L’eccidio di Selenizza in Albania ancora irrisolto

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Un contingente di circa 130 Carabinieri Reali trucidati e infoibati nel 1943

Giovanni Mercadante

Un caso storico ancora oggi irrisolto è l’eccidio di Selenizza, un paese vicino a Valona (Albania). Un  giovane ex Carabiniere segue con passione e determinazione questa vicenda. Un tormento che non gli dà pace. Perché tanto silenzio  su un accadimento così cruento?

Attraverso queste colonne percorreremo un pezzo della microstoria che coinvolse  l’Arma dei Carabinieri all’epoca dell’occupazione dell’Albania.

I fatti risalgono a febbraio 1943, allorquando la caserma dei Carabinieri di Selenizza che presidiava  una ricca miniera di bitume, il cui materiale spedito in Italia veniva trasformato in acido solforico, fu assalito da partigiani albanesi. Sebbene gli attaccanti fossero di numero elevato, i Carabinieri resistettero all’offensiva, mentre la caserma purtroppo fu completamente distrutta.

Giuseppe Mancini – Ricercatore storico

Di lì a poco tempo dopo, ovvero il 31 marzo, il Col. Luigi Bertarelli, Comandante della Legione di Valona,  inviò sul luogo la 17^ Compagnia dei

Carabinieri al comando del Ten. Col. Giuseppino Ricci, con lo scopo di riprendere possesso delle miniere di Selenizza e di ristabilire il controllo del territorio.

La colonna, ben armata con autoblindo e mitragliatrici, giunse sul luogo  il giorno dopo, l’1 aprile. Poiché l’ingresso alla miniera era anticipato da due collinette asimmetriche, una a 125 metri di quota e l’altra a 177 metri, il Comandante Ricci dispose ad alcuni  suoi uomini di salire in cima a quella più bassa e poi sull’altra per avere il controllo dell’area. Fino a quel momento gli uomini in avanscoperta non avevano segnalato nulla di anomalo.

Purtroppo appena gli uomini di Ricci giunsero sulla prima collinetta, questi furono investiti da una violenta raffica di proiettili. Gli assalitori, appostati dietro le due alture, manifestarono tutta la loro potenza di fuoco con armi pesanti e con uno schieramento, si stima, di circa 800 partigiani.

Il contingente italiano, colto di sorpresa, cercò disperatamente di fronteggiare la situazione, purtroppo senza successo.

Il Col. Bertarelli, nel 1960, nel suo diario personale, non  riusciva ancora a spiegarsi chi avesse tradito la missione partita in gran segreto.

Tuttavia, è lo stesso Bertarelli che si autoconvince; nella Legione dei Carabinieri erano arruolati anche degli albanesi, tra cui un tenente che sebbene non scoperto a quell’epoca, fece una brutta fine durante il regime comunista: il suo nome è Tashim Spahium.

Nello scontro, tra i militari italiani ci furono 16 feriti e 17 caduti.

Tutti i superstiti furono fatti prigionieri. Ma solo i Carabinieri furono trattenuti, spogliati, torturati, e condotti nella vicina grotta dei Pipistrelli  dove furono  infoibati, qualcuno ancora vivo.

Giuseppe Mancini di Udine,  ricercatore storico, ha  ricostruito tutta la tragedia compilando un lungo elenco dei Carabinieri trucidati; documentandosi attraverso  gli archivi pubblici e privati ha messo a disposizione anche foto di alcune  vittime: Tommaso Medale; Alvise Vidale; Secchi Valentino.

Il Col. Ricci, altrettanto torturato, fatto a pezzi e buttato nella stessa fossa. Probabilmente furono ammazzati in quella fossa  circa 130 Carabinieri. Purtroppo il numero preciso non lo sapremo mai, molti di loro poco più che ventenni.

Il giornale “Il Piccolo” di Trieste  con un articolo pubblicato  il 6 novembre 1992 a firma del giornalista  Pietro Spirito, denunciava il grave fatto di sangue.

Dopo circa un anno, la Procura di Bari, su segnalazione di un imprenditore italiano informato della vicenda, aprì un’inchiesta, come viene riportato in un articolo del Corriere della Sera del 28 marzo 1993 a pag. 15.

All’interno della grotta furono recuperati solo 22 corpi e solo uno identificato grazie alla piastrina. Il suo nome era Annibale D’agnano nato nel maggio del 1923, quindi appena 19enne. Era un Carabiniere ausiliario alla sua prima chiamata alle armi, come quasi tutti i suoi compagni assassinati. Quando fu recuperato, il sottufficiale che prese in mano quei poveri resti, commosso sussurrò: BENTORNATO A CASA.

Sembra che,  stando alle ricerche fatte da G. Mancini, i resti di quei 22 corpi furono traslati nel Sacrario militare d’Oltremare di Bari.

Giuseppe Mancini  è depositario di una cospicua documentazione fatta di ricerche e foto  sulla vicenda.

Non intende  abbandonare le sue indagini per dare giustizia a quei corpi abbandonati in terra straniera.

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