Belgio (1.Emigrazione italiana)

Belgio (1.Emigrazione italiana)


Di Paola Cecchini


Secondo i dati ministeriali, il numero degli italiani iscritti all’AIRE e residenti in Belgio si aggira nel 2020 attorno alle 274.404 unità.
Si tratta di una cifra ragguardevole che nessun’altra comunità straniera ha mai raggiunto in quel Paese che conta poco più di 11.550.000 abitanti (in ambito extracomunitario, è piuttosto numerosa la comunità marocchina, seguita dalla turca).
Ai cittadini con passaporto italiano, occorre aggiungere coloro che hanno acquisito la cittadinanza belga per matrimonio, naturalizzazione o grazie alle numerose leggi che da una quarantina d’anni hanno facilitato questa procedura (legge Gol del 26 giugno 1984 e sue integrazioni).


È un dato di fatto che gli italiani siano una componente importante della società belga attuale che li annovera nei più rappresentativi ambienti professionali, anche se la percentuale maggiore si riscontra tra gli operai, e nell’ambito della popolazione studentesca, tra coloro che frequentano le scuole tecniche piuttosto che i licei (almeno fino a pochissimo tempo fa).
La prima tappa del flusso migratorio proveniente dall’Italia risale al periodo 1830-1860. E’ costituito soprattutto da rifugiati politici di matrice liberale che, colti e progressisti, arricchivano il dibattito intellettuale del tempo, contribuendo alla creazione di numerosi istituti laici, tra cui l’Université Libre (1834) e l’Université Nouvelle (1893) di Bruxelles.


Scandalizzando i benpensanti e suscitando un vespaio di polemiche, Isabella Gatti de Gamond, figlia dell’esule Giambattista, istituì nel 1864 la prima Scuola Laica per Ragazze.
Il personaggio più rappresentativo del periodo fu Vincenzo Gioberti che visse a Bruxelles tra il 1834 e il 1845 e lì compose i suoi scritti filosofici più importanti, tra cui Primato morale e civile degli italiani (1843).
Agli inizi del 1880 un nuovo flusso di emigrati politici arrivò dall’Italia. Si trattava di “toute une société d’anarchistes italiens bien organisés, mais peu nombreux”, come è qualificata nei documenti delle forze di polizia del 1884. Le persone di spicco del periodo furono Errico Malatesta, Carlo Cafiero e Alfonso Danesi.
Nel 1898, dopo i moti di Milano, una nuova ondata di esuli preparò la strada alla terza emigrazione politica, quella conseguente al fascismo.

Fu emblematica a questo proposito la figura del socialista Arturo Labriola, Ministro del lavoro nell’ultimo Gabinetto Giolitti, che prese la via di Bruxelles nel 1898 prima, e negli anni Venti poi.
Il numero degli italiani passò da quasi un migliaio nel 1890 a 4.480 nel 1910. Questo incremento si inserì nel grande flusso migratorio nazionale che esportava in Belgio operai, artigiani e contadini, oltre che venditori ambulanti e suonatori d’organetto.
Almeno la metà di loro si stabilì ad Anversa, Liegi e Bruxelles. In quest’ultima città esisteva un quartiere italiano nel sobborgo di Schaerbeek, vicino alla stazione Nord. La rue de la Poste fu definita, nei rapporti di polizia, la rue des ltaliens.


Per la costruzione della rete ferroviaria Bertrix-Muno, nelle Ardenne, gli operai italiani furono reclutati direttamente dal governo belga in sostituzione della manodopera locale che, pur avendo rifiutato quel lavoro, si mostrava tutt’altro che tollerante nei loro confronti.
Secondo quanto riferiscono gli archivi ministeriali, numerosi furono gli scontri tra italiani e belgi, tanto che nel febbraio 1877 a Warmifontaine l’intervento tempestivo della polizia impedì che la situazione degenerasse in modo irreparabile.


Nella capitale esisteva anche un’élite, composta di commercianti, esuli risorgimentali e loro discendenti. Questi ultimi, rimasti in Belgio anche dopo l’Unità d’Italia, cercarono di organizzare, almeno inizialmente, infrastrutture educative per gli immigrati più poveri. Riuscirono parzialmente nel loro intento, come riferivano i rapporti del Nunzio Apostolico a Bruxelles che se ne lamentava più volte.
Nel periodo 1914-1922 la comunità italiana raggiunse le 30.000 unità con l’avvento dei prigionieri deportati dai tedeschi e dei soldati del II Corpo d’Armata che avevano partecipato all’offensiva finale e che si trovavano nel Lussemburgo belga all’epoca dell’armistizio.
Aderendo alle richieste del governo locale, l’emigrazione italiana si indirizzò verso i settori dell’industria pesante e mineraria.

Per la disciplina del reclutamento ufficiale, fu stilato un apposito accordo con la Federazione Carbonifera Belga (Fédéchar).
Non mancava, però, chi arrivava in Belgio senza alcun contratto di lavoro, come riportava La Nation belge nell’edizione del 29 settembre 1922. Il reportage mostrava oltre 200 candidati minatori, arrivati da Verona per lavorare nelle miniere di Charleroi: derubati durante il viaggio, sostavano nell’atrio della stazione sud di Bruxelles non sapendo dove andare né a chi rivolgersi, dato che non conoscevano una parola di francese.


Tra gli immigrati di spicco del periodo figuravano, oltre a Labriola, il popolare Francesco Luigi Ferrari ed il conte Carlo Sforza, già titolare del dicastero degli Affari Esteri nel governo Giolitti (1920-1921).
Nonostante l’intervento della Chiesa e le costose iniziative poste in essere in ambito scolastico, ricreativo e sociale, il Fascismo non riuscì ad inquadrare la comunità italiana nelle proprie strutture politiche. Nella comunità tutti i partiti antifascisti erano rappresentati e tra loro spiccava quello comunista che vantava moltissimi iscritti, tanto che il proprio periodico, Riscatto, era diffuso in tremila copie.
Tra il 1927 ed il 1935 le opposte fazioni politiche si scontrarono molte volte: l’episodio più eclatante fu rappresentato dal tentato omicidio del principe Umberto di Savoia, giunto a Bruxelles per il fidanzamento con la principessa Maria José.

Agli occhi dell’attentatore Fernando de Rosa, il principe era colpevole, come tutta la sua famiglia, di aver favorito Mussolini nell’ascesa al potere.
La tensione politica non era gradita alla società ospitante ed in quegli anni si rafforzò lo stereotipo dell’italiano, il famoso Macaroni: violento, prolifico, pigro e donnaiolo.
Fino alla seconda guerra mondiale, il Belgio era anche un paese d’emigrazione, tanto da rappresentare il flusso immigratorio francese più consistente (33%).
Fin dai primi anni del Novecento, i belgi avevano lavorato nel paese limitrofo come muratori e braccianti; in seguito avevano attraversato ogni giorno la frontiera in decine di migliaia per la raccolta del frumento e della barbabietola da zucchero.


Il 10 maggio 1940 il Paese fu invaso dalle truppe tedesche e molti antifascisti italiani furono arrestati in quanto cittadini di un paese nemico e deportati in Germania. Altri entrarono a far parte della Resistenza locale.
Nel dopoguerra numerosi connazionali sopravvissuti alla deportazione furono espulsi con l’accusa di essere attivisti politici, dato che la legge locale impediva agli stranieri ogni attività politica.
Con gran delusione della comunità italiana, le cariche diplomatiche furono prevalentemente assegnate a persone legate al precedente regime, spostate semplicemente da un posto all’altro.


Dal 1946 il numero dei connazionali salì vertiginosamente a seguito dell’accordo minatore-carbone, sottoscritto tra il governo italiano e quello belga.
Sarà proprio il carbone al centro dell’intero fenomeno.

Paola Cecchini Redazione Progetto Radici

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