Italiani all’estero: scocca l’ora del voto elettronico

Primo piano

di Roberto Menia

ROMA – ““Anno bisesto, anno funesto” dicevano i vecchi: grazie a Dio il 2020 sta volgendo al termine col suo fardello di disastri sanitari, economici e politici. Non credo che il 2021 ci darà la grazia di andare alle urne per togliere di mezzo il governo giallorosso, imbastito com’è di mestieranti, azzeccagarbugli e scappati di casa che mai rinuncerebbero alla poltrona; invece, almeno in teoria, per le rappresentanze all’estero, dai Comites al CGIE si dovrebbe votare. Di questo ed altro si è discusso in un’interessante riunione via web promossa dal Comitato di Presidenza del CGIE aperta ai parlamentari eletti all’estero ed ai responsabili dei partiti e associazioni per gli italiani nel mondo”. Così scrive Roberto Menia, segretario generale del Ctim, in questo articolo che firma per “Prima di tutto italiani”, mensile del Comitato tricolore diretto da Francesco De Palo.
“Molta confusione sotto il sole, posizioni ancora molto frastagliate, impressione che a qualcuno vada bene lo statu quo, ma l’occasione è stata utile per illustrare e chiarire le nostre posizioni e proposte, elaborate a seguito della discussione di questi mesi tra gli iscritti e rappresentanti dei circoli di Fdi e Ctim nel mondo.
Abbiamo rivendicato la tradizionale posizione della destra che guarda con patriottismo e orgoglio a quell’Italia che vive fuori dai nostri confini: 60 milioni di italiani oriundi, che conservano il nome e spesso la lingua in ogni angolo del mondo; 6 milioni di cittadini italiani che sono il frutto sia della “vecchia” emigrazione italiana, sia di quella “nuova”, spesso di cervelli, di ricercatori e laureati, molti giovani ma non solo; ed una presenza socioculturale che parla di più di 400 organi di stampa e tv, 100 istituti di cultura, 500 comitati della Dante, migliaia di esercizi commerciali, ristoranti, il made in Italy diffuso. Ecco perché la conquista del voto per gli italiani all’estero non può essere messa in discussione ed anzi va rivendicato come bagaglio storico di una grande battaglia della destra ed in particolare dell’indimenticato Mirko Tremaglia.
Ed è questo diritto di voto strettamente connesso alla cittadinanza e non può quindi essere limitato nè condizionato.
Vanno dunque respinte al mittente tanto le risorgenti e ripetute nuove declinazioni del principio (invertito rispetto alla sua storica origine) “no taxation no rapresentation” (inteso come “chi non paga le tasse in italia non vota”), quanto la proposta di applicare all’estero il sistema americano della “registrazione”, ossia che per aver diritto a votare ci si debba preventivamente ed in un certo termine “registrare”.
Si assume che siccome la percentuale dei votanti è significativamente minore rispetto agli elettori (una media del 25% rispetto agli aventi diritto) vi siano ragioni di opportunità economica che legittimerebbero un sistema in cui chi vuol votare deve preventivamente registrarsi: di conseguenza l’impegno delle strutture consolari e soprattutto le spese per la spedizione dei plichi, la ricezione, la trasmissione sarebbe di molto sollevato rispetto ad oggi e vi sarebbero maggiori garanzie di trasparenza.
Come è a tutti noto il vero problema del voto per corrispondenza non è tanto e solo quello della spesa ma piuttosto quello dei brogli e delle gravi lacune che a questo sistema sono connessi, soprattutto rispetto alla mancata garanzia della effettività e segretezza del voto. Sono stati ripetutamente denunciati e accertati in questi anni non solo ritardi ed inghippi postali che hanno determinato distorsioni evidenti, ma soprattutto episodi scandalosi, dall’acquisto dei pacchi di schede, alla stampa abusiva delle stesse, dal prelievo di schede attraverso associazioni e patronati all’espressione di migliaia di voti e preferenze con la medesima grafia e forma. In pratica il sistema attuale non garantisce la personalità né la certezza del voto: chiunque può votare al posto del titolare del diritto avendone in mano la scheda, e abbiamo migliaia di esempi in questo senso.
Noi riteniamo che sia ora non solo possibile, ma doveroso, il passaggio al sistema elettronico di voto nella circoscrizione estero. In quest’anno “malato”, il Covid ha prodotto ad esempio una generale acquisizione, valida per ogni fascia d’età, della capacità di comunicare e di spostarsi “virtualmente”, attraverso il web. Italiani di ogni luogo si incontrano virtualmente e quotidianamente in ogni parte del globo ed a qualsiasi età. Ognuno di noi usa ormai in tranquillità estrema lo strumento elettronico, il telefonino o il pc, per spese e acquisti, operazioni bancarie, societarie, aziendali, certificazioni anagrafiche, sanitarie etc. La nostra proposta è che, con sistemi e chiavi di sicurezza, si possa esprimere il voto in forma elettronica garantendo la sicurezza dello stesso, la sua personalità, segretezza ed effettività.
Anche le generazioni più anziane si sono ormai in larghissima parte adeguate all’uso di questi strumenti, già operanti anche in forma esclusiva o quasi in alcuni paesi per i rapporti con la P.A. Sembra ormai priva di fondamento l’obiezione che un tal sistema escluderebbe queste fasce dall’accesso al voto. Noi riteniamo che le prossime elezioni dei Comites, previste per il 2021, potrebbero essere terreno di sperimentazione per il voto elettronico. Basterebbe dotare ogni iscritto all’AIRE di una card individuale con microchip (sul modello delle tessere sanitaria) o piuttosto token usb (stampo camere di commercio) o similari, con cui effettuare operazioni anagrafiche, sanitarie, pensionistiche etc, ma che abiliti anche all’espressione del voto. Ciò non solo eliminerebbe da ora in poi la spesa per l’invio dei plichi ma garantirebbe anche una facile modalità di accesso ai servizi consolari da remoto di parte di ogni cittadino che ne verrebbe fornito all’atto della sua iscrizione.
È chiaro che per introdurre questa modifica legislativa, prevedendo il voto elettronico in sostituzione di quello per corrispondenza, bisogna intervenire prima della prossima scadenza elettorale. E quale sarebbe il momento migliore se non quello della modifica della legge elettorale o quantomeno dei collegi previsti dall’attuale, necessario prima delle prossime elezioni perché determinato dal risultato del referendum sulla riduzione dei parlamentari?
I seggi all’estero da 18 sono diventati 12 (da 12 alla Camera e 6 al Senato, sono ora rispettivamente 8 e 4): per tutti i seggi al Senato nelle 4 circoscrizioni si tratta di fatto di una elezione su collegio uninominale; altrettanto vale per due su quattro alla Camera: riteniamo che sarebbe in fondo più equo votare, come nel sistema nazionale, un solo candidato o listino che preveda anche un eventuale subentrante.
La raccolta delle preferenze su scala continentale o pluricontinentale si è dimostrata solo apparentemente un fatto “democratico”, ma si è rilevato invece come abbia determinato condizioni assai grigie a proposito della regolarità dei voti e abbia comportato la candidatura di personaggi che più che per qualità erano stati selezionati per censo: sarebbe opportuno che i partiti – memori anche dell’esperienza di figure inqualificabili elette all’estero – indicassero i candidati (o listino di candidati) di ogni circoscrizione selezionati davvero per qualità, capacità, riconoscibilità e reale funzione di ambasciatori delle nostre comunità, come era negli auspici della legge “Tremaglia”.
In proposito va sottolineato e corretto da subito un grosso elemento di distorsione introdotto, alla vigilia dell’ultimo voto politico, da una modifica alla legge 459/200, ovvero la possibilità di candidare nella circoscrizione estero anche i cittadini residenti in Italia (e non il contrario). È chiaro che la ratio dell’istituzione della circoscrizione estero era quella di portare al Parlamento i rappresentanti delle nostre comunità sparse nel mondo: quale senso ha far eleggere italiani che stanno in Italia a “rappresentare” gli italiani nel mondo? Va dunque ripristinata la condizione originale prevista dalla legge: bisogna essere italiani all’estero e iscritti all’AIRE per godere tanto di elettorato attivo quanto passivo nella circoscrizione “estero”.
Come più sopra detto, una prova generale verso il voto elettronico per le elezioni politiche può essere il rinnovo dei Comites. Nell’ultima tornata (era il 2015, governo Renzi ndA) si votò per la prima volta col sistema della registrazione preventiva: si vociferava, all’epoca, che fosse la prova generale per la modifica della legge elettorale all’estero. Come prevedibile si verificò un calo verticale della partecipazione: si registrò il 7% degli aventi diritto e votò poi la metà degli stessi. Non solo votarono in pochi ma la stessa presentazione delle liste fu resa difficoltosa con la richiesta di sottoscrizioni notarili a corredo delle stesse, cosa non semplice in diverse realtà in cui gli italiani sono dispersi anche in territori molto ampi.
La logica dovrebbe essere diversa, ovvero si dovrebbe puntare al più vasto coinvolgimento possibile dei connazionali alla vita dei Comites, a partire dalla possibilità di concorrere per esserne rappresentanti, favorendo ovviamente la maggior percentuale di partecipazione al voto degli stessi. Ecco perché attuare e subito, il voto elettronico per le elezioni dei Comites, ripensandone anche funzioni e dignità. La legge definisce i Comites organi di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze consolari, attribuendovi scopi di sviluppo sociale, culturale, civile delle comunità di riferimento. Nel rispetto delle rispettive competenze e della mission della rete consolare e diplomatica, questi organi andrebbero però ripensati ed arricchiti in vari aspetti, funzioni, scopi, e dotazione finanziaria. Anche su questo abbiamo tutte le intenzioni di proporre, concorrere e fare la nostra parte. Fino in fondo”. 


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