Diritto di amare

Diritto di amare

di Daniela Piesco

Ph Daniela Piesco

Il diritto ad amare ,ad essere se stessa, ad essere libera è la battaglia che ,ormai da qualche mese ,sta portando avanti Malika Chalhy una ragazza fiorentina di soli 22anni ripudiata dalla famiglia perché il suo cuore ha deciso di innammorarsi di una donna.

È possibile che esista ancora oggi un discorso sulla normalità? Sui comportamenti stereotipati, conformi al pensiero dominante?

In effetti Fernand Braudel sosteneva che tali rappresentazioni sono prigioni di lunga durata, soggette a un mutamento lentissimo.

Nemmeno le vittime, con la loro assunzione inconsapevole, vedono le prigioni come tali.

Piuttosto scriveva Foucault ne La volontà di sapere

«Non servono armi, violenza fisica, costrizioni materiali. Basta uno sguardo. Uno sguardo che ispeziona, uno sguardo che ciascun individuo, sentendolo pesare su di sé, finirà per interiorizzare al punto di essere l’osservatore di sé stesso: così ciascuno eserciterà questa sorveglianza su di sé e contro di sé».

Ma in realtà non siamo forse tutte e tutti disabili in un qualche ambito, verso qualcuno o qualcosa?

Sono convinta che le esperienze, il vissuto, sono sempre il discrimine e il banco di prova per verificare se quanto diciamo si mantiene su un piano teorico o riesce ad incidere sulla pagina di un sentire vero, autentico che raggiunge l’altro per comunicare un’emozione.

E così mi rendo conto che sono gli incroci di occhi tra le persone che ci cambiano, illuminano strade, aprono orizzonti, permettono nuovi sguardi.

La storia di Malika o le storie di ragazzi come lei sono storie illuminanti, esistenze dure e forti che insegnano come giovani vite possano essere anche una guida per vecchi insegnanti che hanno ancora da imparare.

Questa la chiave che mette in relazione il Sé con l’Altro, il riconoscimento dell’umano sentire che supera barriere, differenze, stupidi schemi o incasellamenti tra normalità e anomalie: la bellezza dell’essere comunità.

Ciò che è maggioritario viene spesso presentato come “buono” perché “naturale”: è una soluzione difensiva che serve a esorcizzare la paura di ciò che non conosciamo, a rafforzare confini identitari evidentemente malfermi tracciando distinzioni nette tra “noi” e “loro”.

L’operazione di presentare come “naturale” ciò che ha una genesi culturale porta a ritenere automatici, ineluttabili, necessari modelli che altrimenti sarebbero suscettibili di una messa in discussione.

Di fronte a queste pretese verità assolute, così congeniali all’ordine costituito, ogni volta che si genera un cambiamento si genera una resistenza. Si è detto spesso che la diversità è una ricchezza perché questo si impone come politicamente corretto, ma tale la si considera solo fino a quando non ingenera il timore di una possibile, per quanto confusa, minaccia.

Concludendo queste brevi riflessioni e aldilà della tristezza che ingenera ogni forma di discriminazione vorrei ricordare le perole di John Stuart Mill, che nello scritto Sulla natura ricordava che «l’essere conforme alla natura non ha alcuna connessione col giusto o l’ingiusto. Non si può mai introdurre in modo appropriato l’idea della conformità alla natura in alcuna discussione etica».

E dunque non chiamiamo contro natura ciò che avviene contro la consuetudine .

Daniela Piesco

Vice Direttore www.progetto-radici.it

Daniela Piesco

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