Il simbolo e la metafora fra mitologia, arte, poesia e letteratura

Il simbolo e la metafora fra mitologia, arte, poesia e letteratura


di Apostolos Apostolou

Il professore Nicolae Panea (Università di Craïova) sostiene: “Se la letteratura antica attinge nella mitologia, che costituisce la sua seconda natura, la letteratura moderna tende a divenire essa stessa una mitologia – quella della creazione. Ma anch’essa continua a dissimulare dei miti antichi sotto nuove forme. La letteratura antica greco-latina può difficilmente essere separata dalla religione, almeno quella che noi oggi consideriamo mitologia greco-latina in quanto, da una parte, l’artista abbandona, anche se non completamente, le emozioni strettamente personali per far posto alla voce della comunità e, d’altra parte, perché gli avvenimenti contemporanei sono dissimulati in racconti che riprendono dei miti.” traduzione dal francese di Anna Gueli.


Ciò che unisce la mitologia, la letteratura, la poesia e l’arte, è il simbolo, termine (dal greco symbàllò, «metto insieme») designante in origine le due metà di un oggetto che, spezzato, può essere ricomposto avvicinandole: in tal modo ogni metà diviene un segno di riconoscimento. (Secondo Enciclopedia Garzanti) Simbolo è un fatto che la figura mitologica è assolutamente al centro della letteratura, dell’ arte e della poesia. Didier Anzieu ha esaminato in maniera sistematica la mitologia greca ed è giunto alla conclusione che circa un terzo di essa gira intorno all’allegoria edipica. Robert Graves sosteneva che il primo sostenne che “la mitologia greca, nel suo contenuto, non era più misteriosa dei manifesti elettorali di oggi”.

(Robert Graves nel suo saggio I miti greci è riuscito a rianimare questa materia ormai inerte, restituendocela con tutto il suo splendore, il suo senso. Secondo Robert Graves ci sono molti sono i miti che ci hanno suggestionato nel corso del tempo e della nostra educazione e cultura: Il Ratto di Persefone, Apollo e Dafne, Orfeo ed Euridice, il mito di Narciso e il mito di Giacinto e Zefiro “narrati da Ovidio nelle Metamofosi”, Dedalo ed Icaro, il mito di Fetonte e il carro del Sole, Teseo e il Minotauro, il Vello d’oro di Giasone, e numerosi altri che sarebbe troppo lungo elencare.)

E C. Jung scriveva: “Non si può certo supporre che il mito o il mistero siano stati coscientemente inventati per qualche fine: tutto fa pensare piuttosto che essi rappresentino un involontario riconoscimento di una precondizione psichica inconscia”. E fatto che la mitologia greca ha fatto nascere molte nozioni importanti della psicoanalisi (per esempio l’allegoria edipica, la figura di Narciso, ecc). Secondo C. Jung : «Simboli nefasti sono la strega, il drago – ogni animale che divori o avvinghi, come un grosso pesce o il serpente – […]. Quest’elenco non pretende di essere esaustivo; esso si limita a indicare le caratteristiche essenziali dell’‟archetipo della madre”». Pertanto l’ermeneutica del mito archetipico il labirinto di Cnosso e il caso di Teseo potrebbe funzionare con l’ universalità dinamica del simbolo, per vedere nella narrazione con linguaggio figurativo del riferimento auto trascendente del Ego (Io).

Il Labirinto di Cnosso è un leggendario labirinto, che secondo la mitologia greca fu fatto costruire dal Re Minosse sull’isola di Creta per rinchiudervi il mostruoso Minotauro, nato dall’unione della moglie del re, Pasifae, con un toro. Era un intrico di strade, stanze e gallerie, costruito dal geniale Dedalo con il figlio Icaro, i quali, quando ne terminarono la costruzione, vi si trovarono prigionieri. Dedalo costruì delle ali, che appiccicò con la cera alle loro spalle, ed entrambi ne uscirono volando.

Quando Androgeo, figlio di Minosse, mori ucciso da alcuni ateniesi infuriati perché aveva vinto troppo ai loro giochi disonorandoli, Minosse decise, per vendicarsi, che la città di Atene, sottomessa allora a Creta, doveva inviare ogni nove anni (o ogni anno) sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi da offrire in pasto al Minotauro, che si cibava di carne umana. Questo avvenne finché Tèseo, eroe figlio del re ateniese Ègeo, si offrì come giovane da offrire in pasto al Minotauro per ucciderlo. Quando Teseo arrivò a Creta, Arianna, la figlia di Minosse e Pasifae, si innamorò di lui e lo aiutò a ritrovare la via d’uscita dal labirinto dandogli una matassa di filo che, srotolata, gli avrebbe permesso di seguire a ritroso le proprie tracce. Infatti, Teseo uccise il Minotauro e guidò gli altri ragazzi ateniesi fuori dal labirinto, grazie al filo che Arianna gli aveva dato e che lui aveva lasciato scorrere lungo il percorso.

Minotauro è il desiderio irrazionale che si compie con la soddisfazione del bisogno fisico. Ma anche è l’intederminismo ontico, che le fugati emersioni dell’ inconscio introducono come definizione del soggetto, non cessa di isolare nel soggetto un cuore, o come diceva Freud “Kern” di non- senso. L’inconscio è costituito da impulsi e fantasie che rappresentano desideri incompiuti, vissuti indelebili cacciati dalla coscienza o esperienze infantili che non sono mai giunte alla coscienza.
Molti hanno dato una spiegazione della mitologia greca che si muove negli archetipi. La parola “archetipo” significa “immagine originaria”, “modello originario” (dal greco archè, origine, principio, e typos, modello, marchio, esemplare) e si contrappone a “stereotipo” (in greco stereos significa solido, rigido, tridimensionale) che significa “copia”, “duplicazione”, “riproduzione”.

Parlando di archetipi e dei loro simboli, Jung si riferiva ai “contenuti dell’‟inconscio collettivo, […] tipi arcaici o meglio ancora primigeni, cioè immagini universali presenti fin dai tempi remoti”. Se si tiene conto della “gestione delle informazioni” compiuta dal patriarcato negli ultimi 3500 anni, le tradizioni mitologiche e religiose non ci permettono di vedere completamente le nostre immagini archetipiche più antiche. Di conseguenza, quando si discute degli sviluppi psicologici nelle culture patriarcali come la nostra, sarebbe più corretto parlare precisamente di “archetipi patriarcali”, “piuttosto che genericamente di “archetipi”. E come scrivono Marta Superdi e Cristina Butti “ Jung parla del Minotauro come dell’archetipo dell’immagine materna divorante e del percorso dell’anima verso l’equilibrio del proprio sé: esso è nella maggior parte dei casi espressione della brutalità, dell’istintualità irrazionale che non conosce morale , della violenza al di là del bene e del male”.


Il nome Teseo condivide la radice con la parola “thesmos” (in greco θεσμός), il termine greco che sta per istituzione. Fu l’artefice del sinecismo (synoikismos, abitare insieme e da qui proviene la città) – l’unificazione politica dell’Attica rappresentata dai suoi viaggi e dalle sue fatiche – sotto la guida di Atene. Una volta riconosciuto come re unificatore, Teseo fece costruire sull’Acropoli un palazzo simile a quello di Micene. Pausania narra che, in seguito al synoikismos, Teseo istituì il culto di Afrodite Pandemos (Afrodite di tutto il popolo) e di Peito, che si celebrava sul lato meridionale dell’Acropoli. Con interpretazioni psicoanalitiche Teseo esprime la referenzialità autotrascendente, o possiamo dire ciò che trascende l’insistenza nell’individuocentrismo. Anche Il termine “labirinto” indicava una sola entrata e un unico vicolo cieco in fondo al percorso, di forma quadrata o più spesso circolare. Il labirinto in generale può essere visto come metafora della ricostituzione dell’ordine perduto, e di conseguenza come metafora del pensiero umano, della psiche e della della sua struttura, per l’appunto, labirintica. Nel dialogo socratico Eutidemo, Platone fa parlare Socrate descrivendo la struttura labirintica del dialogo: «Giunti all’arte di regnare ed esaminandola a fondo, per vedere se fosse quella a offrire e a produrre la felicità, caduti allora come in un labirinto, mentre credevamo di essere ormai alla fine risultò che eravamo ritornati come all’inizio della ricerca, e avevamo bisogno della stessa cosa che ci occorreva quando avevamo incominciato a cercare.»

Il labirinto è anche un simbolo del mondo, i cui schemi e la cui logica sono oscuri e incomprensibili all’uomo, anche è l’ indirizzo dell’ anima, e secondo Aristotele è stato la causa principale e fondamentale della nascita della filosofia.
Un altro esempio del simbolo e della metafora è il mito del vello d’ oro nella cultura greca antica, che costituisce una grande narrativa. Il mito del vello d’oro sembrerebbe rifarsi ai primi viaggi dei mercanti-marinai proto-greci alla ricerca di oro, di cui la penisola greca è assai scarsa. Da notare che tuttora nelle zone montuose della Colchide e delle zone limitrofe, vivono pastori-cercatori d’oro seminomadi, che utilizzano un setaccio ricavato principalmente dal vello di ariete, tra le cui fibre si incastrano le pagliuzze di oro. Altri studiosi ritengono che si tratti di una metafora dei campi di grano, scarso in Grecia, e che gli antichi Elleni si procuravano sulle coste meridionali del Mar Nero.

Altri ancora lo ritengono l’oro degli Sciti. Il vero diventa come la matrice biologica. Il nome (αμνίον. da qui abbiamo. la parola amnos «αμνός» cioè l’ agnello, che ha tre significati: agnello, ragazzo, e servo ) secondo la medicina «αμνίον» sono le acque al termine della gravidanza. La membrana involgente il feto. Un sacco membranoso di tessuto connettivo trasparente. La tragedia Medea di Euripide è piena dalla semiologia e piena dalle metafore e metonimie.


Se il simbolo è un enigma come l’enigma della Sfinge secondo la mitologia, il simbolo nell’ arte, e nella letteratura è un segno che sta per altro, cioè sym-ballein secondo greco antico e moderno. In altre parole quest’ Altro non è il nostro simile o un altro soggetto, ma rappresenta in un certo qual modo l’alterità assoluta che il linguaggio e l’inconscio rappresentano per noi stessi. Linguaggio e inconscio ci vincolano costantemente alla nostra dipendenza da leggi di cui non siamo padroni, ad una struttura che ci determina sin dalla nascita e che Lacan chiama ordine Simbolico. Il bambino, prima ancora che dalla propria madre, nasce nel regno dell’Altro. Viene alla luce già immerso nelle leggi del simbolico, e dai suoi primi giorni di vita l’ infans alla dipendenze dell’ Altro, il suo grido deve essere interpretato, le sue intenzioni incontrano la voce dell’Altro, quella dei genitori, diventando le loro parole.

E’ attraverso l’interpretazione del grido come una domanda che il bambino viene introdotto al linguaggio. Questo Altro esiste nella letteratura, nella poesia e nell’ arte. Per questo Nietzsche diceva: “L’arte non ha altro fine che la creazione dell’arte stessa, ossia il gesto artistico non significa nulla. L’arte è per l’arte.” Perchè l’ arte è l’ assolutamente l’ Altro. L’ Altro è l’ ordine simbolico della vita, perciò l’ arte come espressione l’ Altro, è la più alta espressione umana di creatività e di fantasia, cosi il simbolo è un linguaggio universale dell’arte. Quindi un prodotto artistico nella maggior parte dei casi non è altro che il risultato del simbolo. Un’opera sarà compresa da tutti perché parlerà una lingua universale dei simbolismi.


I simboli hanno un rapporto di connessione naturale, convenzionale e di continuità fisica con il proprio oggetto ovvero un rapporto di contiguità fra espressione e contenuto. Il simbolo è legato alla situazione, è relativo al contenuto e al suo significato o al significato dei segni, e con il concetto.
Possiamo vedere lo schema per capire la potenza che hanno i simboli:

Ogni simbolo sarà associato a una particolare area logica. Tutti conosciamo che l’ arte diventa il grande produttrice di simboli, attraverso modalità diverse nel tempo e nello spazio. Il legame che si stabilisce tra Arte e Simbolo proviene dalla mitologia infatti, la mitologia come abbiamo visto, (anche la storia possiamo dire) produce delle forme simboliche aventi funzione di termini di riferimento, di “matrici” di tutti i tipi di Segni usati per comunicare. Nella mitologia ci sono simboli che assumono valori di “verità” e di “sacralità“, mentre nell’ arte come la poesia e la letteratura i simpoli ci sono come apertura dello spazio di libertà.

Apostolos Apostolou Professore di Filosofia e Corrispondente Progetto Radici Atene Grecia

Daniela Piesco

Daniela Piesco

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