Da Lula a Bolsonaro: cosa è successo?

Cultura

di Fabio Porta

ROMA – “Risulta difficile ad un osservatore esterno credere che il Brasile che elesse Lula Presidente della Repubblica nel 2002 sia lo stesso Paese che sedici anni dopo ha consacrato Bolsonaro come suo trentottesimo Presidente. Quali ragioni hanno portato ad un cambiamento così profondo e radicale e all’elezione di un ex militare nostalgico della dittatura?”. Prova a rispondere Fabio Porta, già deputato italiano (2008-2018) eletto in Sudamerica, che firma questo articolo per i “Quaderni di Casa America”, rivista della “Fondazione Casa America”, che questo mese pubblica un numero monografico dedicato al Brasile.

“Il Brasile che aveva eletto all’inizio del nuovo millennio un operaio metalmeccanico alla massima carica dello Stato sembrerebbe anni luce distante dal Paese di oggi, guidato da uno dei principali esponenti dell’estrema destra mondiale.
Un’analisi attenta, oggettiva e possibilmente distaccata ci può aiutare a individuare alcune ragioni che stanno alla base di una svolta così drastica e, almeno apparentemente, improvvisa e sorprendente.
Quando Lula vinse le elezioni del 2002, al suo quarto tentativo, le aspettative intorno alla sua presidenza erano enormi, dentro e fuori il Brasile. Esemplare fu il passaggio della fascia presidenziale tra Fernando Henrique Cardoso e Luis Inacio Lula da Silva: una transizione affatto traumatica, tra due leader diversi ma sicuramente uniti dalle comuni convinzioni democratiche forgiate negli anni di opposizione alla dittatura militare.
In campo economico Lula, a dispetto di quanti avevano agitato lo spauracchio di un Brasile che avrebbe spaventato investitori e mercati internazionali con politiche protezioniste e recessive, fu protagonista di una delle fasi più espansive della storia brasiliana, non solo per l’industria e il commercio ma anche per la creazione di nuovi posti di lavoro e la redistribuzione della ricchezza. Sicuramente, il boom delle cosiddette “commodities” (materie prima come soia, minerali, carne) e la impetuosa crescita della Cina nella prima decade del 2000, hanno contribuito al successo dell’economia brasiliana di quegli anni; per le stesse ragioni, la crisi finanziaria mondiale del 2008 ha invece rappresentato l’inizio della fine di quella fase espansiva, evidenziando alcune debolezze strutturali della crescita del Brasile.
Ma l’economia da sola non spiegherebbe la drammatica crisi che ha investito Lula e il suo partito, il PT; una crisi iniziata nel corso del suo secondo mandato, acuitasi nel primo fallimentare governo di Dilma Rousseff e culminata con l’impeachment alla Presidente, la carcerazione di Lula e quindi con lo straordinario exploit di Bolsonaro nelle elezioni del 2018.
Le due principali responsabilità che possiamo addebitare al Presidente Lula sono la mancata determinazione nell’approvazione di una necessaria “riforma politica” in grado di riformare le istituzioni parlamentari e di governo e l’aver tollerato pratiche corruttive preesistenti anche nel suo esecutivo e tra i dirigenti del suo stesso partito. Due peccati capitali, coronati da quello che probabilmente si è poi rivelato il vero grande errore del Presidente operaio, quello cioè di aver imposto come suo successore una figura aliena alla necessaria abilità di articolazione politica e di comunicazione popolare (forse le maggiori doti riconducibili allo stesso Lula). Senza questi imperdonabili errori le evidenti forzature che sono state all’origine dell’arresto di Lula e dell’impeachment di Dilma non sarebbero probabilmente state possibili.
Nessuno di questi errori sarebbero però in grado di spiegare, insieme alla inaspettata vittoria di Bolsonaro, la sonora sconfitta di tutti i partiti di centro e centro-destra, primo tra tutti il PSDB dell’ex Presidente Cardoso e del suo candidato (nonché Governatore di San Paolo) Geraldo Alckmin. C’era dell’altro: il professor Timoty Power, docente di Scienza Politica presso l’Università di Oxford, fu tra i primi a individuare il terremoto politico e culturale che avrebbe decretato il trionfo del capitano in congedo Jair Bolsonaro, un ‘peones’ della politica brasiliana (uno dei deputati più longevi e improduttivi del Congresso). Secondo Power, Bolsonaro avrebbe ‘sdoganato’ (per usare una espressione oggi comune in Italia) il sentimento reazionario che fino a quel momento non usciva dalle “sale da pranzo” di ampi strati della classe media brasiliana, dando voce e dignità politica ad un pensiero conservatore che ha trovato in lui il suo naturale interprete (BBC Brasil, 2 novembre 2018, intervista di Nathalia Passarinho).
A due anni dalle elezioni, nel bel mezzo del mandato presidenziale, risulta difficile fare una previsione sul futuro. Se da una parte la pandemia ha rivelato, soprattutto nella sua prima fase, una palese difficoltà dell’attuale Presidente del Brasile di passare dagli slogan elettorali ad una sana pratica amministrativa e di governo, è altrettanto vero che sempre la pandemia ha contribuito in un secondo momento a fare recuperare a Bolsonaro parte dei consensi persi (soprattutto nel nordest) grazie alla massiccia distribuzione di benefici assistenziali legati all’emergenza.
La recente tornata amministrativa che ha riguardato il rinnovo di tutti i consigli comunali del Brasile ha confermato questo scenario confuso e contraddittorio, contribuendo a rendere difficile la definizione di un quadro politico in vista delle elezioni del 2022: tanto i candidati sostenuti dal Presidente Bolsonaro quanto quelli sostenuti dal PT sono generalmente usciti sconfitti da questo importante passaggio elettorale, vero e proprio test di metà mandato. Non è chiaro se questo scenario favorirà la riconquista di una centralità politica da parte delle forze moderate o, al contrario, contribuirà ad acuire la già forte e accentuata tendenza alla polarizzazione dei conflitti sul piano sociale e politico.
Una cosa è certa: per tornare vincente, la sinistra brasiliana dovrà operare una seria e profonda autocritica, a partire dalla ormai cronica difficoltà a costruire un progetto organico e strategico tra forze che troppe volte hanno preferito la comoda strada dell’isolamento identitario a quella più ardua dell’alleanza programmatica”.  


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