Gli agenti di emigrazione

Gli agenti di emigrazione

di Paola Cecchini

L’emigrazione italiana è stata, almeno all’inizio, un’emigrazione di richiamo, il cui elemento promotore era rappresentato dal vincolo di parentela esistente con i primi immigrati: una fitta corrispondenza tra familiari e compaesani convinse spesso anche i più restii ad intraprendere l’avventura.

Ciononostante, la penisola è stata coinvolta anche nella cosiddetta ‘emigrazione organizzata’, gestita attraverso gli agenti di emigrazione, lavoro che col tempo si rivelò estremamente remunerativo e pieno di prospettive ed opportunità.

Per fronteggiare questo aspetto il Governo ritenne di diminuirne il numero imponendo loro ‘il versamento di sessanta lire’ per ottenerne la patente; ciò non fece altro che riservare il mestiere a chi aveva denaro su larga scala:

Prima un agente arruolava venti famiglie e via! Oggi gli agenti ricchi e privilegiati fanno contratti coi governi per centinaia di migliaia di emigranti. Per il loro lavoro improbo, gli agenti prendono lauti compensi, non solo dagli emigranti e sui passaggi, ma anche dai governi americani’.

Ecco la tariffa relativa al cosiddetto ‘contratto Taddei’, percepita  al periodo dalla Repubblica dell’Uruguay:

 – per ogni capo – famiglia 5 pesi d’oro

 – per ogni uomo 2,50 pesi d’oro

– per ogni donna 1,60 pesi d’oro

– per ogni bambino 1,20 pesi d’oro

Poi erano prese in considerazioni ‘le qualità personali’: per esempio nel contratto ‘Taddei’ la merce doveva essere piemontese, lombarda, toscana, ma non meridionale. [1]

Altre volte si ordinavano da 10.000 a 20.000 scapoli.

L’Argentina desiderava famiglie con ragazze per fomentare i matrimoni misti e legare in questo modo gli emigranti al suolo americano.

A seguito dei profitti,  il lavoro di agenti e sub-agenti divenne col tempo capillare.

Le compagnie di navigazione avevano la facoltà di nominare un proprio rappresentante per ogni comune, previa autorizzazione ministeriale. Doveva sembrare un affare interessante, perché ben 19.408 furono le domande presentate al Ministero nel 1902, soltanto nel primo anno dall’adozione della legge Luzzati.

Le compagnie si rivolgevano sovente ai sindaci per l’individuazione di persone degne di fiducia e rispettabili da nominare come agenti, cosicché non era infrequente che l’incarico fosse ricoperto da impiegati delle Poste, maestri, preti e carabinieri in pensione, impiegati di stato civile.

Consultando la statistica, ci si accorge che la procura veniva concessa talvolta anche ad alcuni contadini (probabilmente con esperienze migratorie alle spalle o semplici prestanomi), nonché a donne, sovente filandare, rimaste in contatto con le ditte straniere dove avevano in passato lavorato.

Non c’è paesello, nelle valli alpine specialmente, dove non si trovi un sub-agente, sempre alla caccia di miseria da sfruttare. La sola Casa G. di Genova ha 400 sub-agenti che incettano per lei tutta la carne umana che possono trovare.

Il lavoro del sub-agente è talora mefistofelico. Egli sta in guardia, aspetta che la miseria cresca in quella data famiglia, sa quando scade il fitto dell’agricoltore Tizio o se l’operaio Sempronio ha debito con gli strozzini e pegni col Monte di pietà. E’ circondato, spiato, giorno per giorno, ora per ora, da sub agenti, agenti, uffici di propaganda,

Il sub-agente lo circonda, propone, insiste, ritorna alla carica, specie nella stagione morta e nel momento del caro dei viveri ed alla fine strappa il consenso agli arruolandi.  

Da quel momento non ci devono pensare più. E’ la Casa di Genova che fa le carte, appresta i documenti, fa apporre i visti, paga il trasporto in ferrovia e vi imbarca per l’America[2].

La Provincia Maceratese’ così descrisse la situazione di Montecassiano, piccolo comune dell’entroterra, alla fine del secolo:

‘…qui a Montecassiano, paese di appena 5000 abitanti, vi sono cinque sub-agenti patentati, oltre agli agenti avventizi dalle città vicine e ai molti compari di questi che vanno facendo propaganda specialmente in campagna. Bisogna sentire quante ne danno a be(ve)re a quella povera gente ignorante per farla cascare nella panìa come i pettirossi! Nelle fiere poi questi agenti di emigrazione hanno preso il posto dei cavadenti, dei ciarlatani di una volta. Chi non li ha visti all’ultima fiera di S. Egidio questi pericolosi ciarlatani?

Sparsi nei più piccoli paesi, approfittano dell’ignoranza e della buona fede dei nostri contadini per far decidere a emigrare anche coloro che non ne avrebbero bisogno né desiderio. Cosicché non di rado avviene che i nostri poveri e rozzi campagnoli, ingannati e adescati colla gratuità del passaggio e con menzognere promesse, cadono poi allo sbarco di tremende delusioni e son costretti a vivere in terre malariche e ad assoggettarsi al più esoso e servile sfruttamento, o peggio ancora mistificati, molti di essi finiscono per trovarsi alla ventura fra gente e in paesi a loro stranieri, senza lavoro e nella più disperata miseria…’


[1] Colocci A., La crisi argentina e l’emigrazione italiana nel Sudamerica, Milano, 1892

[2] Colocci A., cit

Redazione

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