L’Italia è una Repubblica fondata sulla bellezza

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La Costituzione italiana offre un esempio raro di stile letterario, in termini di sobrietà, eleganza e di proprietà lessicale.Costituzione, quale opera che ha qualcosa di sovraumano (De Maistre pensava che le costituzioni fossero opera della Provvidenza ed Hegel dello Spirito incarnato nella storia), resta lo strumento attraverso il quale ci diamo una forma di vita comune (Croce, da laico, nel ’46, invocava l’ispirazione divina) ed è fatta per valere nei confronti degli stessi, fuori dal bozzolo dei propri interessi e volti al bene di tutti.Noi italiani abbiamo un’identità debole, sfocata. Quanto ci divide è ben più di quel poco che ci unisce.
Dipende, naturalmente, dalla storia che nel corso dei secoli ha scolpito un paese di corporazioni e camarille, ciascuna con le proprie leggi, con i propri privilegi. Dipende dalla frattura mai sanata fra il Nord e il Sud del nostro territorio; anzi, negli ultimi lustri, all’eterna Questione Meridionale si è affiancata una Questione Settentrionale non meno lacerante.Dipende infine dalla politica rissosa e muscolare che rappresenta il solo lascito della cosiddetta Seconda Repubblica, il solo attributo che si mantiene indenne mentre in lontananza s’avvista un nuovo ordinamento.Che ci rimane allora? Dov’è il filo che ci lega? Innanzitutto nella Costituzione. O almeno nella Parte I, che non a caso è rimasta impenetrabile ai progetti di riforma via via concepiti dai politici di ogni schieramento. Essa rappresenta il ponte fra le generazioni, un collante fra passato e futuro.
La Repubblica dell’articolo 1, la Repubblica pacifica dell’articolo 11 che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli, è Giuseppe Mazzini; lo “spirito democratico” che, secondo l’articolo 52, deve presiedere alla ricostruzione dell’esercito, è Giuseppe Garibaldi. Nell’articolo 8, che proclama tutte le confessioni religiose “ugualmente libere davanti alla legge”, par di riconoscere la voce di Camillo Cavour; dall’articolo 27, che abolisce la pena di morte, parla Cesare Beccaria.
Ciascuna Costituzione è soprattutto un documento culturale della specifica nazione; quello italiano si distingue da tutti gli altri perché c’è la bellezza, l’educazione al bello, la capacità di plasmarlo in nuove fogge, nel passaggio delle generazioni. Questo è il genio italico da cui deriva un patrimonio artistico senza eguali al mondo.
La Carta costituzionale italiana è una sorgente di bellezza, oltre che la prima fonte del diritto. C’è infatti una dimensione estetica, che vibra in quegli articoli di legge; c’è un’idea del bello che a sua volta è figlia della nostra storia, della nostra tradizione. Disvelarla significa sollevare un velo su ciò che abbiamo sotto gli occhi e non sappiamo più vedere. Significa, quale forma di umanesimo, rivelare un patrimonio, un gusto artistico, una sensibilità formale che tutti gli altri popoli invidiano al popolo italiano. Forse l’unico tratto nazionale di cui possiamo ancora menar vanto.In quelle pulite dichiarazioni normative sorge tutto un paesaggio umano e naturale.
C’è un vissuto comune, che tuttavia s’innerva dalle vite degli italiani illustri. Dalle loro opere, dalle loro arti. Ecco, l’arte! A leggere la Costituzione in controluce, v’occupa uno spazio ben più esteso di quello ritagliato dall’articolo 33 (“L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”). 
Anche il nostro patrimonio artistico, del resto, si riflette in tutta la intelaiatura della Carta costituzionale. Certo, c’è una sola disposizione che ne parla espressamente, a parte il riferimento ai “beni culturali” introdotto nel 2001 (attraverso la riforma del Titolo V) nel nuovo articolo 117. Questa disposizione – celeberrima – è l’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.La cultura italiana riecheggia ai quattro angoli dell’edificio costituzionale.
Non potrebbe essere altrimenti, dato che quegli uomini, quelle donne, erano più colti – e di gran lunga – dei politici attuali, benché all’epoca l’analfabetismo fosse una piaga che colpiva il 14 per cento della popolazione. Sicché nei loro dibattiti s’incontrano citazioni dantesche, fu evocato Verdi non meno di Mazzini e di Cavour (un centinaio di volte a testa), venne richiamata la Rivoluzione francese (64 volte), risuonò perfino il nome di Maometto (17 volte).
Fra i banchi dell’Assemblea costituente sedettero economisti di fama internazionale come Luigi Einaudi; filosofi del calibro di Benedetto Croce; un gruppo di cattolici, da La Pira a Giuseppe Dossetti; Umberto Terracini entrato nel movimento socialista; il meglio della cultura giuridica: Mortari, Tosato, Perassi, Bettiol. Piero Calamandrei, giurista e politico, che tra l’altro affermava che “Nessuna Costituzione si esaurisce in un catalogo di valori giuridici, politici, civili. Perché nelle norme costituzionali risuona la storia d’ogni popolo e dalla storia dipende la sua specifica cultura”.
Il paesaggio umano e naturale, che affiora tra gli articoli e i commi della Costituzione, esprime nella forma più riuscita la corrispondenza tra il diritto e i cittadini: noi stessi, posti davanti allo specchio della legge, potremmo riconoscervi molto della nostra eredità e scoprirci più ricchi di quanto immaginiamo.Alla bellezza del testo della Carta, testimoniata dalla sua longevità, s’affianca un tesoro di riferimenti, assonanze, simmetrie, tratti delle diverse arti e ispirati ai principi costituzionali.
L’ Italia ha nella sua natura un DNA di bellezza che la distingue rispetto ad ogni altro paese. È un’espressione geografica, storica e spirituale. L’Italia è il nome della bellezza. Questo è il modo di interpretare la frase interessante e provocatoria di Metternich, per indicare che la bellezza è costituzionale nella nostra nazione e che letteratura, musica, arte, natura e paesaggio sono tutti elementi senza i quali l’Italia non sarebbe quella che è.
La Costituzione, dunque, deve aderire al concetto di bellezza diventando una cosa sola con la bellezza stessa.È legge suprema, principio primo che i popoli si danno da sobri a valere per quando saranno ubriachi; carta ferma, fondamentale e fondante dello Stato di diritto, di uno Stato regolato dal diritto.Quella Italiana, quale garanzia di pace interna, con i suoi 139 articoli, ci tiene per mano dal momento della nascita. La incrociamo quando dobbiamo iscrivere i figli a scuola scegliendo tra un istituto pubblico o privato; quando si abbraccia una professione; quando si sceglie chi essere e cosa pensare, privatamente o pubblicamente; quando si vuole aprire un giornale o fondare un partito; quando si chiede giustizia terrena o si grida amore e libertà. Per Lei, ogni essere umano è un impegno da costruire nel migliore dei modi possibile. Lasciamoci ubriacare e nutrire dalla sua bellezza. Perché, come ha detto un mio giovane studente prossimo alla maturità, “La Costituzione è il pane degli italiani”.
Evelyn Zappimbulso