Argentina (5.Donne in emigrazione)

Argentina (5.Donne in emigrazione)


Di Paola Cecchini

Cercando materiale per i miei libri, sono rimasta spesso perplessa nel constatare come gli studiosi di storia contemporanea abbiano sottovalutato il ruolo rivestito dalle donne durante l’emigrazione all’estero che ha coinvolto oltre 27 milioni di italiani in un secolo (oltre i clandestini).
L’universo femminile resta in penombra, come se gli espatri avessero riguardato quasi esclusivamente quello maschile. Le statistiche ufficiali, però, raccontano ben altro: dal 1910 al 1980 le donne hanno rappresentato una percentuale sui flussi in partenza dal nostro Paese che varia dal 24% (1911-1920) al 40,4% (1931-1940). Nell’ambito dell’ultimo decennio, poi, le percentuali hanno raggiunto il 42% nel 1933, il 44,8% nel 1935, il 49% nel 1936 e 1941.
L’emigrazione ha investito appieno il mondo femminile, coinvolgendo sia le donne che rimasero in patria ad aspettare i propri uomini, sia quelle che li seguirono oltreoceano.
Credo che sia doveroso ricordare anche le donne che subirono gli aspetti peggiori del fenomeno, le più sfortunate in assoluto, coloro che caddero in una rete di vera e propria prostituzione, organizzata da connazionali che carpivano la loro buona fede, proprio come succede ai nostri giorni: sto parlando dei traffici di ‘domestiche’ con Londra e, soprattutto con il Cairo ed Alessandria d’Egitto dove nelle case di appuntamento lavoravano quasi esclusivamente giovani italiane.

Quando l’emigrazione oltreoceano era transitoria, le donne restavano a casa ad allevare i figli ed accudire suoceri e genitori anziani. A mano a mano che gli uomini prendevano la via dell’estero, nei paesi di origine mutò la tradizionale divisione sessuale del lavoro, tanto che la presenza di fanciulli e donne ‘divenne abituale anche laddove non era consueta’.
Alle donne non erano risparmiati i più pesanti lavori (con poco riguardo anche al loro stato di gravidanza): passavano con la massima disinvoltura dalla vanga ai ferri da calza e dalla zappa all’ago.
L’assenza dei mariti nei paesi d’origine determinò un aumento del potere femminile nella gestione familiare: le donne iniziarono ad uscire di casa per frequentare botteghe ed uffici postali, a recarsi negli studi notarili, ad investire le rimesse, pur seguendo scrupolosamente le indicazioni dei mariti lontani che non esitavano a rimproverarle, anche aspramente, quando mostravano di non aver ben compreso le loro direttive. Senza dubbio portavano una ventata di novità nella ristretta società rurale dell’epoca che non risparmiava loro chiacchere e maldicenze.
Anche se il potere e l’autorità maschile furono intaccati soltanto marginalmente, la condizione di autonomia vissuta dalle donne per la prima volta accelerò il processo di cambiamento culturale, dotandole della capacità di agire (e talvolta di decidere) in prima persona, ciò che Paola Audenino nel saggio ‘Le custodi della montagna: donne e migrazioni stagionali in una comunità alpina’ (1990) considera la più importante eredità dell’emigrazione.

‘L’America é una terra scordereccia!’-recitava un detto marchigiano.
Non sempre, infatti, i progetti di ritorno da parte degli uomini andavano a buon fine e non erano rare le donne che perdevano ogni contatto coi coniugi lontani dai quali dipendevano totalmente per il sostentamento proprio e dei figli.
Erano chiamate ‘vedove bianche’ : la loro condizione le poneva in una situazione di umiliante disagio sociale ed i problemi che dovevano affrontare comprendevano anche la difesa dalle molestie sessuali da parte di compaesani, come certune mi hanno più volte raccontato.
La rescissione dei legami con la famiglia rimasta in patria e con la terra natia era indubbiamente favorita dalle difficoltà di comunicazione, ma era più spesso determinata dalla delusione dell’esperienza migratoria e dall’imbarazzo di rientrare in paese più poveri di quando si era partiti. Si trattava quasi sempre di uomini che non erano riusciti ad inserirsi in modo stabile nel mercato occupazionale sudamericano e, soli e lontano da casa, si erano scoraggiati e depressi.
Le mogli erano talvolta costrette a rivolgersi alle autorità per rintracciarli oltreoceano. E’ quanto successe, ad esempio, ad un emigrato civitanovese, rintracciato dal console di Salta (nel Nord dell’Argentina) nel 1905 che riferì al sindaco cittadino: ‘Enrico F. si trova in condizioni deplorevoli, si ammogliò e ha già un figlio, la moglie lo mantiene.’

Molteplici furono le soluzioni per quella che fu ritenuta per molti decenni un piaga sociale. Per rafforzare il vincolo di fidanzamento col giovane emigrante ma evitare che la convivenza facesse perdere la verginità alla ragazza (e di conseguenza la emarginasse rispetto alle altre), le famiglie dei due fidanzati ricorrevano sovente allo sposalizio col solo rito civile che non permetteva agli sposi di consumare il matrimonio, dato che la comunità li riteneva sì coniugi per la legge vigente ma non per la morale corrente, basata su principi religiosi per i quali solo il matrimonio in chiesa dava vita alla nuova famiglia.
L’usanza di sposarsi solo civilmente, rimandando la convivenza, era dovuta a motivi prettamente economici: la coppia non possedeva ancora i mezzi finanziari indispensabili per dar vita ad una nuova famiglia. Perciò, anche dopo il matrimonio civile, la sposa restava nella propria casa e continuava la vita di ‘fidanzata ufficiale’. Controllata con più rigore del solito da genitori e fratelli – già di norma molto severi – completava la preparazione del corredo tessendo, cucendo e ricamando.
Il compagno, intanto, marito solo di fronte alla legge, emigrava all’estero dove lavorava con più alacrità possibile per abbreviare il tempo che lo separava dalle nozze complete. Accumulato il denaro in quantità desiderata, tornava in patria, acquistava un terreno, vi costruiva una casetta ed infine venivano finalmente celebrate le nozze in chiesa.

Con la firma dei Patti Lateranensi (1929) lo sposalizio prettamente civile decadde e per impegnare i fidanzati si predispose un altro metodo: ci si sposava in privato davanti al prete nei due riti unificati (religioso e civile) ma sempre per i medesimi motivi, la vita coniugale veniva rinviata a quando l’uomo fosse tornato dall’estero. In caso di suo ripensamento e/o sparizione, la ragazza non avrebbe avuto difficoltà a trovare un altro marito.
Non erano neppure rari i matrimoni per procura, talvolta con persone conosciute soltanto di vista.

Quando l’emigrazione oltreoceano era definitiva, le donne seguivano i coniugi, partendo magari in un secondo tempo, allorché veniva loro inviato il biglietto per la traversata.
La decisione di espatriare era sempre assunta dagli uomini; le donne la subivano perché non potevano fare altrimenti, ma con molte ansie e sofferenze :
‘Sono cresciuta vedendo piangere mia madre’- mi raccontò Angela Badiali di Montecassiano.
Andare verso l’ignoto riempiva d’ansia anche il cuore dei bambini: ‘Mi nascondevo a piangere in tutti i ripostigli di casa, a pensare che avrei lasciato le mie compagne di scuola, le mie amichette’ ricorda Francesca Rastelli, o ‘mia sorella maggiore che si era sposata a sedici anni per non lasciare il paese’, dice Pasqualina Giglietti.

Ed é ancora una bambina di sei anni, la piccola Velia Tombesi di Portorecanati a racchiudere in un fazzoletto da testa della madre, conchiglie, piccole pietre e sassolini raccolti sulla spiaggia vicino casa. Se le stringe al petto, conscia che ‘quelle erano le mie cose, le mie radici, lo ricordo e lo ricorderò sempre’.
Peccato che verranno gettate via dalla mamma che, presa da faccende e problemi inerenti la preparazione del viaggio, non si é resa conto dell’importanza che rivestono per la bambina. Ma d’altronde – lo dicono tutte- ‘allora non c’era una comunicazione fluida con i bambini… nessuno raccontava loro quello che succedeva in casa e se chiedevi qualcosa, ti mettevano da parte’.
Come non disperarsi poi quando, arrivate a destinazione, ci si rendeva conto di aver lasciato al paese la propria casa di mattoni per una fatta di adobe o sita in una zona in cui ‘tutte le strade erano di fango ed i tetti delle case di lamiera e la terra era nera come non l’avevo mai vista?’
‘Siamo in un cimitero!’-pianse sconsolata la mamma di Francesca Rinaldi (Osimo).

Alcune intervistate ricordano il difficile momento dell’addio con i nonni, con la nonna in special modo che diceva a mia madre ‘Non ti vedrò più!’, come poi puntualmente avvenne.
Il viaggio oltreoceano rappresentava per tutte uno spartiacque : impossibile dimenticare il nome del barco, anche se ‘essere immersa dentro l’oceano con tanto mare e cielo, tanto cielo e mare, mi ha provocato una fobia che non ho più superato’ –racconta Giovanna Zamponi (Tolentino).
Già durante la traversata si conoscevano cose mai viste prima, come il ‘pane tanto bianco’, percepito ‘come una cosa preziosa, un referente, una sicurezza’.

L’adattamento al nuovo Paese non era facile. Anche la lingua sconosciuta rappresentava un problema a cui i bambini -uguali in ogni parte del mondo- si adattavano molto più facilmente, tanto che ‘dopo una settimana era diventata l’interprete di 20 adulti’(Jole Tonnini).
Ma quante delusioni! Dio solo lo sa: discriminazioni a scuola, titoli di studio non convalidabili (a differenza di quanto era stato garantito in Italia), rinuncia alla cittadinanza italiana (necessaria
per poter assumere quella argentina ed ottenere un dignitoso posto di lavoro) e poi…la nostalgia, specialmente a fine giornata… ‘una cosa impressionante, una voglia matta di stare a Jesi’ (Lidia Gherardi) o ‘nostalgia per la neve, mai più vista’ (Francesca Blasi), tanto che per alcune la solitudine é spesso in agguato, come racconta Giuliana Valli: ‘Sempre mi sono sentita sola in Argentina, sempre mi é mancata la mia famiglia di Tolentino i suoi odori, i suoi colori’.

Le testimonianze riportate aprono uno spaccato sulla vita familiare nei paesi marchigiani di alcuni decenni fa: sulla pasta fatta in casa (‘i tagliolini fini come li faceva mia madre non li ho più mangiati’, racconta Anna Ruggeri), sul magnifico paesaggio che si vedeva dalla finestra (‘che nemmeno i brutti ricordi hanno cancellato dalla memoria’, ricorda Marianela Fantini) o quando ‘si accendevano tutte le luci di una gran villa nei dintorni di Potenza Picena, il segnale che Beniamino Gigli arrivava a passare un periodo di vacanza’, ricorda Franca Grandi.

I rapporti in seno alle famiglie marchigiane erano dettati da riservatezza e pudore, tanto da apparire molto diversi persino rispetto a quelli della famiglia abruzzese dove Velia Tombari entrò a far parte a seguito del matrimonio con suo marito Giovanni:
‘A casa mia c’era molta religione, molta messa, molta preghiera. Mai alzare la voce, mio papà molto retto, molto disciplinato. Quando mi sono sposata tutto è stato diverso, mi sembrava che mio marito gridasse a sua madre: Che si mangia oggi? Si trattavano in maniera più familiare. Io pensavo che fosse una mancanza di rispetto. Ho imparato molto dall’allegria di loro, anche della cognata gallega, la moglie di un fratello di Giovanni, loro si baciavano, si abbracciavano, ballavano con i tamburelli, sempre allegria, cose che io non avevo mai visto a casa mia’.
Impossibile tornare indietro, quindi tanto vale buttarsi nel lavoro
grazie al quale tutte le intervistate sono riuscite, a prezzo di enormi sacrifici, a costruire una nuova vita ‘in questa Argentina bendita’, sicure come sono di far parte di una ‘razza forte che, come il sughero, sempre galleggerà’.

Completamente diversa dalle altre é la testimonianza di Elisabetta Lasagna che arriva nella capitale argentina alla fine degli anni Cinquanta con un diploma in tasca che le aprì le porte del mondo del lavoro (consentendole di scegliere tra varie possibilità) e di vivere fin dall’inizio una vita indipendente.
‘Le pari opportunità, come oggi sono chiamate, erano reali nella Buenos Aires del periodo’: pur lavorando, Elisabetta ha la possibilità di proseguire gli studi, ‘cosa che in Italia sarebbe stato impossibile perché era impensabile una facoltà con corsi serali’ e di dedicarsi alla politica.
E’ una vita piena la sua, che la vede impegnata la sera in attività teatrali ed il sabato nelle Villas Miserias per insegnare a bambini ed adulti ‘a ribellarsi allo sfruttamento ed ai soprusi’.
L’ambiente che descrive é molto emancipato rispetto a quello italiano (e soprattutto marchigiano) dell’epoca: le ragazze escono da sole anche alla sera, frequentano feste anche in compagnia di persone appena conosciute e ‘mai ho visto qualcuno che mancasse loro di rispetto’ come senz’altro sarebbe accaduto in Italia. E’ possibile anche fumare per strada e nessuno vi trova nulla da ridire.

Nella sua testimonianza la nostalgia é ‘al contrario’, tanto che ‘l’errore che ho fatto é stato quello di tornare in Italia’, in cui é ‘piombata indietro di cento anni’.
Emblematica é l’ultima frase della suo racconto: più che italiana, Elisabetta si considera argentina, perché ‘nel bene e nel male, l’Argentina é la patria che ha fatto di me quella che sono oggi’.

Paola Cecchini Redazione Progetto Radici

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