Tempo ucciso nello sguardo

Tempo ucciso nello sguardo

Di Daniela Piesco

Vice direttore www.progetto-radici.it

Che cos’è la libertà?
Per alcuni è l’idea di avere un destino.
Per altri è la ricerca di verità.
Sempre resta un’opinione dell’anima poiché dona al carattere significato.
Non ha a che fare con nessun linguaggio ma solo con un discorso sul valore.
Pura e prorompente sensualità culturale che rovescia il pregiudizio per vaccinare il potere dal desiderio.
La sua grande forza,in fondo, è essere una buona metafora (Daniela Piesco,2021.)

Nel nono appuntamento della rubrica ‘un ponte con l’Albania’ vorrei far conoscere,ai pochi che ne sono rimasti all’oscuro, la storia di Visar Zhiti (1952), scrittore albanese la cui vita e opera meglio rispecchia la storia della sua nazione.

È stato uno dei molti ad aver sofferto una persecuzione sconvolgente senza alcuna ragione apparente.

La libertà è libertà, non ci sono altre parole per descriverla: dapprima è dentro di te ed è tua, poi è fuori di te e diviene la libertà che condividi con tutti. Per Visar , questa seconda forma di libertà si è espressa attraverso la cultura. Nato e cresciuto in dittatura non ha potuto essere libero pubblicamente, ha dovuto creare la sua libertà segreta. Questa opportunità gli è stata donata solo dalla poesia, che lo faceva sentire libero interiormente. Tuttavia, proprio , a causa della poesia fu imprigionato nella sua patria con una detenzione crudele , durata oltre dieci anni.

Ciononostante la libertà perduta non diviene il tempo ucciso nello sguardo, l’idea della lacerazione, dello stordimento, il tormento eterno bensì rinasce, si ricrea e si reinventa nella sua mente attraverso il componimento di versi che, senza carta ne penna e al buio ,egli mormorava all’aria come preghiere .

In particolare vorrei citarne una che fu pensata proprio in quel periodo reclusorio e che è stata pubblicata dopo la caduta del regime comunista e della dittatura in Albania, per essere poi tradotta in varie lingue. E’ tratta dal suo libro, che in italiano si intitola Croce di carne, tradotto da Prof. Elio Miracco.

E attendo, libertà
Lo sguardo per dove tu verrai
E ti attendo…
La strada afferro con le due mani
Come una fune che tiriamo
Da un pozzo di dimenticanze.
E ti porto a galla
Affondata.
No, non sei morta!
Il mio respiro soffio nella tua bocca.
Risorgi e parlami…

Ma come mai un poeta ha fatto paura al regime, al potere?

Sicuramente bisognerebbe chiederlo ai dittatori. Mi sembra interessante, a tal proposito, prendere a prestito le parole scritte da Umberto Eco sull’accadimento ‘A giustificare l’esigenza di rinchiudere un poeta non è necessario che uno scrittore si muova come soggetto politico e, come Zenone, cospiri attivamente contro il tiranno. Visar Zhiti è stato condannato per aver scritto poesie considerate dai redattori di una casa editrice ‘tristi ed ermetiche’, e quindi ostili al regime. Poi la pratica è automaticamente passata al Comitato centrale del partito albanese e al ministero degli Interni, e Zhiti si è guadagnato giustamente dieci anni di carcere. È che la poesia fa paura ai regimi autoritari e dittatoriali anche se parla soltanto, come nel caso di Zhiti, di rose’.

Ma le dittature e i dittatori hanno bisogno di poesia e di poeti, questa è l’altra faccia della medaglia.

I dittatori hanno bisogno dei poeti per esaltare se stessi, per crearsi un alibi. Spesso durante le dittature sono gli intellettuali il vero pericolo per i poeti.

È doveroso fare qualche passo indietro.

Visar Zhiti nasce nel porto adriatico di Durazzo, ed è figlio d’arte,dell’attore teatrale e poeta Hekuran Zhiti (1911-1989) Cresce a Lushnja dove ha termina la scuola nel 1970. Dopo gli studi in un college di formazione per l’insegnamento a Shkodra, intraprende la carriera scolastica nella città montana del nord di Kukës. Zhiti mostra un precoce interesse per i versi e pubblica qualche poesia in alcuni periodici letterari. Nel 1973, quando stava preparando per la pubblicazione la raccolta “Rapsodia e jetës së trëndafilave” (Rapsodia della vita delle rose) a Tirana scoppia la cosiddetta Purga dei Liberali duante la Quarta Sessione Plenaria del Partito Comunista. Zhiti, il cui padre aveva avuto in precedenza alcuni conflitti con le autorità, diviene uno dei capri espiatori selezionati per incutere terrore alla comunità intellettuale.

Il manoscritto della raccolta di versi che aveva sottoposto agli editori della Naim Frashëri viene considerato colpevole di gravi errori ideologici e interpretato come ingiurioso per la realtà socialista, i suoi lavori denunciati come agitazioni e propaganda anti-comunista.

Nel tempo che seguì non ci fu nulla che il poeta poté dire durante i suoi interrogatori per provare la sua innocenza. A nessuno dei suoi colleghi scrittori sembrò opportuno o ebbe il coraggio di aiutarlo. Anzi nell’ottobre del 1979 alcuni di loro prepararono un rapporto insidioso che condannava il suo lavoro di poeta, senza dubbio per salvarsi la pelle. Fu questo “parere degli esperti” che portò direttamente in carcere Zhiti .

Dopo anni di incertezza sotto la spada di Damocle del Partito, Visar Zhiti fu arrestato l’8 novembre 1979 a Kukës dove ancora insegnava, e trascorse i mesi seguenti isolato al confino .Condannato, in un finto processo a tredici anni di prigione nell’aprile del 1980, fu portato nella prigione di Tirana e, da lì, fu trasferito nelle montagne del nord del paese per fare il giro degli infami campi di concentramento simili ai Gulag sovietici, fra cui, l’inferno delle miniere di rame di Spac e la prigione sul ghiacciaio di Qafë-Bari.

Molti dei suoi compagni prigionieri morirono di maltrattamenti e malnutrizione, o impazzirono. Visar Zhiti fu rilasciato il 23 gennaio 1987 e fu autorizzato dal Partito a lavorare in una fabbrica di mattoni nella sua nativa Lushnja, dove mantenne un profilo basso fino alla fine della dittatura.

Nell’autunno del 1991, quando l’Albania era in pieno caos, Visar Zhiti riuscì a trasferirsi a Milano dove lavorò fino al luglio del 1992. Nel 1993 rimase in Germania per diversi mesi grazie ad una borsa di studi offerta dalla Heinrich Böll Foundation, e nel 1994 andò negli Stati Uniti.

Ma ritornó anche nella sua patria ,quella patria che lo aveva ripudiato come figlio.
Al suo ritorno in Albania , infatti,lavorò come giornalista e fu nominato direttore della casa editrice Naim Frashëri, che in passato, lo aveva abbandonato al suo destino.

Nel 1996, Visar Zhiti fu eletto membro del parlamento ma, scosso dalle fosche realtà dei partiti politici albanesi, ben presto si ritirò dalla vita politica per dedicarsi esclusivamente alla sua produzione letteraria.

Il primo volume di versi di Visar Zhiti “Kujtesa e ajrit” (La memoria dell’aria) fu pubblicato a Tirana nel 1993. Contiene alcune delle cosiddette poesie della prigionia e versi ispirati dai suoi primi viaggi fuori dalla ‘grande prigione’ che era l’Albania. La seconda raccolta, “Hedh një kafkë te këmbët tuaja” (Lancio un teschio ai tuoi piedi), pubblicata a Tirana nel 1994, comprende il ciclo completo delle 110 poesie composte tra il 1979 e il 1987, miracolosamente sopravvissute nei recessi della memoria del poeta. Entrambi i volumi furono ben accolti in Albania e dai lettori di lingua Albanese della ex Yugoslavia.

Qualcuno aveva finalmente dato voce alle centinaia di intellettuali ridotti al silenzio e costretti a diventare solo spirito .

Le liriche più belle furono : “Mbjellja e vetëtimave” (Lampo di semina), pubblicato a Skopje nel 1994; “Dyert e gjalla” (Le porte viventi), pubblicato a Tirana nel 1995; “Kohë e vrarë në sy” (Tempo ucciso nello sguardo), pubblicato a Prishtina nel 1997; e più recentemente, “Si shkohet në Kosovë” (Dov’è la strada per il Kossovo), stampato a Tirana nel 2000. L’ultimo volume rispecchia, fra l’altro, l’orrore del poeta per le sofferenze del Kossovo e la sua gente durante i dieci anni di oppressione e i due anni di guerra che portò all’intervento NATO e alla liberazione del 1999.

In Italia ha pubblicato tre raccolte di poesia: “Dalla parte dei venti” (D’Agostino, 1998), “Croce di carne” (Oxiana, 1997) e “Passeggiando all’indietro” (Oxiana, 1998), nella traduzione di Elio Miracco.

Oltre alla poesia, Visar Zhiti è autore di numerosi racconti che sono stati raccolti in volume con il titolo di “Këmba e Davidit” (La gamba di Davide), pubblicata a Tirana nel 1996, e “Valixhja e shqyer e përrallave” (La valigia lacera delle leggende), pubblicata a Prishtina nel 1997. ha pubblicato inoltre traduzioni in albanese di opere di Madre Teresa, Federico Garcia Lorca e di Mario Luzi.

Malgrado la penuria delle traduzioni letterarie dall’albanese, i versi di Visar Zhiti sono stati apprezzati all’estero e hanno ricevuto considerevoli riconoscimenti internazioli

Parlando della sua storia,di Visar , mi ritorna alla mente che sono passati altre 100 anni dalla Rivoluzione russa.

Nel XX secolo metà del mondo era parte dell’impero comunista. Il XX secolo inizió con la terribile Rivoluzione bolscevica e finí con il crollo dell’impero comunista. Come prassi, il comunismo è stato antiumano, è nato nel sangue e ha prodotto nel mondo un oceano di sangue. Come idea, esso ,è stato un’utopia, che in greco significa ‘senza un posto’. Un filosofo e scrittore americano, George Santayana, lo definí invece ‘antibiologico’.

Per fortuna l’impero comunista è imploso, pacificamente, senza rivoluzioni, consumatosi come i grandi dinosauri della preistoria .Certo, sono indimenticabili le vittime dei Gulag, le carceri, le migliaia di vittime tra dissidenti, oppositori, martiri e il tempo ucciso nello sguardo.

Per farlo bisognerebbe cosi come fece Visar sostenere l’unica dittatura possibile ,ossia quella dell’amore.

Daniela Piesco

Vice Direttore

www.progetto-radici.it

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