L’Italia in numeri

L’Italia in numeri

All’indomani dell’anno della pandemia, l’Italia è un Paese che fa i conti con le culle vuote e troppi morti, nuovi poveri e consumi in calo. Un quadro a tinte fosche – parzialmente rischiarato dai dati riferiti all’inizio 2021 – quello che emerge dal Rapporto Annuale dell’Istat, presentato stamane alla Camera.
Giunto alla ventinovesima edizione, il Rapporto sulla situazione del Paese esamina lo scenario venutosi a creare con l’irrompere dell’emergenza sanitaria e verifica gli effetti sulla società e sull’economia dell’Italia.
Diviso in cinque capitoli – La crisi e il recupero: la congiuntura economica e sociale; Lo shock da pandemia: impatto demografico e conseguenze sanitarie; Il capitale umano: divari e diseguaglianze; Il sistema delle imprese: tra crisi e ripresa; Investimenti e ambiente: il quadro all’avvio del PNRR – il rapporto è stato illustrato dal presidente dell’Istat Gian Carlo Blanciardo.


QUALCHE DATO
DINAMICHE DEMOGRAFICHE ED EMERGENZA SANITARIA


Nel 2020 si è registrato il numero più alto di decessi dal secondo dopoguerra
: 746.146, oltre 100 mila in più rispetto alla media del quinquennio precedente. L’incremento più consistente si è osservato tra le persone con oltre 80 anni, con un eccesso di quasi 77 mila decessi rispetto alla media 2015-2019.
L’aumento del rischio di mortalità, particolarmente intenso in alcune aree e per alcune fasce d’età, ha ridotto l’aspettativa di vita alla nascita di 1,2 anni, su base nazionale, rispetto al 2019, segnando così un ritorno ai livelli del 2012. Gli uomini sono stati i più penalizzati: la loro speranza di vita alla nascita è regredita di 1,4 anni, scendendo sotto gli 80 anni (79,7), mentre per le donne è diminuita di un anno, riportandole a meno di 85 anni (84,4).
Nei due mesi iniziali di pandemia, a fronte dei 49.000 decessi in più rispetto alla media calcolata nello stesso periodo del quinquennio precedente, i casi direttamente imputati a COVID-19 sono stati 29mila, rappresentando la prima causa di morte tra gli ultra ottantenni e la seconda, dopo i tumori, per uomini e donne fino ai 79 anni.


Ricorso alle prestazioni sanitarie. Calo significativo del ricorso alle prestazioni di natura medico-ospedaliera, soprattutto quelle di minore urgenza e gravità come terapie di riabilitazione e visite; molto meno quelle indifferibili erogate in favore di pazienti con gravi patologie o per i quali era necessaria una diagnosi precoce e tempestiva. Queste ultime nel 2020 si sono ridotte del 7 per cento (circa 2 milioni di prestazioni in meno) a livello nazionale, contro una diminuzione complessiva del 24 per cento (oltre 6,8 milioni di prestazioni).


Comportamenti demografici. Dimezzato il numero dei matrimoni rispetto al 2019, con una perdita di oltre 87 mila nozze.
Sul fronte della natalità, nel corso del 2020 era già destinata, con o senza pandemia, a subire un ulteriore ribasso, superando il record di minimo stabilito nell’anno precedente.
I 404.104 i nati nel 2020, il 3,8% in meno rispetto al 2019. Calo proseguito fino a marzo 2021 quando l’Istat ha registrato un +3,7% rispetto al marzo 2020.
Differenze “significative” anche tra italiani e stranieri: a novembre e dicembre 2020 i nati da genitori stranieri sono diminuiti poco più di quelli da genitori italiani (l’11,4 per cento rispetto all’8,8 per cento), ma il differenziale si è poi allargato, fino a 12,4 punti percentuali, nel mese di febbraio. Anche il lieve recupero di marzo 2021 su marzo 2020 riguarda esclusivamente i nati italiani (+5,9 per cento), mentre quelli stranieri hanno continuato a diminuire (-8,3 per cento).
“Un effetto di freno ai concepimenti – quand’anche al momento da intendersi più in chiave prospettica che non come dato acquisito – è verosimilmente quello dovuto alla diffusa procrastinazione del momento del matrimonio indotta dall’emergenza”, ha detto Blanciardo. “Poiché nel nostro Paese la maggior parte delle nascite avviene, ancora oggi, all’interno del matrimonio (i due terzi nel 2019), si ritiene che, in assenza di modifiche nei comportamenti, il crollo dei matrimoni osservato nel 2020 potrebbe portare a una riduzione valutabile in 40 mila nati in meno entro il 2023. Si tratta di una perdita evitabile solo qualora si riuscisse a favorire un riaggiustamento del calendario della nuzialità e della fecondità delle giovani coppie”.


LE LIMITAZIONI ALLA MOBILITÀ
A causa delle limitazioni, nel 2020, rispetto alla media 2015-2019, la mobilità residenziale interna è diminuita del 2,8%, le immigrazioni del 30,6% e le emigrazioni del 10,8%.
Si riduce così anche il flusso migratorio verso l’estero dei giovani laureati che nel 2020, rispetto alla media 2015-2019, segna una contrazione del 5,6%. “Si tratta – ha spiegato Blanciardo – di un fenomeno per certi versi preoccupante, che tuttavia è difficile interpretare in termini di nuovi modelli comportamentali. Infatti, una quota rilevante di questi flussi appartiene a movimenti legati alla formazione accademica post-universitaria, che nell’anno della pandemia ha assunto modalità anomale e basate sulla didattica a distanza. Peraltro anche molte attività lavorative, tipicamente in professioni dei servizi avanzati, sono state svolte a distanza. Non va dimenticato che negli ultimi dodici anni il fenomeno degli espatri di giovani qualificati è fortemente aumentato, e non vi è dubbio che, allorché la scelta diviene permanente e non si osserva in ingresso un flusso equivalente di stranieri qualificati, ne deriva un effetto negativo sul potenziale di crescita del Paese”.
“Non va dimenticato che negli ultimi dodici anni il fenomeno degli espatri di giovani qualificati è fortemente aumentato, e non vi è dubbio che, allorché la scelta diviene permanente e non si osserva in ingresso un flusso equivalente di stranieri qualificati, ne deriva un effetto negativo sul potenziale di crescita del Paese”. Nel periodo “sono ufficialmente espatriati dall’Italia 355 mila giovani di 25-34 anni, il 5,9% della popolazione mediamente residente di questa classe di età, con un’incidenza maggiore per i laureati. Nel contempo i rimpatri, per la stessa fascia d’età, sono stati circa 96 mila, con una propensione leggermente più alta per i laureati. Il corrispondente saldo netto è stato negativo per circa 260 mila giovani, di cui 76 mila laureati. In ultima analisi sembra ragionevole ipotizzare che, nel quadro di un fenomeno strutturale, l’inversione di tendenza dell’ultimo anno sia occasionale e temporanea”.
Calo delle nascite, più morti e l’inversione di segno delle migrazioni nette hanno “accelerato una tendenza al declino della popolazione che era già in atto dal 2014”, ha detto il presidente dell’Istat. “Ma se in sei anni la perdita è stata di 705 mila residenti, nel solo 2020 ne sono venuti a mancare ben 384 mila e nel primo trimestre del 2021 si è registrato un calo di altri 90 mila circa”.


LA FORMAZIONE DEL CAPITALE UMANO E IL LAVORO
Nonostante un moderato recupero occupazionale nei mesi recenti, a maggio ci sono 735mila occupati in meno rispetto a prima dell’emergenza. Sul fronte dei prezzi, la dinamica è stata quasi nulla nel 2020 ma nei primi mesi del 2021 la risalita del prezzo del petrolio e il recupero dell’attività hanno alimentato moderate spinte inflazionistiche. Per rendere possibili le misure di contrasto all’emergenza sono stati sospesi i vincoli del Patto di stabilità e crescita e il deficit pubblico è salito in Italia al 9,5% del Pil.
ISTRUZIONE. “Forti differenze” tra Centro-Nord e Mezzogiorno, soprattutto in termini di qualità (competenze acquisite), in un contesto, ha ricordato Blanciardo, in cui “l’Italia tutta, nonostante i progressi compiuti, si colloca in ritardo rispetto all’insieme dell’Ue a 27”.
L’indagine PISA-OCSE più recente sulle competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze, che risale al 2018, indica come gli studenti con competenze insufficienti fossero il 23,3% nella comprensione dei testi (contro il 22,6 medio nell’Ocse) e il 24,1% in matematica (contro il 23,8), mentre un distacco maggiore si osservava nelle competenze scientifiche (il 25,9 contro il 22%). Resta ancora bassa la posizione dell’Italia riguardo alla formazione universitaria, per la quale siamo tuttora al penultimo posto tra i paesi dell’Ue. La quota di laureati tra i 30-34enni è molto inferiore rispetto alla media Ue27 (circa il 28 contro il 40 per cento). La distanza è simile per le donne (34 contro il 46 per cento), che pure hanno una maggiore probabilità di laurearsi rispetto agli uomini”.
“Eccellenti” le performance degli Istituti Tecnici Superiori in termini di capacità di inserimento nel mercato del lavoro, con l’82,6 per cento dei giovani diplomati nel 2018 che è risultato occupato a 12 mesi dal conseguimento del diploma.
I più piccoli. Tra aprile e giugno 2020, l’8% degli iscritti delle scuole primarie e secondarie – circa 600 mila studenti – non ha partecipato alle video lezioni con un massimo di esclusi nel Mezzogiorno (9%), un’area che si distingue anche per la maggior quota di mancata partecipazione degli studenti con disabilità (29 per cento contro una media del 23,3%).
La ripresa dell’anno scolastico 2020-2021 per gli iscritti con meno di 14 anni è avvenuta comunque solo in presenza in circa il 68 per cento dei casi, in modalità mista per il 17,5 per cento e solo a distanza per il 13,9 per cento. (aise) 

Redazione

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