Fermata la poetessa Amanda Gorman “Questa è la vita di noi ragazze nere”

Fermata la poetessa Amanda Gorman “Questa è la vita di noi ragazze nere”

«𝙌𝙪𝙚𝙡𝙡’𝙪𝙤𝙢𝙤 𝙢𝙞 𝙝𝙖 𝙙𝙚𝙩𝙩𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙨𝙚𝙢𝙗𝙧𝙖𝙫𝙤 𝙢𝙞𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞𝙤𝙨𝙖. 𝙀 𝙖𝙫𝙚𝙫𝙖 𝙧𝙖𝙜𝙞𝙤𝙣𝙚. 𝙎𝙤𝙣𝙤 𝙪𝙣𝙖 𝙢𝙞𝙣𝙖𝙘𝙘𝙞𝙖 𝙖𝙡𝙡’𝙞𝙣𝙜𝙞𝙪𝙨𝙩𝙞𝙯𝙞𝙖, 𝙖𝙡𝙡’𝙞𝙣𝙚𝙜𝙪𝙖𝙜𝙡𝙞𝙖𝙣𝙯𝙖, 𝙖𝙡𝙡’𝙞𝙜𝙣𝙤𝙧𝙖𝙣𝙯𝙖. 𝘾𝙝𝙞𝙪𝙣𝙦𝙪𝙚 𝙙𝙞𝙘𝙖 𝙡𝙖 𝙫𝙚𝙧𝙞𝙩𝙖̀ 𝙚 𝙘𝙖𝙢𝙢𝙞𝙣𝙞 𝙖 𝙩𝙚𝙨𝙩𝙖 𝙖𝙡𝙩𝙖 𝙘𝙤𝙣 𝙨𝙥𝙚𝙧𝙖𝙣𝙯𝙖 𝙧𝙖𝙥𝙥𝙧𝙚𝙨𝙚𝙣𝙩𝙖 𝙪𝙣 𝙥𝙚𝙧𝙞𝙘𝙤𝙡𝙤 𝙖𝙡 𝙥𝙤𝙩𝙚𝙧𝙚 𝙗𝙖𝙨𝙖𝙩𝙤 𝙨𝙪𝙡 𝙨𝙤𝙥𝙧𝙪𝙨𝙤».


Un controllo sotto casa con le chiavi in mano “Sei sospetta”. E lei denuncia: razzismo

NEW YORK — Non è bastato aver declamato i suoi versi sul palcoscenico globale dell’insediamento presidenziale lo scorso 20 gennaio, dove pure la giovane poetessa afroamericana Amanda Gorman, 22 anni appena, lesse un suo poema scritto per l’occasione, “The Hill We Climb”. E nemmeno la sua apparizione al Super Bowl, l’evento sportivo più seguito d’America. Venerdì sera un vigilantes privato bianco — proprio come quel George Zimmerman che nel 2012 uccise in Florida il 17enne Trayvon Martin insospettito semplicemente dal capo coperto da un cappuccio dal ragazzo nero — l’ha apostrofata davanti casa sua a Los Angeles chiedendole cosa facesse lì: «Sei sospetta». Lo ha denunciato su Twitter la stessa poetessa, recentemente assoldata da Img Models, la super agenzia di modelle che ha scritturato pure Ella Emhof, figliastra della vicepresidente Kamala Harris, e Natalie Bryant, figlia del defunto campione Kobe. «Ecco la realtà delle ragazze nere: un giorno sei un’icona e l’altro una minaccia», scrive Gorman. «Ho dovuto dimostrare di avere le chiavi. Solo quando ho aperto la porta, quello se n’è finalmente andato. Senza una parola. Figuriamoci delle scuse».
Purtroppo, la brutta esperienza toccata alla più giovane poetessa laureata d’America è talmente comune che qui la comunità afroamericana la descrive con una frase in slang: “Walking while black”, “camminando essendo nero”, che più o meno significa essere sospettati per motivi razziali mentre te ne stai per i fatti tuoi. I precedenti, infatti, sono tantissimi. Come Travyon Martin, altri giovani afroamericani sono stati uccisi solo perché sospetti. Compreso quel Michael Brown la cui morte per mano di un poliziotto a Ferguson nel 2014 scatenò le proteste poi sfociate nel movimento Black Lives Matter. Mentre le chiamate alla polizia perché qualche giovane americano sta facendo qualcosa di normalissimo (barbecue in giardino, footing, perfino bird-watching, come accaduto a Central Park, New York, di recente). Eppure, nel 2009 fu clamoroso il caso di Henry Louis Gates, il professore di Harvard, decano del dipartimento di studi afroamericani, scambiato per un ladro mentre cercava di aprire la porta difettosa di casa sua a Cambridge, Massachusetts. Arrestato su segnalazione dei vicini da un poliziotto bianco un po’ troppo zelante che non volle credergli nemmeno coi documenti alla mano. All’epoca, per evitare disordini e smorzare le polemiche, intervenne perfino Barack Obama. Insediatosi da poco, invitò professore e poliziotto alla Casa Bianca per una bevuta pacificatoria (cui partecipò pure l’allora suo vice, attuale presidente Joe Biden), passata poi alla storia come “vertice della birra”.
«Quell’uomo mi ha detto che sembravo minacciosa», scrive Gorman sul social dell’uccellino, rivolgendosi al suo milione e mezzo di follower: «E aveva ragione. Sono una minaccia all’ingiustizia, all’ineguaglianza, all’ignoranza. Chiunque dica la verità e cammini a testa alta con speranza rappresenta un pericolo al potere basato sul sopruso».

Anna Lombardi

Daniela Piesco

Daniela Piesco

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