André Gide, l’immoralista

André Gide, l’immoralista

di Rossella Cerniglia

André Gide, nato nel 1869 a Parigi, e insignito nel 1947 del premio Nobel per la letteratura, pubblica nel 1902 uno dei primi, e tra i suoi più celebri, romanzi: L’Immoralista.
Un’opera erede, come è naturale, di tutte le suggestioni del modernismo, derivate dall’ampliamento degli orizzonti culturali ad opera del positivismo e dall’entusiasmo per il rapido sviluppo di scienza e tecnica.


Al di là però dei miti di maniera di un asciutto scientismo e dell’intera modernità, tale tendenza opera all’interno delle coscienze una spaccatura, generando duplicità, contraddizione e inquietudine circa le speranze implicite e le sconfitte di una tale dirompente corsa verso il futuro.
Gli innesti prevalenti da cui il modernismo trae linfa, sono sul pensiero di Bergson, Darwin, Nietzsche, sulla psicanalisi di Freud, Jung e William James, e sull’influenza della teoria della relatività di Einstein.
L’opera di André Gide, intrisa della cultura e delle attese del suo tempo, mantiene in sé questi presupposti – soprattutto nicciani e freudiani – e su tali basi sviluppa nel romanzo, un concetto di libertà individuale, orientata al soddisfacimento della libido, di quella carica vitale ed espansiva che è all’origine di un piacere tutto umano.
Un tale principio trova piena affermazione ne L’Immoralista.

Per di più l’autore sottolinea, nella premessa, di non voler proferire giudizi sul personaggio né sulla vicenda narrata, cioè su quanto la cultura modernista cominciava già a considerare alla stregua di un diritto acquisito. Nel suo tendere all’autoaffermazione, attraverso un malinteso senso della libertà, il soggetto veniva, infatti, sganciato dalle norme di una morale repressiva, considerata oramai vetusta e sorpassata, e reso all’onnipotenza di una nuova eticità fatta di solo diritto.


Tuttavia, nonostante questa premessa, e la dichiarazione di non voler proferire alcun giudizio sulla condotta del protagonista del romanzo (la cui natura è autobiografica) – premessa che avrebbe, in qualche modo, messo al riparo l’autore stesso – la conclusione del racconto, è già di per sé indicativa di una presa di posizione etica, da parte dell’autore, che contraddice i presupposti iniziali.


Il romanzo, è introdotto da una lettera – che fa, in qualche modo, da cornice alla storia – in cui un amico del protagonista, accenna alle vicende drammatiche che hanno indotto quest’ultimo a chiedere aiuto ai suoi amici più cari, accomunandoli nell’ascolto della sua drammatica esperienza.
Il racconto, trascritto dall’amico, procede poi in prima persona come se a parlare fosse lo stesso protagonista Michel, che prende a narrare partire dalla morte del padre a dal suo matrimonio con Marceline, una donna che ha sposato senza convincimento né amore.


Questi due fatti rappresentano uno spartiacque nell’esperienza di Michel tra la vita sino ad allora vissuta e quel che avverrà dopo. L’infanzia e la giovinezza di Michel fino al matrimonio, sono dominate dalla figura paterna, e dai canoni di una vita austera, dedita ad uno studio erudito, al quale si era dato interamente, trascurando la vita reale.
Dopo il matrimonio – e libero ormai anche dal peso dell’autorità paterna dopo la morte del genitore – durante un viaggio che lo porterà con Marceline in Tunisia, si manifesteranno in lui i primi sintomi della tubercolosi che lo prostrerà a lungo fisicamente e moralmente, e da cui guarirà grazie alle affettuose cure e all’abnegazione della moglie.


Ma in seguito a questa drammatica esperienza, che lo condurrà in fin di vita, in Michel germoglieranno le premesse di una nuova visione del mondo che muterà radicalmente il suo modo di essere e il suo rapporto con la vita.
Innegabile, a questo punto, la componente autobiografica del romanzo, a partire appunto da questa esperienza di malattia e guarigione che fu anche dell’autore, e che induce a pensare che il protagonista del romanzo impersoni in realtà una visione del reale e una filosofia che furono dello stesso Gide.


Il risvegliarsi di una nuova vitalità nel protagonista dopo la drammatica esperienza della malattia, e le pulsioni dei sensi e della libido – inavvertite prima – lo spingono nella direzione di una sensualità panica, direi dionisiaca, sino a quel momento repressa dall’austerità della morale ricevuta in origine. È una riscoperta del mondo, ma anche della propria dimensione fisica, corporea, comprese talune tendenze omofile che si profilano nella narrazione e si fanno ricorrenti nei suoi pensieri e desideri.


Ho sentito definire questa nuova visione del protagonista, questa “liberazione” dall’elemento castrante della morale, come non altro che “una resurrezione dell’anima”, il momento in cui il protagonista riscopre il proprio vero se stesso. Ma in realtà, si tratta solo di una “resurrezione dei sensi in funzione marcatamente egoica”. È il puro materialismo che emerge in lui, qualcosa che ha a che vedere più con la distruzione dell’anima che con la sua conquista. Infatti è esattamente ciò che genera nel protagonista la caduta e la crisi. Piuttosto una catastrofe, dunque, che una resurrezione.


È, in tal modo, presente, in questa vicenda, tutta la dirompente carica distruttiva insita nell’affermarsi stesso di questa nuova dimensione etica propria del modernismo. La suggestione di Nietzsche e di Freud è subito evidente.
Gli effetti devastanti – dopo l’iniziale ebbrezza dello sconfinamento verso una libertà senza confini – si propagano poi rovinosamente nell’anima del protagonista, sempre più incentrato su se stesso, sull’appagamento delle proprie voluttà, e incapace di altruismo persino nei confronti della sua amorevole moglie che ha speso tutta se stessa per stargli vicino nella lunga malattia, e curarlo nel migliore dei modi sino all’estremo sacrificio di se stessa.
Un rigurgito di altruismo e un senso di pena per la giovane moglie, apriranno in seguito un contrasto interiore, avvertito in maniera corrosiva, che spingerà Michel, una volta rientrato in Francia, al tentativo di una vita meno sregolata, più normale, con un lavoro e con la moglie in attesa di un figlio.


Un proposito di breve durata comunque, che naufragherà man mano, non appena riprenderà in lui il desiderio di dare libero sfogo a tutti gli impulsi di quel vitalismo sensuale che aveva già pervaso il suo corpo e la sua anima nel suo soggiorno africano.
In tal modo, parallelamente alla riemersione delle pulsioni inconsce e dell’onnipotenza del sé – che sembra porre la morale al di là del bene e del male – anche il rapporto che aveva voluto ricreare con la moglie su basi nuove, si indebolisce e declina.


Si apre allora, a questo punto, un ulteriore sviluppo problematico della vicenda corrispondente a un divaricamento tra le due esistenze, per cui all’affermarsi sempre più indiscutibile dei diritti dell’uno corrisponderà un progressivo indebolimento della figura dell’altra.
Marceline, infatti, presa nel vortice che allontana sempre più da sé il marito nella sua spinta edonistica, e lasciata a se stessa, intristisce, si fa sempre più debole e impotente, sempre più accantonata e distante, e finirà col perdere il figlio che aveva in grembo e con l’ammalarsi anch’essa di tubercolosi in seguito alla cure che aveva rivolto a Michel.


Ma un mero senso di colpa e una certa pena per la sua mite compagna – ultime vestigia della sua originaria struttura morale – portano Michel nuovamente in viaggio, ancora combattuto tra opposte tensioni. Infatti il tentativo di tacitare la propria coscienza, portando Marceline nei luoghi dove erano stati felici, per tornare a rivivere quella felicità, nasconde – come verità più profonda – quello di ritrovare la dirompente espansività, e quel primordiale impulso alla gioia dei sensi che aveva sperimentato nel precedente soggiorno con la moglie in Africa.
Questo nuovo viaggio porterà Michel e la moglie prima in Svizzera, poi, attraverso l’Italia, sempre più a sud sino in Tunisia, sulle orme dell’itinerario precedente.

E in questo suo ostinato procedere, consapevole dell’aggravarsi delle condizioni di salute della moglie, cui non giova un clima dall’afa quasi irrespirabile, è tutta l’insensibilità egoica, l’inaffettività di un narcisismo che allontana ed esclude l’altro dal proprio orizzonte. Michel, infatti, continuerà ad andare incurante verso sud – in una continua ricerca di appagamento della propria sensualità inquieta e perennemente inappagata – fino al sacrificio estremo e alla morte di Marceline.


In tutto il testo la narrazione corre netta e sicura, scevra da elementi esornativi e tende a raggiungere il clou della vicenda, la sua problematicità e verità sostanziale. È qui che Gide mostra tutta la sua grandezza, nel dibattimento impetuoso, oscuro, delle passioni che si agitano nell’animo del protagonista – suo alter ego – di pentimenti, impulsi inconfessabili, tentativi di rigetto e di riabilitazione di sé, sensi di colpa e ravvedimenti, tenerezza e pena verso la moglie e ritorni improvvisi all’insistente richiamo di una sregolata sensualità. Insomma, una grandezza che ha l’apice nella delineazione di tutte le antinomie e spaccature del sé, che si operano nell’animo umano a partire da certe scelte.


E naturalmente, in tutto questo scavo, in queste, a volte inconfessabili pulsioni, e nelle auscultazioni del sé, emerge, come dicevo, oltre alla preponderante presenza di Nietzsche, anche quella di Freud. Sullo sfondo è l’orizzonte nuovo che la sua psicanalisi aveva aperto.

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