MADRID – “No. Convintamente no”. Questa la risposta, immediata, secca, precisa della Senatrice Laura Garavini. Il 29 marzo, nel referendum consultivo, voterà contro la riduzione del numero dei parlamentari. Lo ha assicurato rispondendo ad una domanda, anch’essa chiara e netta, della “Voce”. Non solo. Ha anche invitato “gli italiani all’estero a fare altrettanto”

– Esorto i connazionali a partecipare massicciamente al voto – ha detto la parlamentare -. Si tratta di un referendum confermativo. Ciò vuol dire che non ci sarà bisogno del raggiungimento di un quorum. Qualsiasi sia il numero dei partecipanti al voto, il risultato sarà valido. Quindi, per assurdo, il voto degli italiani all’estero, qualora decidessero di votare in modo compatto e convinto “no”, potrebbe essere determinante. In Italia, alla luce della scarsa informazione su questo referendum, è possibile che si verifichi una partecipazione molto modesta. Gli italiani all’estero potrebbero giocare un ruolo importante.

Italia Viva, la giovane formazione politica fondata da Matteo Renzi, vuole crescere. E vuole farlo dentro e fuori l’Italia. È stato proprio per incontrare simpatizzanti e promuovere il partito di Renzi, al quale ha aderito lasciando il Partito Democratico, che la Senatrice Laura Garavini si è recata a Madrid.

Un “piano shock” per rimettere in moto l’economia italiana, proposte per abbattere la disoccupazione, iniziative per attualizzare la Legge sulla prescrizione e un sistema Italia per creare ricchezza e lavoro. Tutte proposte, ha spiegato la senatrice nel corso dell’incontro, che l’ex premier è intenzionato a sviluppare. Con la “Voce”, invece, ha parlato di problemi più inerenti agli italiani all’estero.

– Il prossimo referendum prevede la riduzione degli eletti all’estero. Come mai non siete riusciti a convincere i partiti a lasciare inalterato il numero già esiguo di deputati e senatori che ci rappresentano?

– In realtà questo è stato frutto di un accordo che è avvenuto in via preliminare, non in aula parlamentare – spiega Garavini -. È stata una decisione accordata all’interno della compagine di maggioranza dell’attuale governo. I singoli parlamentari si sono attenuti a quello che era stato l’accordo stilato dai vertici dei partiti.

– Quindi non siete riusciti a sensibilizzare i vostri partiti…

– Non c’è stata neanche l’opportunità di farlo – confessa -. L’accordo è stato stilato in via preventiva. Non c’è stato modo di condizionare questa scelta.

Referendum e Comites

Il referendum come ha spiegato il Direttore Generale degli Italiani all’Estero della Farnesina, Luigi Maria Vignali, intervistato poco meno di un mese fa dalla “Voce”, è stata la ragione per la quale sono state rinviate le elezioni dei Comites. Il loro rinvio, spiegava Vignali, “è sicuramente per evitare la coincidenza con il referendum costituzionale”. E precisava:

– Il Parlamento ha temuto una interferenza tra le due consultazioni.

Chiediamo quindi alla senatrice Garavini:

– Perché non rinviare le elezioni, ch’erano già in agenda, solo di qualche mese e non al prossimo anno? Insomma, perché non fare queste elezioni appena i Consolati fossero in condizione di realizzarle?

– Si è ritenuto opportuno di non oberare troppo la rete consolare dal momento che questa è già impegnata con il voto sul referendum a fine marzo – ha affermato -. È inutile nascondere che la realizzazione delle elezioni è anche legata ad un esborso economico. Dal momento che su questa Legge di Bilancio gravavano carenze economiche e che gran parte delle risorse stanziate erano già precedentemente vincolate ad evitare l’aumento dell’iva, si è preferito rinviare alla prossima Legge di Bilancio l’impegno finanziario che consenta di mettere in campo il rinnovo dei Comites.

– Si parla di liste civiche… si faranno effettivamente?

– Ritengo che sia abbastanza probabile che un po’ dappertutto si mettano in campo delle liste civiche – ammette -. Poi magari si può ipotizzare una lista civica più orientata verso il centro sinistra, o una più orientata verso destra. Però credo che sia proprio anche nella natura dei Comites, che sono organi di rappresentanza di base apartitici, permettere che ci siano liste civiche.

– Lei presiede una commissione molto importante, quella dell’antimafia. La delinquenza organizzata si è ormai globalizzata. Fino a che punto ha inquinato le nostre comunità? – chiediamo.

– Il crimine organizzato purtroppo continua a giocare un ruolo troppo importante in Italia e anche all’estero – ci dice -. Le mafie di origini italiane sono riuscite a declinare il crimine in termini di globalizzazione. Il che vuol dire che sono riuscite trarre vantaggio dalla caduta delle frontiere. Quindi, ad essere attivi anche in altre realtà territoriali magari approfittando dei “gap” normativi di altri paesi. In altre parole, avvalendosi di legislazioni meno attrezzate della nostra, rispetto a certi fenomeni criminali.

Per quel che riguarda le nostre comunità all’estero, non nasconde la propria preoccupazione. Commenta che “il problema si è aggravato con la globalizzazione. Ciò permette ad esponenti di determinati “clan” di cercare rifugio in altri territori”.

Ritiene assai importante che continui “la collaborazione a livello internazionale per contrastare il riciclaggio di denaro”.

– È importante fare ancora molto di più anche a livello europeo – afferma -. Un esempio concreto è l’approvazione del nuovo bilancio europeo. É assurdo ed è grave che nella proposta della Commissione Europea si preveda una riduzione del 20 per cento delle risorse per un’agenzia europea come ad esempio quella di Eurojust (organismo che aiuta le amministrazioni nazionali a collaborare nella lotta contro il terrorismo e gravi forme di criminalità organizzata che interessano più di un paese dell’UE, ndr) che nei fatti contrasta i trafficanti di esseri umani. La motivazione potrebbe sembrare pregevole. Questo taglio – spiega – è giustificato dal fatto che contemporaneamente si creerà un’altra figura: quella del Procuratore Europeo. Ma, anche così, è estremamente grave. Non può essere questo l’alibi per dei tagli che potrebbero compromettere il buon operato di un organismo che, come Eurojust, già da anni conduce attività meritevoli contro i trafficanti di esseri umani. Ritengo assolutamente indicibile che l’Europa tagli risorse, compromettendo il lavoro di un’agenzia che già opera bene, con l’alibi di crearne una nuova che per un certo periodo potrebbe essere incapace di agire perché alle prime armi. Bisogna evitare queste distorsioni.

– Parliamo delle politiche di rientro. Avete pensato di proporre una legge “ad hoc”?

– Già con la legge di bilancio di alcuni anni fa, se non erro del 2019 o 2018 – commenta -, col governo nostro avevamo previsto una serie di aiuti definiti “Resto al sud”. Erano incentivi fiscali per giovani sotto i 40 anni che intendessero rientrare in territori del Sud Italia. Quindi rivolti a tutte le regioni. Sostanzialmente dal Lazio in giù, comprese le isole. Questo tipo di beneficio fiscale e anche di crediti, in parte a fondo perduto, era stato creato per chi volesse fare impresa o comunque volesse assumere personale nel Sud Italia. Tali benefici fiscali sono stati rinnovati con l’ultima Legge di Bilancio.

– E per i cittadini che semplicemente vogliono tornare nelle loro regioni di origini ma non hanno denaro da investire? Sono state pensate iniziative per aiutarli fino a quando non trovano un’occupazione?

– Ecco – ammette -, su questo aspetto purtroppo non ci sono ancora… – indugia, per poi affermare:

– Ci sarebbe il reddito di cittadinanza.

– Si, ma richiede 5 anni di residenza per accedervi…

– È vero, è vincolato al fatto di avere vissuto in Italia per almeno 5 anni. No, non è disponibile ancora questo tipo di sussidio.

“Ius Soli” e “Ius Sanguinis”

Poniamo ora il problema dello “Ius Soli” e lo “Ius Sanguinis”. Il desiderio di rimediare ad una ingiustizia verso i giovani stranieri che nascono e vivono in Italia potrebbe indurre ad un’altra ingiustizia, quella di privare i figli degli emigrati della cittadinanza italiana. Sarà possibile conciliare le due figure giuridiche? Lo chiediamo alla senatrice.

– Noi siamo la forza politica che avrebbe voluto prevedere lo “ius soli” – ci dice -. Ci siamo purtroppo dovuti confrontare con l’assenza di volontà politica. Siamo stati anche propositori dello “Ius Culturae”. E cioè, il fatto che i ragazzi nati in Italia che avessero concluso il ciclo scolastico nel nostro paese potessero a tutti gli effetti ottenere la cittadinanza italiana. Riteniamo che garantirlo sarebbe appunto una questione di diritto. Che ci siano le condizioni oggi di ottenere questo risultato è un grosso punto interrogativo.  È sempre un contesto politico.

– Sarà conciliabile con lo “ius sanguinis”? – insistiamo.

– È sempre un contesto politico – ribadisce -. Noi, ad esempio, siamo fortemente orientati affinché ci sia la rettifica del decreto sicurezza. Che si riesca a coniugare questo con la modifica della legge di cittadinanza in realtà è tutto da verificare.

Mauro Bafile