Italia che cambia?

Politica

Non è sfuggito a nessuno che l’Italia, e il modo d’essere italiani, non è più quello del secolo scorso. Soprattutto sotto il profilo socio/economico. Non riconoscerlo potrebbe rappresentare un grossolano errore. Anche perché il nostro futuro, superata la crisi “Coronavirus”, dipenderà pure dagli eventi del recente passato. Il nuovo secolo, come il nuovo Millennio, ci ha trovato diversi. Su questa nostra percezione potrebbero incolonnarsi tutti quei provvedimenti che speriamo realizzabili.

Era il 1992, quando crollava l’impalcatura della Prima Repubblica. Un sistema che aveva resistito per quarantasei anni, in poco più di dodici mesi, tramontava. Con tutte le conseguenze che non hanno risparmiato nessuno. Poi, è stata ratificata la Seconda. Finita in modo non migliore. Quelli che non è mutato è lo spirito dei nuovi politici. Nei prossimi anni, il processo di trasformazione nazionale potrebbe cambiare. Con una forte coerenza e con le idee chiare, lo sviluppo del Paese dovrebbe riprendere. Ci vuole pazienza e costanza. Dalla crisi non si esce con le promesse, ma con i fatti. Le scelte che contano, però, non sono ancora dietro l’angolo.

La politica, se rinnovata, potrà giocare un ruolo decisivo per riavviare il volano della ripresa. Di fatto, l’Italia è, certamente, uno Stato più europeo che nel secolo scorso. Tenendo, però, conto che i contrasti tra il vecchio e il nuovo dovrebbero essere eliminati. Intanto, il Bel Paese, chiaramente non solo per inerzia, continua la strada del cambiamento. Il problema è che gli uomini di partito continuano a essere privi di quell’originalità necessaria per sostenere il mutamento. Dopo che sarà rientrata l’emergenza del COVID-19, la Penisola dovrebbe ritrovare un equilibrio meno precario e, indubbiamente, più coerente con i tempi in graduale trasformazione. Tuttavia, il nostro realismo non lascerà il posto né all’ottimismo dozzinale, né al pessimismo. Se “cambiamento” ci sarà, ne seguiremo, con interesse, gli incrementi.

Giorgio Brignola


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