Primavera Libica o profondo inverno

Primavera Libica o profondo inverno

di Raphael LUZON

Primavera Libica o profondo inverno

Quando nel 2011 con la primavera araba si è messo fine all’era Muammar Gheddafi; dopo 40 anni di isolamento si è registrato, da parte degli investitori stranieri, un improvviso aumento di interesse per il paese africano sede di grandi riserve petrolifere.

Alla chimera della Libia quale miniera d’oro si contrappongono episodi di violenza, di stagnazione; frequenti battaglie tra milizie, attacchi ai diplomatici, furti d’auto che hanno fatto letteralmente scappare gli affaristi. Le aziende estere inviano personale in Libia per il tempo strettamente necessario alla conclusione delle trattative o dei lavori e senza famiglia. Le uniche figure che ancora permangono su un territorio che definirei “molto caldo”, sono i diplomatici ed i dirigenti petroliferi ma privi della libertà personale e sempre sotto scorta.

Lo scenario è desolante, gli uffici istituzionali sono ospitati in convogli armati. Pensate cari lettori che tre anni fa circa il convoglio dell’ambasciatore dell’UE è stato oggetto di un agguato e l’ambasciata russa attaccata.

Eppure la bella Tripoli è una città accogliente dove nei caffè, nelle piazze come in quella dei Martiri – luogo di incontro, di affari e di movida araba -, nei negozi, non si respira aria di minaccia anche se mancano luoghi di divertimento più spensierati se paragonati alla vicina Tunisi o al Cairo.

Purtroppo, la zona intorno Sabratha ha visto tensioni negli ultimi mesi. Scontri armati scoppiati presso l’impianto di gas Mellitah tra milizie rivali per il contratto di sicurezza, un’ondata di proteste contro le milizie dopo l’uccisione di 47 manifestanti disarmati fuori una base agitano i pochi giorni di calma; milizie cacciate fuori della città e sostituite da unità della polizia e dell’esercito sono stati accolti da folle plaudenti.
Quattro addetti alla sicurezza dell’Ambasciata americana sono stati arrestati vicino a Sabratha, dopo un litigio a un checkpoint dell’esercito.
Due omicidi, tra cui quello di un insegnante di chimica americano che lavorava in una scuola internazionale nella città orientale di Benghazi, hanno aumentato la preoccupazione tra i residenti stranieri.

La sede di New York di Human Rights Watch ha condotto un’indagine indipendente sulla repressione violenta di 500 detenuti in una prigione di Tripoli da diversi giorni in sciopero della fame per vedere garantiti i propri diritti ossia essere sentiti da un procuratore per far valere le proprie ragioni visto che alcuni di loro erano stati arrestati senza alcun capo di imputazione. “Sparavano direttamente a noi attraverso le sbarre di metallo”, testimonia un carcerato. 19 reclusi sono stati raggiunti da colpi di arma da fuoco altri feriti da schegge, 1200 sono scappati dopo una rivolta a Bengasi nel mese di luglio scorso.

In una interessante intervista al Corriere della Sera di qualche anno fa, l’ex governatore della Banca Centrale della Libia, Farhat Bin Guidara, ex fedelissimo di Gheddafi, afferma che “dopo la caduta del regime di Gheddafi la Libia è dominata da gang e da organizzazioni mafiose”.

“Così come, prosegue, la Banca centrale di Libia ha trasferito illegalmente ingenti beni all’estero non autorizzati. Conserva un importo totale di beni congelati presso banche della Svizzera, Gran Bretagna, Italia e America, pari a 294 miliardi seicento milioni di dollari, di cui, pare che 90 miliardi e ottocento milioni di dollari siano stati prelevati in circostanze misteriose”.

Ed il fenomeno continua…come la scomparsa dei soldi provenienti dalla vendita di immobili di proprietà dello Stato libico in Libano, Marocco, Tunisia, Gran Bretagna, India e diversi paesi africani, per una somma che ha superato 36 miliardi di dollari.

La Libia è totalmente dipendente dai proventi del petrolio e del gas e senza questi potrebbe non essere in grado di pagare i propri funzionari. Un membro della commissione parlamentare di energia, ha detto a Bloomberg che “il governo ha iniziato ad intaccare le sue riserve. Se la situazione non migliora, il Governo non sarà in grado di pagare gli stipendi entro la fine dell’anno”.

La Libia, di fatto, è sull’orlo di un fallimento spaventoso. Ricchezze petrolifere fanno a botte con la povertà più assoluta: vi è quasi l’assoluta incapacità di provvedere alle necessità più elementari della vita per i cittadini. Il debito libico contratto verso molti paesi del mondo è in netta crescita perché gli “uomini della sicurezza”, forze secessioniste della parte orientale del paese, hanno preso il controllo dei molti porti petroliferi sul Mediterraneo e tanto da vendere il petrolio greggio sul mercato nero. La produzione in Libia di greggio di alta qualità è precipitata da 1,4 milioni di barili al giorno all’inizio di quest’anno a soli 160.000 barili al giorno.

Con la costituzione di un Governo di unità nazionale, e la nomina di un nuovo premier, Abdel Hamid Dbeiba, si spera si possa uscire dal profondo inverno in cui è immobilizzata la Libia per preparare, legalmente e degnamente, le elezioni generali previste per il mese di dicembre. 

Raphael LUZON corrispondente progetto Radici Inghilterra, Londra.

Redazione

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