Rim 2019/ speciale 2019: “quando brutti, sporchi e cattivi erano gli italiani: dai pregiudizi all’amore per il made in Italy”

Primo piano

ROMA – All’Esposizione Universale del 1901 Buffalo, negli Stati Uniti, fu esposta la “Carta delle Razze”, una sequenza policroma che dai colori scuri della pelle degli africani e il giallo dei popoli dell’Est, includeva il colore olivastro della pelle degli immigrati meridionali fino ad arrivare al bianco anglo, la supremazia bianca. Sulla linea del colore gli italiani venivano chiamati “gente di mezzo”. Né bianchi né neri.

È solo uno degli esempi di discriminazione cui gli italiani emigrati sono stati oggetto nella storia e che vengono riportati all’interno del Rapporto Italiani nel Mondo 2019 della Fondazione Migrantespresentato oggi a Roma.
Il Rapporto conserva la struttura degli ultimi anni, ma introduce una novità sostanziale: il tema dello Speciale 2019 – “Quando brutti, sporchi e cattivi erano gli italiani: dai pregiudizi all’amore per il made in Italy” – è presente in ogni sezione, un filo conduttore che permea tutto il volume.
Dopo aver dedicato le ultime edizioni ai territori regionali di partenza, alle città di approdo, ai principali paesi di destinazione della neo-mobilità giovanile italiana, i ricercatori che hanno redatto lo studio, capitanati da Delfina Licata, hanno voluto interrogarsi e riflettere su un tema fondante della mobilità italiana: la percezione e la conseguente creazione di stereotipi e pregiudizi che hanno accompagnato il migrante italiano nel tempo e in ogni luogo.
Si tratta di una annualità profondamente diversa rispetto agli anni precedenti, probabilmente più qualitativa, dove il fare memoria di sé diventata occasione per meglio comprendere chi siamo oggi e chi vogliamo essere.
Sono passati ben 17 anni dall’uscita di uno dei libri che puntualmente viene ancora citato quando si fa un confronto tra l’Italia terra di emigrazione e l’Italia paese di arrivo di migranti: L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi. Per la prima volta gli italiani si trovarono di fronte a una raccolta di fatti, aneddoti, personaggi, storie note e meno note, tutte sapientemente documentate e argomentate, un giro del mondo della presenza italiana in ogni angolo della Terra e di come questa veniva mal sopportata o ferocemente contestata. Eppure, gli italiani si rifugiavano in Europa o oltreoceano perché fuggivano dalla fame, dalla guerra, dall’ignoranza, ma nelle terre dove arrivarono non vennero accolti, ma sopportati a fatica e tacciati con stereotipi infamanti, per cui la loro povertà è diventata sinonimo di ignoranza, di sporcizia, di abitudini vicine a quelle degli animali. Imbroglioni, ladri, venditori di bambini, criminali spietati, organizzatori di prostituzione femminile e infantile, sfruttatori, “diversi”, “non visibilmente negri”, a tal punto che furono “create” due razze all’interno della stessa Italia. Nel Dictionary of Races or Peoples del 1907 alla voce “italiani” si legge: “Fisicamente gli Italiani sono tutt’altro che una razza omogenea”. L’antropologo Alfredo Niceforo nello stesso periodo pubblica una sorta di “fisiologia dell’Italia meridionale”, sostenendo l’esistenza nel Meridione di Italia di popoli primitivi, diversi nelle caratteristiche fisiche, nel colore della pelle, nell’altezza, nella forma del viso e portatori di una civiltà barbara. E se, sempre a detta dello studioso, la gente del Sud è impulsiva e facilmente eccitabile, poco adattabile, quelli del Nord sono freddi e riflessivi, pazienti e pratici, più capaci nell’organizzazione e nel progresso.
Fa specie pensare come tutto parta da una cosa semplice ma che ha risvolti fondamentali: l’uso che si fa delle parole. Tullio De Mauro le ha definite “parole per ferire” in una lunga e complessa ricostruzione realizzata nel luglio del 2017, per la Commissione “Jo Cox” sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio. Ne emerge un variegato e articolato mondo legato alle hate words, a quei termini, cioè, che provocano dolore nell’altro perché sono offensivi e dispregiativi. Quanto sapientemente argomentato da Tullio De Mauro per quel che riguarda la lingua italiana può (e deve) essere confrontato con gli affondi geografici fatti dai diversi autori dei saggi presenti nella quarta parte del volume dove il tema dell’uso delle parole ostili nei riguardi specificatamente degli italiani è stato declinato per 19 contesti geografici differenti. Ne deriva una sorta di cartina planetaria dell’odio che ha gli italiani come oggetto del disprezzo e del pregiudizio.
Dago (da dagger = pugnale) quindi facili e abili maneggiatori di coltelli; WoP (Without Papers) cioè illegali; Greaseball, palle di lardo perché mangioni e, ancora, Maccaroni, Rital, sfruttatori, mafiosi. Basti pensare a tutto il filone della cinematografia americana che ha trovato il punto massimo della sua espressione ne Il Padrino giungendo praticamente a mitizzare la figura dell’italiano mafioso, crudele ma profondamente radicato nei valori portanti della sua Terra di origine: la famiglia e la fede.
Italia, bel Paese brutta gente si potrebbe sbrigativamente sintetizzare se non fosse che la storia è sempre portatrice di insegnamenti e i vari saggi di questa quattordicesima edizione del Rapporto Italiani nel Mondo narrano ulteriori pagine di storia: di come cioè in alcuni contesti gli italiani si sono presi la loro rivalsa diventando protagonisti e fautori del bello, soggetti attivi di positività, leader da imitare e non solo perché qualche migrante è venuto dopo, come spesso purtroppo capita, diventando oggetto di scherno al posto loro. Attraverso il duro lavoro, dimostrando capacità e doti, genialità e creatività, cultura oltre la mancanza di titoli di studio e il non saper leggere o scrivere, gli italiani nel mondo hanno trovato, a costo di tanto sacrificio, un loro posto di rispetto, ma dimenticano, a volte, purtroppo, quanta fatica e sofferenza se non direttamente per loro, ma sicuramente per le loro famiglie e i loro cari, è costato arrivarvi.
Ripensare e rileggere quando eravamo noi oggetto di hate speech alla luce dell’Italia di oggi fa un certo effetto. Significa guardarsi allo specchio e rivedere la propria immagine con il volto di un altro (albanese, algerino, nigeriano, cinese, ecc.), ma provare lo stesso sgomento, la stessa sofferenza e l’eguale desiderio di riscatto.
La lunga disamina realizzata per contesti geografici e temi portanti (lavoro, lingua, musica, cinema, fumetti, religiosità, ecc.), fatta di momenti di cesura, di avversione, ma allo stesso tempo di accettazione e apprezzamento, ci consegna una lezione valevole per tutti i paesi e i contesti territoriali, che è quella della necessità di affrontare la questione della convivenza tra persone con tutti gli strumenti possibili, economici, culturali e sociali affinché si abbia sempre la forza della memoria. Occorre avere il coraggio e la tenacia di ricordare che nulla è avvenuto per caso e che la convivenza e la comprensione vanno alimentate quotidianamente con l’esempio e con la storia. (aise)


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