Valeria Golino: quel cinema italiano al femminile

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di Monica Straniero
NEW YORK – Valeria Golino ha appena ritirato il Federico Fellini Platinum Award per l’edizione ’19 del Bif&st. Monica Straniero l’ha incontrata eha conversato con l’attrice e regista italiana di calibro internazionale attesa al prossimo Festival di Cannes con il film in concorso “Portrait de la jeune fille en feu” di Céline Sciamma.

“Valeria Golino. Un’attrice e regista nota anche oltre i confini italiani. Dopo il suo debutto in Italia ha infatti ntrapreso una brillante carriera ad Hollywood. Da ricordare il suo uccesso del film Rain Man, in cui recita accanto a Tom Cruise e Dustin Hoffman. In America diventa presto popolare anche come attrice comica con la serie degli Hot Shots (J. Abrahams, 1991, 1993).
In Italia ha interpretato tanti ruoli per il cinema, fino al debutto da regista con “Miele” ed Euforia. Pluripremiata è una delle poche donne, nel panorama cinematografico italiano, che riesce ad emergere sia come regista che come attrice.
La incontriamo dopo che ha ritirato il Federico Fellini Platinum Award per l’edizione ’19 del Bif&st.
Sarà al Festival di Cannes con un film in concorso “Portrait de la jeune fille en feu” di Céline Sciamma. “Interpreto il mio primo ruolo di una “vecchia”. Inizialmente non volevo fare il film ma Céline mi ha convinto dicendo che non riusciva a immaginare un’altra attrice per quella parte. È stato comunque un ruolo che mi ha sottratto poco tempo, oggi sento l’esigenza di non lavorare troppo e di farlo solo con registi miei amici”.
D. Ci racconti del tuo esordio al cinema?
R. È stato un puro caso. Era il 1983 e lavoravo come modella già da un paio d’anni e vivevo ad Atene. Un giorno andai a Napoli per vedere mio padre e mi fermai a Roma da una mia zia che mi convince a fare un provino per Lina Wertmüller per il ruolo della figlia di Ugo Tognazzi nel suo nuovo film”Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada”. Anche se non ho mai sognato di fare l’attrice ho deciso poi di continuare questo mestiere e a 19 anni sono stata scelta come protagonista in “Piccoli Fuochi” (1985) di Peter Del Monte.
D. L’exploit arriva con la conquista della Coppa Volpi per “Storia d’amore” di Citto Maselli al Festival del cinema di Venezia del 1986.
R. Non me l’aspettavo anche perché mi era stato detto che il premio per la migliore interpretazione quell’anno sarebbe stato sicuramente assegnato a Sabine Azéma (protagonista del film drammatico Mèlo, diretto da Alain Resnais n.d.a.) . Premio che ho poi vinto nuovamente nel 2015 per il film “Per amor vostro” di Giuseppe M. Gaudino.
D. Dopo decenni di carriera internazionale, fai il tuo debutto da regista con Miele, opera ardua e delicata sul tema dell’eutanasia, ed Euforia, con Scamarcio e Mastandrea, due fratelli diversissimi che si avvicinano quando la malattia colpisce uno di loro. Quando hai sentito la voglia di metterti in gioco dietro la macchina da presa?
R. Sono una cinefila prima di essere attrice perché amo l’estetica del cinema. La voglia di dirigere un film ce l’avevo da tanto ma non ne parlavo un po’ perché non avevo tempo di realizzare le mie idee di sceneggiatura un po’ per mancanza di fiducia in me stessa. Se a 45 anni ho deciso di vincere le mie resistenze lo devo anche all’incoraggiamento di Riccardo Scamarcio e Viola Prestieri, i miei produttori. La mia esperienza di attrice è comunque determinante per instaurare un rapporto quasi sacrale con i protagonisti dei miei film.
D. Hai più volte dichiarato di non rivedere quasi mai i tuoi film.
R. Sì, mi accade dopo aver terminato la promozione e le partecipazioni ai Festival per non rimanere delusa da interpretazioni che in un primo momento mi erano sembrate molto positive. “Non è il caso di ‘Storia d’amore’, però, perché ogni volta che mi capita di rivederlo mi ritrovo ancora molto brava.
D. Hai pronta una sceneggiatura per il tuo prossimo film?
R. Non ho ancora l’idea giusta.
D. Un argomento di cui si sta parlando tanto in questo periodo. I dati parlano: c’è un evidente gender gap, uno squilibrio di genere nel cinema.
R. La gender equality non è ancora stata raggiunta ma la presenza femminile nel cinema è cambiata negli anni. Quando ho iniziato la mia carriera da attrice, in Italia c’erano solo due registe, Liliana Cavani e Lina Wertmuller. Adesso ce ne sono molte di più. Anche per le stesse attrici le cose sono migliorate. Ci sono più ruoli e possono continuare a lavorare anche nella loro mezza età, cosa che prima non succedeva. Sul fronte della parità di salario, invece c’è ancora molto da fare. Le donne continuano ad essere pagate meno nello stesso posto e con gli stessi meriti. È una situazione inconcepibile.
D. A soli ventidue anni ti trasferisci a Hollywood e vieni scelta come protagonista nel film “La mia vita picchiatella” (1988) di Randal Kleiser. Quasi contemporaneamente conquisti il ruolo di partner di Tom Cruise e Dustin Hoffman per il film “Rain Man” (1988) di Barry Levinson.
R. È stato un periodo molto divertente. Sono stata lì tra i miei 23 e i 35 anni e ho lavorato in 17-18 film. Ma so che avrei dovuto fare di più. Ho fatto tanti provini per ruoli di donne americane ma il fatto di essere straniera e il mio forte accento italiano non mi hanno aiutato molto ad ottenere la parte. Poi mi trovavo di fronte ad attrici del calibro di Julia Roberts o Demi Moore e Uma Thurman”. (aise)

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