nascente modernismo, furono ribelli alle convenzioni e ai valori meschini della società borghese che non li comprendeva, scegliendo, in aperto contrasto all’ipocrisia e al perbenismo di questa, il male e l’abiezione di una vita collocata ai margini del sistema, caratterizzata da impulsi autodistruttivi e da sregolatezze ed eccessi – come gli abusi di alcol e droghe.


La poesia di Baudelaire, in particolare, si apre al Mistero e al linguaggio emblematico ed oscuro del simbolismo, evocando mirabilmente la percezione degli indefinibili legami che legano la realtà del mondo visibile all’invisibile, in una tessitura sensoriale di essenze sinestetiche, misteriose e inarrivabili – come avviene nel bellissimo e ultranoto sonetto Correspondances.


Les fleurs du mal, da cui sono tratti i versi che voglio dedicarvi oggi, rappresentano l’anima del poète maudit per eccellenza, con tutte le caratteristiche positive e negative, di esaltazione mistica e di spleen, di indomito ardore e di discesa negli inferi del se stesso.

Charles Baudelaire, Les fleurs du mal

LVI

CANTO D’AUTUNNO
I
Piomberemo a breve nelle fredde tenebre;
Addio vivida luce delle nostre estati troppo brevi!
Sento già cadere con funerei colpi
la legna che rimbomba sul lastrico dei cortili.

L’inverno intero sta per entrarmi nel cuore:
collera, odio, fremiti, orrore, lavoro duro e forzato,
e come il sole nel suo inferno polare,
il mio cuore sarà soltanto un sasso rosso e gelido.

Ascolto con tremore ogni ceppo che cade:
non ha eco più sorda innalzare un patibolo.
Il mio spirito è simile a una torre che crolla
sotto i colpi dell’ariete infaticabile e pesante.

Mi sembra, cullato dai colpi monotoni,
che in qualche luogo si chiuda in gran fretta una bara.
Per chi? Ieri era estate ed ecco l’autunno!
Questo rumore misterioso suona come un addio.

II

Amo dei tuoi lunghi occhi i verdi bagliori
dolce bellezza, ma tutto oggi mi è amaro,
e nulla, il tuo amore, l’alcova o il focolare
vale come il sole sfavillante sul mare.

E tuttavia amami, fammi da madre,
tenero cuore, anche per un ingrato, anche per un malvagio.
Amante o sorella, sii la dolcezza effimera
d’un glorioso autunno o di un sole al tramonto.

Compito breve! L’avida tomba attende!
Ah! Lasciami, la fronte sulle tue ginocchia, gustare
nel rimpianto dell’estate bianca e torrida,
il raggio giallo e dolce dell’autunno pieno.

Redazione Radici

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