Argentina (1.Le traversie degli emigrati italiani)

Argentina (1.Le traversie degli emigrati italiani)


di Paola Cecchini

La ‘cuccagna dell’emigrazione’ andò avanti per tanti anni.
Le Compagnie di navigazione che trasportavano migranti godevano di franchigie speciali anzi, il loro massimo lucro era rappresentato dalla cosiddetta ‘ tratta bianca’ italiana.
Argentina, Uruguay e Brasile avevano ufficialmente in Italia Uffici d’informazione ed organizzavano iniziative pubbliche pagando propri conferenzieri per tener viva la corrente migratoria.
Nonostante l’emigrazione venisse presentata come ‘un posto al sole’, verso una ‘terra promessa’, l’espatrio in generale e quello transoceanico in particolare si palesò tutt’altro che facile e prevalentemente definitivo e non temporaneo (come gli emigranti avrebbero voluto), a differenza di quello europeo.

‘Credere che l’emigrazione consista in una parentesi della vita, in un viaggetto con 4-5 anni di soggiorno all’estero, finiti i quali si torna in Italia con fortuna fatta, con accompagno di pappagalli, scimmie e servi mori e si comprano villini sui laghi o in Riviera, è pretta leggenda. L’emigrante, poco dopo sbarcato, quasi per bisogno di affermare a sé stesso come certezze quelle lungamente accarezzate speranze, comincia a scrivere in Italia sia vero o no, che si trova bene, che comincia a guadagnare, che diviene ricco. La speme di far fortuna lo ossessa talmente che una continua chimera dorata detta le sue sgrammaticate espansioni epistolari. E poi, a che dir la verità? Lasciate che laggiù, al mio paese, ci credano e crepino d’invidia!
E ’insensata la quantità di bugie che ad ogni corriere partono dall’America per meravigliare l’Europa! Nessuno vuol dire la verità, tutti vogliono far credere che arricchiscono o si arricchiranno!
Naturale che dopo tante ciance inventate, uno si trovi per ragione d’amor proprio nella necessità di non far ridere tornando a casa squattrinato. Povertà per povertà, la si preferisce lungi da coloro presso cui costituirebbe umiliazione. La conclusione è che non si pensa più al ritorno, altro che in caso di diventar ricco’ -racconta Adriano Colocci, già direttore del Corriere Adriatico, che aveva vissuto per anni l’esperienza migratoria in Sudamerica.

Per il povero c’erano mille altri ostacoli verso il ritorno, primo dei quali la spesa per farvi fronte. C’erano, è vero, alcuni che a rischio di grandi sacrifici tornavano comunque in patria, fra tutti i lucchesi ed i napoletani che soffrivano più degli altri la nostalgia di casa.
Vi erano anche società italiane di rimpatrio in talune città americane ma l’opera loro – benché umanitaria- recava poco vantaggio alla patria e forse un danno. Difatti i connazionali che rimandavano erano ‘i malati o i pezzenti’, quelli che non avevano né arte né parte, i cosiddetti ‘ratés dell’emigrazione’, che si raccomandavano per rimpatriare ‘non essendo buoni a guadagnarsi un pane né qui né là.’
A queste cause bisognava aggiungere la contro-campagna per trattenere gli emigranti, come riporta la Relación de la Comisión de hacienda del Parlamento Uruguayano, secondo cui ‘vincolare l’immigrante alla terra è ciò che costituisce in ultima analisi la colonizzazione, qualunque siano i mezzi posti in opera per arrivarci’ (cualesquiera que sean los médios puestos en jeugo para realizarlo).

Malgrado le delusioni, le vessazioni poliziesche, le crisi e i soprusi, bisognava convenire che la vita in America aveva per l’emigrante una grande attrattiva. Il Brasile accordò la pienezza dei diritti politici all’europeo sbarcato da appena sei mesi! L’Argentina, l’Uruguay e il Cile si misero presto sulla stessa linea.
Sottolineando l’apporto positivo dei connazionali, nell’edizione del 21 aprile 1889, ‘La Patria degli Italiani’ (uno dei più letti giornali in Argentina) denunciava:
‘In questo Paese basta essere italiano per subire un trattamento differente rispetto a quello riservato a tutti gli altri stranieri. Ciò che negli altri è merito, in noi è colpa. Ciò che proviene dagli inglesi, francesi e tedeschi, viene considerato positivo a priori’.
E nel 1910 Enrico Corradini, fondatore del Partito Nazionalista Italiano, così scriveva sconsolato:
‘Che cos’è il lavoro italiano in Argentina? Tutto. Che cosa sono gli italiani in Argentina? Nulla’.

Questo era il punto della questione: gli italiani costruivano sì l’Argentina, ma come gruppo etnico contavano molto poco, forse perché avevano portato braccia e non capitali, come il governo locale avrebbe voluto.
Pochi paesi mostrano come l’Argentina, il volto tragico di un’emigrazione che avrebbe potuto occupare i primi posti nella scala sociale se solo fosse stata aiutata un po’, mentre spesso è stata relegata in un ruolo puramente marginale.

Ecco l’analisi che Colocci fece al riguardo:
‘In America l’individuo è più libero che nei Paesi d’Europa, significando che è meno vessato e meno importunato da meticolosità burocratiche, amministrative, militari e fiscali. Però questa ampiezza che la legge consente e il rispetto dell’individualismo che si ha in America, profittano più che ad altri al cittadino americano, nato o naturalizzato.
L’immigrante, massimo se italiano, si trova in condizione di assoluta inferiorità. Può ripugnare al nostro amor proprio convenirne, ma il fatto è che l’Italiano è laggiù il paria, lo sgobbone, il servo sciocco. E’ manna se sovente gli si consente natura uguale alle altre discendenze umane. Il fatto non dipende da restrizioni delle leggi, amplissime, egualitarie e democratiche, ma da abusi in chi le applica, congiunti ad un complesso di cause sociali’.

E’ inevitabile chiedersi: ma perché si verificava tutto questo?
‘Prima di tutto gioca la mancanza di rispettabilità che nella grande maggioranza colpiva gli italiani che dal 1810 al 1865 approdavano al Plata. Per molti e molti anni l’italiano andava in Francia, in Austria, a Tunisi, ma scappava in America.
In seconda ragione e più forte è l’umiltà dei lavori cui sono consacrati gli italiani e in specie gli italiani delle province meridionali… Non voglio fare una differenza ma alludere ad una distinzione che gli argentini hanno già fatto. Essi ne parlano quasi come si trattasse di due nazioni, talché spesso vi diranno che hanno in casa un domestico Italiano e due peoni Napoletani, che il tal imprenditore ha tra i suoi dipendenti 70 Italianos e 40 Napolitanos. Se parlano fra argentini, non diranno neppure Italianos e Napolitanos, bensì Gringos e Carcamanos che sono gli appellativi dispregiativi con cui gratificano l’Italiano (gringo da ‘griego’) e il Napoletano (carcamano, accattone).

Spontaneamente sorgeva il disprezzo in una razza altezzosa come l’argentina verso la povera gente che sbarcava stracciata, pidocchiosa e bisognosa, acconciandosi per vivere ai più umili mestieri.
I nostri connazionali che venivano dal Sud Italia di norma vendevano arance, fiori e frutta; soltanto loro lucidavano le scarpe ai margini delle strade di Buenos Aires e Montevideo; a loro era riservato l’ingrato compito di nettare tutte le fogne della città; soltanto loro erano chiamati a vuotare i cessi delle case; soltanto loro ricoprivano il ‘nobile’ posto di portinaio dei lupanari.

‘Eppur il Napoletano ha arricchito l’Argentina! Quanti Abruzzesi e Calabresi hanno versato il loro sudore nello sviluppo delle colonie di Santa Fe e del Chaco! Quanti di essi hanno portato la prima cassa di mercanzie in località deserte iniziando in queste i primi scambi e i primi commerci! Purtroppo noi andiamo laggiù credendo di arricchirci e più spesso arricchiamo loro e facciamo loro le città, le strade, le industrie, le flotte, i commerci, insomma tutto l’armamento di uno stato progredito e moderno, ma in compenso di che? Di poco denaro e questo di dubbio valore, contentandoci delle posizioni più umili della collettività – proseguiva il Colocci.

Secondo lui gli italiani al Plata accettavano supinamente questa posizione di inferiorità:
‘Ciò si vede in specie nei conflitti con la polizia della quale gli italiani hanno un morboso terrore. E’ ben vero che quel dramma eternamente fischiato, che è il servizio della Polizia argentina in Buenos Aires, ha scene terribili di sevizie e torture nell’oscurità dei funebri calabozos delle commisserie. Però la pusillanimità delle vittime forma per molto la tracotanza dei prepotenti…Ho dovuto constatare che malgrado tutte le pose da ammazzasette che prendono i nostri e in specie la feroce colonia genovese della Boca, malgrado le ciance e le chiacchiere di coltelli e di vendette…l’Italiano al Plata è il servitore umilissimo dei suoi nuovi signori.
Ho vissuto in America e ho vissuto in Levante. Garantisco che i zaptiès turchi valgono in prepotenza e in abuso i vigilantes americani, tanto più che in quelli si unisce l’odio religioso contro i cristiani. Ma garantisco pure che la colonia italiana, ad esempio quella di Alessandria d’Egitto, non tollererebbe la millesima parte di quello che essi sopportano a Buenos Aires e Montevideo.
Ebbene, nessuno alza una voce! Non parliamo poi delle scorpacciate di carcere preventivo che si fanno subire agli Italiani, senza che nessuno si prenda cura di loro!’

Colocci era molto critico nei confronti dei sudamericani e poco lo nascondeva: ‘Hanno distrutto la razza india, han fatto ricorso alla tratta africana fino a quando dovettero rinunciare al lavoro schiavo, essendo stati proclamati il 25 maggio 1810 i nuovi principi di democrazia come base del nuovo ordinamento repubblicano. E’ stato allora che volsero gli occhi ad accaparrare l’esuberanza di braccia che si verificava nel proletariato europeo.
La situazione è sempre la stessa: vissero sempre del lavoro altrui!’

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