Il “chavismo” conquista il Parlamento tra mille dubbi

Primo piano

CARACAS – Il “chavismo” ha vinto con il 67 per cento dei voti ed un’astensione pari a circa il 70 per cento. Il Parlamento è suo dopo essere stato, negli ultimi cinque anni, l’unico bastione dell’Opposizione. Il risultato non sorprende più di tanto, come non sorprende il 30 per cento di partecipazione. Un’astensione del 70 per cento rappresenta, al di là dei risultati, una sconfitta del governo e accentua la frattura tra il paese reale e quello raccontato dalla propaganda ufficiale.

Le elezioni in Venezuela, i cui risultati ufficiali non sono stati ancora resi noti, sono state una procedura burocratica necessaria per dare una parvenza democratica al governo autocratico del presidente Maduro. È da alcuni anni, seguendo un copione ben preciso, che il “chavismo” prepara queste elezioni. Passo dopo passo. Senza commettere errori e approfittando delle debolezze dell’Opposizione. In primis, la lotta tra falchi e colombe. Il calvario dei partiti oggi all’Opposizione è iniziato il giorno in cui, oltre vent’anni fa, il “chavismo” fece irruzione nella scena politica del Paese, sparigliando le carte in tavola.

La strategia del governo Maduro per strappare il Parlamento all’Opposizione è stata subito chiara: dividere e neutralizzare quella che fa riferimento al presidente dell’AN uscente: Juan Guaidó. In primo luogo, negli ultimi anni il governo si è accanito contro i leader dell’Opposizione accusandoli, con la complicità dell’Alta Corte, di delitti difficili da dimostrare. E dei quali non sono mai state mostrate prove convincenti. È stata la giustificazione per privarli della immunità parlamentare e obbligarli a trovare rifugioTrionfo Chavista alle parlamentari 2020

Deputato Juan Requesens

 

in Paesi amici o, per il momento, in Ambasciate. I meno fortunati, come il deputato Juan Requesens, sono finiti nelletenebrose carc eri della polizia segreta. Quindi ha commissariato i maggiori partiti dell’Opposizione, consegnandone le redini a personaggi sconosciuti, più duttili, e proclivi ad obbedire al Governo. In ultimo, si è assicurato la partecipazione alle Parlamentarie di esponenti politici da tempo usciti dalla scena politica e opportunamente riscattati dall’oblio. Ultimo atto, di un’opera teatrale dal cui copione non è mai uscito, l’elezione del nuovo “Consejo Nacional Electoral”. Di nuovo importante è stata la complicità dell’Alta Corte che ha avallato la scelta dei candidati, tutti a misura del Governo.

L’Opposizione, disarmata, si è ritirata sull’Aventino, come ha fatto altre volte. Divisa tra chi si affida all’intervento militare o addirittura spera in una invasione militare nordamericana (una minoranza chiassosa e irrazionale) e chi, invece, si affanna nella ricerca di una soluzione pacifica (la maggioranza sensata e ponderata), mostra al Paese tutte le sue debolezze e le sue crepe. Per il momento, sono di più gli aspetti che la dividono che quelli che la uniscono. Fino a quando i suoi leader non riusciranno ad anteporre alle proprie ambizioni il bene del Paese e non saranno capaci di raggiungere un accordo per un programma di massima, ogni sforzo per sconfiggere l’apparato monolitico costruito dal “chavismo” sarà inutile. 20 anni di frustrazioni dovrebbero essere sufficiente incentivo per ritrovare quell’unità che, nel 2015, permise di strappare il Parlamento al “chavismo”.

All’indomani dei risultati provvisori delle elezioni, annunciati dal Cne, il confronto tra governo e Opposizione si è limitato a scaramucce verbali. Insomma, ad una vana guerra di dichiarazioni.

Il presidente Maduro, obliando il 70 per cento di astensione, si è subito manifestato, soddisfatto dei risultati. Come fa ogni qualvolta se ne presenta l’occasione, anche in questa circostanza ha accusato l’Opposizione di essere l’istigatrice delle sanzioni che, sostiene, hanno portato alla crisi del Paese. Dal canto suo, Juan Guaidó, come il resto dei leader dell’Opposizione, sottolinea che il 70 per cento di astensione dimostra che la società ha dato definitivamente le spalle al Governo.

Scenario di fondo è sempre lo stesso: la crisi economica che attanaglia il Paese e lo scontro delle grandi potenze che aspirano ad avere un’influenza politica determinante sul governo.

Che la crisi abbia distrutto ormai gran parte del tessuto produttivo del Venezuela pare ormai fuori dubbio. Quasi 10 anni di progressiva e continua contrazione del Prodotto Interno Lordo, circa tre anni di iperinflazione, e 20 anni di abbandono delle infrastrutture petrolifere, gestite con grande incompetenza, hanno distrutto quanto era stato costruito con grande sacrificio in mezzo secolo di governi democratici. Aggiungere altro è superfluo.

Dal punto di vista geopolitico, poi, il Venezuela da sempre alimenta gli appetiti delle grandi potenze. Stati Uniti, anche negli anni del “trumpismo”, non ha mai cessato di considerare l’America Latina una sua area d’influenza. Dal canto suo, la Russia considera il Venezuela, geograficamente al nord dell’America Meridionale, imprescindibile e strategico per la sua politica di espansione nell’America Meridionale. La Cina, più pragmatica, punta ad una relazione privilegiata con il Venezuela per ottenere quelle materie prime essenziali – leggasi coltan -per i settori industriali del futuro.

I risultati ottenuti dal Governo, in elezioni poco credibili e ancor meno difendibili dal punto di vista della trasparenza, pone di nuovo il Venezuela al centro dell’interesse internazionale.

Intanto, la “Consulta Popolare”, promossa da Juan Guaidó, è forse lo stimolo di cui ha bisogno oggi il venezuelano per cancellare frustrazioni, stanchezza, delusione indignazione e avvilimento ed allontanare la sensazione d’impotenza provocata dell’improba missione di provvedere alla propria sopravvivenza. D’altronde, è difficile mantenere lo stato d’animo della popolazione alto dopo le tante manifestazioni soffocate, i morti, i feriti, i torturati.

La Consulta potrebbe essere la scintilla capace di riaccendere il desiderio di resistere ed opporsi ad un governo impopolare e indesiderato.

Mauro Bafile


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